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David Bowie da Ziggy Stardust alla «Stella Nera». La parabola…

L’OMAGGIO AL CANTANTE

David Bowie da Ziggy Stardust alla «Stella Nera». La parabola dell’alieno del rock che ha rivoluzionato il pop

Quando nel 1972 s'inventò il personaggio di Ziggy Stardust e raccontò in giro di essere un alieno precipitato sulla terra per aprire gli occhi a un'umanità decadente, nessuno poteva razionalmente crederci. A leggere delle sue ultime ore di vita, con la morte che è arrivata due giorni dopo il suo 69esimo compleanno, coinciso con la pubblicazione di ★ (leggi «Blackstar») che – diciamolo – è il suo miglior album dai tempi di «Let's dance», ti accorgi invece che faceva sul serio: David Bowie, nato David Robert Jones, era in questo mondo ma non era di questo mondo.

Altro che cancro: aveva una missione da compiere, l'ha portata a termine in quell'indefinibile e straordinaria miscela di electro pop, free jazz, art rock e rumorismo minimalista che è la sua ultima fatica discografica, e poi motori al massimo e via tra le stelle. Roba da b-movie fantascientifico anni Cinquanta, quei filmacci che tanto amava in cui il cattivo non capisci mai se è morto e soprattutto se è cattivo per davvero. Perché la biografia del «Duca Bianco» del rock non l'avrebbe potuta concepire neanche il più immaginifico degli sceneggiatori.

L'estate di «Space Oddity»
A considerarlo uomo, tocca raccontare la storia dell'ennesimo working class hero sfornato dalla provincia britannica (da Brixton, precisamente), figlio di una cassiera di un cinema e di un reduce della Seconda guerra mondiale. Un ragazzo che non passa inosservato, vuoi perché si mette presto in testa di diventare l'Elvis inglese, vuoi perché ha una pupilla chiara e l'altra scura. La diversità in certi casi ti mostra la strada e quella del giovane David si chiama musica: prende lezioni di sax, si fa le ossa cambiando una band dietro l'altra, concede poco più che bambino un'intervista alla tv nazionale cui racconta la new way of life dei ragazzi inglesi degli anni Sessanta, quelli che ascoltano i Beatles e si fanno crescere i capelli. Sono gli anni della Swinging London che a Bowie sta addosso come un abito su misura, un abito mod, per la precisione: è proprio nel raffinato movimento «modernista» che il ragazzo trova il suo habitat naturale, perfetto per l'esordio omonimo, uscito nel 1967, tra «Sgt. Pepper» e «The Piper at the Gates of Dawn». Per la prima hit dovrà «sporcarsi» di psichedelia e inventarsi la storia di Major Tom, un astronauta che si perde nello spazio nell'estate del 1969, la stessa dell'allunaggio. Quando uno dice lo spirito del tempo.

Ziggy Stardust e l'esplosione del glam
Dopo l'album di transizione «The Man who sold the World», la cui title track fu adorata e reinterpretata da un certo Kurt Cobain, Bowie mette la marcia e si inventa il glam, una specie di rivisitazione in chiave rock del dandyismo wildiano in cui l'apparire diventa una componente imprescindibile dell'essere. Sono gli anni di «Hunky Dory» e «Life on Mars», ma soprattutto della trasformazione in Ziggy Stardust. Sono anni di grandissima ambiguità sessuale, su cui Bowie gioca con impareggiabile maestria: tra le sue «partnership», nel senso più esteso del termine, una Amanda Lear, modella di Salvador Dalì, e un'incredibile schiera di illustri colleghi come Lou Reed e Iggy Pop che senza Bowie non avrebbero sfornato capolavori come «Transformer» e «Lust for life». La parabola del glam viaggia forte e regala perle come «Aladdin Sane» e «Diamond Dogs», poi David si lascia accarezzare dal groove danzereccio di Philadelphia e lo declina a suo modo in «Young Americans».

La trilogia elettronica berlinese
Ballare sì, ma con l'orecchio sempre puntato su ciò che di nuovo offre il panorama musicale internazionale. Dalla Germania arriva la rivoluzione elettronica dei Kraftwerk? Bowie la fa propria andando a incidere agli Hansa Tonstudio di Berlino la trilogia composta da «Low», «Heroes» e «Lodger», una delle vette più alte della musica popolare del Ventesimo secolo. Il punk implode? Bowie spiega al mondo cos'è la New Wave con «Scary Monsters». Gli anni Ottanta portano tutti in discoteca? Bowie non si sottrae, ma si porta sotto braccio Nile Rodgers degli Chic al grido di «Let's dance». Siccome che l'apparire per lui resta una componente imprescindibile dell'essere, ci scappa pure un bel po' di cinema, tra «Furyo» del maestro giapponese Nagisa Oshima e la chiacchieratissima «Ultima tentazione di Cristo» di Martin Scorsese. In «Basquiat», biopic sull'omonimo street artist realizzato negli anni Novanta da Julian Schnabel, interpreta addirittura Andy Warhol, un «amico» che aveva celebrato in un pezzo di vent'anni prima. Uno della stessa sua razza: gente che precipita sul pianeta terra, s'innamora di Lou Reed e fa la rivoluzione. Perché probabilmente non c'è stata rivoluzione più potente del pop, da un secolo a questa parte.

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