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Scritture popolari nella Grande guerra

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Scritture popolari nella Grande guerra

Tra i ricordi di famiglia che non scompaiono – per nostra fortuna – premendo il tasto “Canc” del computer ci sono le lettere, le cartoline illustrate e di posta militare (a volte con il timbro “verificato per censura”), spedite in tempo di guerra dai nostri papà, nonni o da altri parenti. Tenute in un cassetto o in una scatola, insieme con qualche fotografia ingiallita, sono una preziosa memoria di un passato ormai lontano, ma che non andrebbe dimenticato.

Il volume collettaneo «Questa guerra non è mica la guerra mia - Scritture, contesti, linguaggi durante la Grande guerra», a cura di Rita Fresu (Il Cubo editore, Roma) riprende nel titolo una frase emblematica del film di Mario Monicelli su quel conflitto: a pronunciarla era il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), sulla tradotta che lo conduce al fronte, dopo un litigio con il romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi). Un evento lacerante, la guerra, che il protagonista della pellicola monicelliana non comprende, perché non gli appartiene, così come non è appartenuta a tanti uomini e a tante donne che l'hanno vissuta nella loro quotidianità e ce ne hanno lasciato testimonianza scritta.

«L'inscindibile legame tra scritture popolari e Grande guerra – sottolinea la curatrice – è un dato incontrovertibile, che balza all'occhio del lettore anche non specialista». Nel centenario del conflitto 1914-18 lo hanno evidenziato anche altri libri o articoli di stampa: su una popolazione italiana che non arrivava ai 40 milioni di abitanti (di cui più di un terzo analfabeti) vennero spedite quattro miliardi di lettere e cartoline (Quinto Antonelli, «Storia intima della Grande guerra, Donzelli editore»); al centro di smistamento postale di Treviso ne transitavano ogni giorno 1,4 milioni (Antonio Gibelli, «La guerra grande. Storie di gente comune», Laterza). Il volume di cui parliamo si articola in due parti con 16 saggi di autori diversi, che qui non citiamo nel dettaglio. Nella prima sezione ci sono le lettere dal fronte del valligiano trentino Simone Chiocchetti; i diari e la corrispondenza dei soldati di Cortina d'Ampezzo; gli «Appunti del combattente» del bersagliere Ettore Di Clemente; un epistolario in “italiano colto” di Sicilia; la Grande guerra e l'emigrazione nel diario di un semicolto sardo; gli espedienti linguistici per evitare di scrivere la parola “fame”, proibita dalla censura austriaca. Nella seconda sezione del libro si esaminano i sillabari e i libri di lettura per le scuole reggimentali; la propaganda durante la Grande guerra attraverso volantini e opuscoli; il dialetto nei giornali di trincea; i giornali femminili italiani dell'epoca e i canti della Grande guerra.

L'epistolario del valligiano trentino Simone Chiocchetti, inviato sul fronte orientale nel marzo 1915, analizzato in chiave linguistica nel saggio di Fabio Chiocchetti (direttore dell'Istituto culturale ladino di Fassa), è significativo perché fa conoscere al pubblico la “guerra dimenticata”, iniziata nell'estate 1914, quando Trieste e il Trentino facevano ancora parte dell'Impero asburgico e migliaia di soldati di lingua italiana (o ladina) vennero mandati a combattere (e a morire) in Galizia (oggi divisa tra Polonia e Ucraina). Nelle quasi 200 lettere, cartoline postali e d'ordinanza, conservate nell'Archivio della scrittura popolare del Museo storico di Trento, il nostro Simonin usa il ladino “moenat”, parlato nella parte meridionale dell'area ladino-dolomitica: la corrispondenza è indirizzata alla famiglia che vive a Moena e al fratello prete nel vicino paese di Soraga. Le consuete informazioni sulla salute sono scritte in italiano: «Io sto bene, come spero di voi tutti», ma lo scrivente prosegue in ladino (che più facilmente sfugge alla censura) quando ricorda il compaesano morto o disperso in battaglia o racconta le condizioni dei combattenti al fronte, mentre svanisce la speranza di una rapida conclusione della guerra e si profila lo spettro della fame.

Nel mese di maggio 1915 cominciano a circolare le voci dell'imminente entrata in guerra dell'Italia contro l'Austria e Simonin si preoccupa perché l'apertura del fronte meridionale avrebbe reso impraticabile per il pascolo del bestiame l'intera zona del passo San Pellegrino (che separa il Trentino dal Veneto). Nella corrispondenza gli italiani sono chiamati con il termine non troppo benevolo di “canalign” (singolare “canalin”), che indica gli abitanti di Canale d'Agordo e per estensione di tutto l'Agordino (zona piuttosto depressa economicamente nell'Ottocento) e degli italiani in generale. Simone Chiocchetti non darà più notizie di sé dopo il mese di agosto 1916. Al suo reparto suppongono che sia stato fatto prigioniero dai russi: questa la breve comunicazione scritta che arriva al fratello sacerdote.

Rita Fresu (a cura di), «Questa guerra non è mica la guerra mia - Scritture, contesti, linguaggi durante la Grande guerra», Il Cubo editore, Roma, pagg. 372, € 25,00

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