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Il Grande Romanzo Americano in 24 volumi

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Il Grande Romanzo Americano in 24 volumi

Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta (1850). Dopo una serie di racconti emblematici (A come allegoria), uno scrittore di mezza età (A come autore) esordisce nel romanzo con una storia sulla relazione tra una donna sposata e un uomo di chiesa (A come adulterio), con tanto di figliola. Analisi del puritanesimo che vale ancora oggi: A come America.

Herman Melville, Moby Dick (1851). L'autore di alcuni romanzi di successo prende la balena per le pinne e uccide il campionato del GRA per sempre. L'ossessione shakespeariana, gli echi biblici, la bianchezza del male. Fu un flop, poi riemerse.

Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn (1885). Bollato erroneamente come libro per bambini, è per Hemingway il primo cristallino vagito della letteratura americana. Huck e il nero Jim scappano lungo il Mississippi in zattera e il lettore, oltre a un Paese razzista, scopre il primo di tanti eroi scapestrati: «Santo Huck», come scrisse Nick Cave.

Henry James, Ritratto di signora (1881). L'opposto di Twain. Stile basso vs. stile alto, la strada vs. gli interni, gli straccioni vs. gli aristocratici, il problema della povertà vs. il problema dei soldi. Ma anche: il GRA all'estero, in vacanza, sedotto e abbandonato dal Vecchio Mondo, di cui diffida bramandolo.

Sherwood Anderson, Racconti dell'Ohio (1919). Forse il vero GRA è la cucitura dei tanti racconti che hanno narrato l'immensa provincia che è quel Paese. Il Piccolo Romanzo Americano che diventa narrazione collettiva, brulichio di inferni e interni, commedia amara.
Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby (1925). «Her voice was full of money»: tutto un Paese seducente e puritano, autentico e corrotto, in sei parole. Il romanzo non racconta solo un arrampicatore sociale, ma soprattutto «l'antica isola che una volta fiorì per gli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco, verde, del nuovo mondo».

Ernest Hemingway, Fiesta (1926). Seguace di Twain e figlioccio di Anderson, Hemingway rispolvera il GRA all'estero, in versione bohémienne. Le due guerre, l'esotica corrida, gli avvinazzati parigini, il machismo infantile dei bamboccioni americani, il GRA come innocente dissipazione e cupio dissolvi.

William Faulkner, L'urlo e il furore (1929). Citazione shakespeariana nel titolo e uso di tecniche narrative altissime, ecco il capolavoro dei capolavori per raccontare la rovina della famiglia Compson e di un mondo. Morte, razzismo, depravazione: benvenuti al Sud.

John Steinbeck, Furore (1939). Non si dice mai abbastanza quanto sia avvincente e rappresentativa questa storia di braccianti in miseria e migrazioni epiche, in grado di approdare con la stessa forza, dopo mezzo secolo, a un disco di Bruce Springsteen: il GRA si fa socialisteggiante.

Ralph Ellison, Uomo invisibile (1952). La storia di un ragazzo nero, raccontata da uno scantinato, come una lunga sinfonia un po' simbolista e un po' jazz. Non un romanzo arrabbiato, ma un'arrabbiatura fatta romanzo. Quasi sconosciuto in Italia, è il GRA afroamericano, nero. Sommerso, appunto, e qui salvato.

Saul Bellow, Le avventure di Augie March (1953). Inno vitalista e rutilante, romanzo di formazione picaresco e divertentissimo, ambientato a Chicago e naturalmente scritto da un canadese, con un incipit memorabile: «I am an American».

Harper Lee, Il buio oltre la siepe (1960). Azzeccare un GRA al primo tentativo e continuare a vendere milioni di copie ogni anno. Storiona sul Sud razzista, filmone con un omone come Gregory Peck, librone obbligatorio da ragazzi. Poteva qualcosa andare storto? Sì, potevano pubblicare Go Set a Watchman.

Truman Capote, A sangue freddo (1966). Capote nel cuore dell'America bifolca («Out there»). Racconta il vuoto dell'orrore, una famigliola sterminata da due balordi, la pietà verso i reietti stessi. En passant, inventa un genere. GRAndissimo.

Philip Roth, Il grande romanzo americano (1973). Con l'umorismo consueto, Roth decide di dirselo da solo in un libro minore, che ha GRA proprio come titolo. In verità bisognerà aspettare il 1997 perché – con Pastorale americana – tiri fuori un'epica famigliare che parte dagli anni 20 e arriva agli anni 70, attraversando un Paese da parte a parte.

Don DeLillo, passim. Ecco un signore che sul biglietto da visita potrebbe tranquillamente mettere in corsivo “Grande Romanziere Americano”. Scrive Libra. Non basta: ecco Rumore bianco. Ah, no? E allora beccati le ottocento pagine di Underworld. Non molla, visto che sta lavorando a un romanzo “challenging”.

Thomas Pynchon, passim. L'architettura sregolata di V.? L'apologo densissimo dell'Incanto del Lotto 49? La mappatura pseudostorica di Mason & Dixon? Una riga qualsiasi di una sua qualsiasi opera? L'America come paranoia, complotto, controcultura.

Toni Morrison, Amatissima (1987). Storia di una donna e di un gesto da tragedia greca, ispirato a una storia vera, dedicato ai «più di sessanta milioni» (di schiavi, sottinteso), è un altro romanzo sull'oppressione e sullo schiavismo che in Italia non legge quasi nessuno.

Bret Easton Ellis, American Psycho (1991) Gelido, furibondo, dostoevskijano: il romanzo-scandalo che raccontava un serial killer yuppie in una New York consumista, tossica e vacua.

Donna Tartt, Dio di illusioni (1992). Un college novel: microcosmo emblematico, tana di eccessi, regno delle nevrosi tardoadolescenziali e delle manipolazioni giovanili, trionfo del disagio. Qui si inscena un gruppo di ambiziosi classicisti con delitto. Appassionante e colto, perfino leggibile.

David Foster Wallace, Infinite Jest (1996). Nel 2003 DFW scrisse un saggio sulla matematica che si intitolava Everything and More. Il titolo avrebbe funzionato anche per il suo strabordante capolavoro. C'è tutto. No, di più. Forse troppo. Mille pagine di tennis, nevrosi, dipendenza, umorismo, distopia, entertainment, satira, rehab. La nota a piè di pagina dell'universo.

Dave Eggers, L'opera struggente di un formidabile genio (2000). Muore la mamma, muore il papà, rimani solo con il tuo fratellino: hai tutti gli ingredienti per un solido memoir strappalacrime. Eh, no: perché accontentarsi. Umoristica rielaborazione del lutto, svuotamento per eccesso del piagnisteo memorialista, elegia e scrigno dell'innocenza, blurb fatto libro.

Jonathan Franzen, Le correzioni (2001). Una coppia, tre figli: inquietudine, malessere, ambizioni. Omaggio a un partecipante ultrapostmoderno del GRA come Gaddis (Le perizie) e guanto di sfida lanciato alla comunità letteraria che uscì, fatalmente, all'altezza dell'undici settembre.

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (2010). Dislocazioni cronologiche, racconti legati da fili sottili ma tenaci, un buon numero di personaggi, ambientazioni futuribili, un capitolo esposto in PowerPoint. Tutto questo per raccontare il nostro rapporto complesso, commovente, intimo con il tempo.

Garth Risk Hallberg, City On Fire (2015). Ultimissimo arrivato, un romanzo di mille pagine in uscita a ottobre (a febbraio per Mondadori, tradotto guarda caso da Massimo Bocchiola, Grande Traduttore Americano, già voce di Thomas Pynchon). Due milioni di anticipo: il GRA non molla e questa volta ruota intorno al blackout newyorchese del 1977. Vedremo come se la cava.

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