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I rischi del potere secondo Han Fei

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I rischi del potere secondo Han Fei

Proviamo a riflettere su questa frase: “È un segno di rovina quando gli incarichi accumulano grandi poteri e vantaggi, e i riconoscimenti si possono comprare”. Chi l'ha detta? Qualcuno stanco della situazione in cui versa la vita politica attuale? Non preoccupatevi: per trovare la risposta occorre recarsi nella Cina del III secolo prima di Cristo e aprire la raccolta di scritti chiamata “Han Feizi”, attribuiti a Han Fei, un pensatore di questioni riguardanti i governi, o filosofo che dir si voglia, in contrasto con la tradizione confuciana.

Dei 55 capitoli dell'opera ricordata, 29 sono stati tradotti per la prima volta in italiano a cura di Giulia Kado (Einaudi, pp. 324, euro 35). La quale nella interessante postfazione scrive: “A tratti considerato un libro maledetto, in altri frangenti esaltato, o ancora ignorato… nel 1973, durante la rivoluzione culturale, Mao vi fece riferimento…”. Non fu il solo a utilizzarlo, anche perché lo “Han Fezi” illustra con un linguaggio chiaro e immediato il potere e il suo esercizio nelle diverse sfaccettature, inclusi problemi e difetti di chi è al comando o di chi deve obbedire. “I nostri politici senza cultura – scrive Han Fei – non distinguono un governo strutturato da uno stato di anarchia”. O ancora, guardando in altra direzione: “Un uomo saggio sa che per instaurare l'ordine in uno stato è inutile aspettarsi dal popolo che agisca correttamente per consenso, e che bisogna usare gli strumenti adeguati che impediscano agli uomini di agire male”.

Qualcuno paragona codesto autore a Machiavelli, altri ai teorici dello stato forte, nei testi è posto nella “Scuola dei legisti”, di certo la prima traduzione italiana di una buona parte di “Han Feizi” consente di riflettere con l'aiuto di un pensiero radicato nella realtà e nel tempo sugli eterni problemi del potere. Meditato quasi sempre in segreto dai politici cinesi di ogni epoca, in Occidente le ricerche di un certo rilevo lo segnalano con attenzione: ci basti notare che l'opera “A Source Book in Chinese Philosophy”, curata da Wing-Tsit Chan per Princeton University Press nel 1963, dedica ad Han Fei le pagine 252-61.
Discendente da una famiglia reale, ambasciatore, calunniato, cadde in disgrazia e finì in prigione, quindi venne costretto al suicidio. Fu vittima purtroppo dei vizi che aveva esaminato. “Un errore – leggiamo a pagina 107 dell'edizione Einaudi – che i sovrani commettono spesso è quello di utilizzare i propri sottoposti senza alcuna funzione ufficiale per proteggersi dai ministri ai quali hanno affidato incarichi. Inevitabilmente, questi addetti privi di responsabilità pubbliche non si faranno il minimo scrupolo di calunniare i loro rivali…”

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