Domenica

Come Brad Mehldau ha salvato il jazz

  • Abbonati
  • Accedi
YOLO

Come Brad Mehldau ha salvato il jazz

Brad Mehldau è il pianista più influente degli ultimi venti anni, ha scritto il New York Times. I puristi del jazz tendono a dissentire, ma in realtà hanno ragione entrambi, fan e critici. Mehldau è la cosa migliore capitata al jazz da parecchio tempo a questa parte proprio perché si è allontanato dalla polverosa sacralità del jazz, quella di cui è propagandista-in-capo Wynton Marsalis. I tradizionalisti sostengono che il jazz è soltanto il be-bop degli anni Quaranta-Sessanta, quello dell'epoca grandiosa della musica improvvisata afroamericana che ha preceduto il delirio radicale e politico del free. E, per questo, credono che vada suonato, ascoltato e preservato con un adeguato rispetto filologico e a partitura scritta, quasi fosse musica classica. Che noia.
Mehldau, che ha una vera formazione classica, con il suo ormai sterminato repertorio di dischi e concerti ha generato, più o meno consapevolmente, una piccola rivoluzione: ha rinnovato e modernizzato l'enorme songbook americano da cui i jazzisti per decenni hanno tratto le canzoni, gli standard, per poi smontarle e rimontarle con l'improvvisazione jazz.
Mehldau è stato il primo a suonare, e a farli diventare nuovi standard contemporanei, i brani di Radiohead, Nirvana, Sufjan Stevens, Oasis, Nick Drake e l'intero immaginario musicale della Generazione X (Mehldau ha 45 anni), senza per questo rottamare la storia che lo ha proceduto né rinunciare a comporre la sua musica (anzi le sue cose migliori sono quelle originali degli esordi). Dopo di lui, sulla stessa scia, sono arrivati i Bad Plus di Ethan Iverson e, con una connotazione più black e multiculturale, anche Jason Moran, Robert Glasper jr. e Vijay Iyer.
L'altro giovane grande vecchio del piano jazz è il fenomenale Matthew Shipp, di dieci anni più anziano di Mehldau, e più figlio di Cecil Taylor che di Keith Jarrett. Ascoltate il suo ultimo The Conduct of Jazz, in trio, perché è una meraviglia come Shipp riesca a innovare la tradizione. Mehldau è più romantico, nessuno lo è quanto lui, pochi hanno il senso melodico come il suo. Solo lui riesce a mescolare Schumann, l'indie e il rock psichedelico.
Così come Jarrett – e Taylor e Shipp – Mehldau è un maestro del piano solo. Il suo approccio è meno creativo di Jarrett, e decisamente meno animalesco di Cecil Taylor, ma forse è più intellettuale come si intuisce dai lunghi saggi che allega a cd e ellepì.
Di Mehldau è appena uscito un cofanetto con 4 cd, o 8 vinili, 10 Years Solo Live (Nonesuch), con brani registrati durante i concerti per pianoforte solo nei tour europei (compresi Roma e Bassano del Grappa) degli ultimi dieci anni. Imperdibile per i fan di Mehldau, ma forse non lo consiglierei a chi non è già un adepto della sua produzione pianistica in solitario. Inizierei, nel caso, col suo primo disco per pianoforte solo, Elegiac Cycle, o con Live in Tokyo con le fantastiche versioni di Paranoid Android dei Radiohead e River Man di Nick Drake, oppure con Live in Marciac con Lithium dei Nirvana. 10 Years Solo Live segue un suo percorso musicale personale, le diverse tecniche di improvvisazione e l'intero arco di composizioni originali, standard tradizionali (My Favorite Things, Monk's Mood e molti altri), incursioni classiche (Brahms), e canzoni di Nirvana (Smells Like Teen Spirit), Beatles (And I Love Her, Blackbird), Jeff Buckley (Dream Brother), Sufjan Stevens (Holland), Verve (Bitter Sweet Symphony), Pink Floyd (Hey You), Beach Boys (God Only Knows) e Radiohead (Jigsaw Falling into Place e due versioni totalmente diverse di Knives Out).

© Riproduzione riservata