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Loro e noi

L'Editoriale|draghi, la germania e il caso weidmann

Loro e noi

L’ex consigliere economico della Cancelliera Merkel, il giovane governatore della Bundesbank Jens Weidmann, da qualche tempo si è innamorato dell’Italia. Stupiscono la frequenza delle sue visite, che assomigliano a un tour organizzato, e l’insistenza con la quale chiede di essere accolto a tutti i livelli, l’intento malcelato di fare avallare una campagna elettorale, strettamente personale, per la presidenza della Banca centrale europea.

Peraltro, saldamente guidata da Mario Draghi che rivendica con orgoglio l’indipendenza dalla politica, attua, con scelte coraggiose, la politica monetaria e delinea un percorso lungimirante di integrazione per l’intera Europa. L’ipotesi di una presidenza Weidmann è priva di qualsiasi fondamento e legittimazione, perché la candidatura di un governatore che si è ritrovato in posizione di minoranza in quasi tutte le decisioni che contano del board di Francoforte, colpirebbe al cuore la credibilità della Bce, le sue ragioni fondanti di autonomia e di garante della stabilità virtuosa, e finirebbe con il sancire una spaccatura non più ricomponibile. Può esserci ovviamente una successione tedesca a Draghi, nel rispetto dei tempi del mandato istituzionale, ma non potrà di certo riguardare l’uomo più divisivo che la Germania esprime oggi sulla scena della politica monetaria, portatore manifesto di interessi contrapposti a quelli di un’Europa solidale, assolutamente necessaria, che esca dal circolo vizioso di regole tanto astratte quanto pericolose.

«La saluto, signor presidente della Bundesbank, con la massima considerazione ora come prima: ma ciò vale solo per la sua persona, non per la sua politica». Si conclude così la lettera aperta che l’ex cancelliere, Helmut Schmidt, scrisse al presidente della banca centrale tedesca dell’epoca, Hans Tietmeyer, l’8 novembre del 1996, e pubblicò sul “suo” Die Zeit con il titolo: «La Bundesbank non è uno Stato nello Stato». Qualche riga più su si poteva leggere: «Il carattere e la diffusione dei suoi discorsi la rendono non solo poco amato - cosa sopportabile - ma rendono anche la Germania poco amata, cosa che non ci siamo meritati e che non possiamo sopportare. A molti dei nostri Paesi vicini la Germania, che lei rappresenta, appare dispotica e troppo prepotente...la Bundesbank, al cui direttorio lei appartiene dagli inizi del 1990, ha pesantemente influenzato la stesura dei criteri di Maastricht. Ma né la Bundesbank né il ministero delle Finanze hanno mai pubblicamente spiegato il motivo per cui il debito totale di uno Stato partecipante non debba essere superiore al 60% del suo prodotto interno lordo...Allo stesso modo, non è motivato economicamente l’altro criterio fondante che il deficit annuale di uno Stato membro non possa essere superiore al 3% del suo prodotto interno lordo».

Ora, non volendo mancare di rispetto al Tietmeyer di ieri, la cui statura, nonostante i palesi errori di impostazione del disegno europeo, è di gran lunga superiore a quella del Weidmann di oggi, è evidente che siamo di fronte alla stessa, identica miopia, con la differenza che un cancelliere tedesco del valore di Schmidt lo metteva alla berlina, mentre Weidman riceve stranamente attenzioni e insegue consensi proprio in quei Paesi del Sud Europa che più di tutti hanno da perdere dalle sue teorie e più di tutti devono alla politica monetaria espansiva, nettamente maggioritaria, che la guida di Draghi è riuscita ad assicurare alla Banca centrale europea. Assistiamo sorpresi al fatto che trovi ascolto, anche in casa nostra, chi come Weidmann vuole mettere un tetto agli acquisti di titoli di Stato da parte delle banche o, peggio ancora, attribuire un coefficiente di rischio agli stessi titoli e accampa questo ragionamento e altri espedienti per non adempiere all’impegno solennemente assunto in tempi non sospetti di completare l’unione bancaria europea con la garanzia unica sui depositi. Quanto valore brucia questa miopia penalizzando banche, credito alle imprese e capitali privati al di là di ogni considerazione di merito e di ragionevolezza! La realtà è che ci misuriamo ogni giorno con l’assenza drammatica di una leadership politica e nessuno si fida più di nessuno. Loro non si fidano di noi e noi non ci fidiamo di loro.

Questa è la cruda realtà. Tutti sono molto attenti a riconoscere e sottolineare i difetti degli altri per tutelare i propri interessi. Tutti vanno a vedere la trave degli altri, ma sarebbe giusto che qualcuno dicesse loro di guardare le travi che hanno in casa non sempre e solo quelle fuori, quelle appunto degli altri. I tedeschi, gli olandesi, i finlandesi, perfino le pulci hanno la tosse, hanno ripetuto all’Ecofin informale di Amsterdam: o così (tetto agli acquisti di titoli di Stato da parte delle banche) o niente (addio garanzia unica europea sui depositi) e si sono beccati da italiani e francesi: così no, sul mezzo poi si vede e non è qui la sede, ma comunque prendiamo atto che vi state rimangiando il terzo pilastro dell'Unione bancaria europea. È facile contestare all’Italia il peso (realmente molto rilevante e frutto di vizi soprattutto del passato) del suo debito pubblico, ma che cosa si dovrebbe dire dell’abnorme peso statale nell’economia tedesca a partire dalle sue banche o della debolezza nell’apertura alla concorrenza dei servizi? Ancora: che dire del disonore mondiale determinato dal dieselgate della Volkswagen e del surplus commerciale che viola sistematicamente i parametri concordati? La verità è che nessuno guarda davvero a che cosa fare e si impegna a realizzarlo per avere un ambiente complessivo più sicuro, eliminare le debolezze di ciascuno e contribuire a costruire una vera Europa federale che torni a fare investimenti in modo da consolidare lo slancio della domanda interna e si muova nel mondo con una difesa e una politica estera comuni. Loro non si fidano di noi e noi non ci fidiamo di loro. Questo clima è la morte dell’Europa, l’alimento migliore dei mille populismi che infatti si ingrassano, e va cambiato. Nel frattempo evitiamo almeno di schierarci dalla parte sbagliata.

P.S. Oggi festeggiamo il centocinquantesimo del Sole 24 Ore a Milano, alla Scala, alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e ieri abbiamo ripercorso 150 anni di storia con le firme del nostro giornale. Qui vogliamo onorare lo spirito mazziniano dei fondatori del Sole e quello battagliero dello storico direttore di 24ore, Piero Colombi, senza rinunciare mai a prendere posizione e a dire come stanno le cose.

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