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Cassa del Mezzogiorno dagli altari alla polvere (per colpa della…

recensione

Cassa del Mezzogiorno dagli altari alla polvere (per colpa della politica)

Ci sono locuzioni cariche di invincibili pregiudizi stratificati nel corso di quasi mezzo secolo. Alla parola Cassa del Mezzogiorno scattano una serie di automatismi (corruzione, inefficacia, macchina mangiasoldi) che coincidono con l'idea dominate dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno. Errore. Per la prima metà della sua storia, dunque dal ‘51 ai primi anni 70, la Casmez fu un esempio di quello che dovrebbe essere un'agenzia pubblica: tecnocrati di prim'ordine, politiche oculate e tempi di costruzione delle opere pubbliche che oggi tre quarti del popolo italiano sottoscriverebbe all'istante.

Il modello ispiratore della sua “fase eroica”, come la chiama il presidente della Svimez Adriano Giannola, fu quello della Tennessee authority valley. Dalla ricostruzione post bellica agli anni del miracolo economico la Cassa fece leva sulla programmazione strategica, uno strumento che le consenti non solo di accorciare le distanze tra la parte più arretrata e quella maggiormente sviluppata del Paese, ma anche di guadagnarsi riconoscimenti e consensi a livello internazionale. Sembra un amarcord alimentato da gesta e opere inscritte nella storia patria. Considerazione solo parzialmente vera. Proprio per ovviare a questo inconveniente, un manipolo di studiosi di una istituzione benemerita – la Svimez – in lotta contro tutto e contro tutti per alimentare il dibattito sulla questione meridionale, ha raccontato e classificato in un volume di oltre 500 pagine successi e disastri delle politiche di convergenza nella seconda metà del secolo scorso.

La cesura tra la prima e la seconda vita della Casmez coincide con l'avvento delle Regioni a statuto ordinario (1971) e il ruolo esorbitante che il ceto politico assume nelle politiche di sostegno al Meridione. Capitale umano, metodologie e procedure della Casmez perdono via via peso specifico. Una fase nella quale, guarda caso, cresce l'astio degli italiani contro le politiche di riequilibrio Nord-Sud, culminata, annota Giannola con la sua consueta franchezza, con la “sedicente” asta competitiva che scardinò il Banco di Napoli dal suo ruolo di perno creditizio e finanziario meridionale. La politica di convergenza era stata seppellita molto tempo prima. Nell'86, dopo quasi tre lustri dalla presa del potere da parte dei politici, la Casmez diventa Agensud. È l'inizio della fine. Nel '92, alla vigilia di tangentopoli, una classe dirigente alla fine dei suoi giorni mette la pietra tombale su una storia cominciata nel primo dopoguerra. I grandi temi che attraversano e condizionano lo sviluppo di un Paese raramente coincidono con le decisioni assunte tardivamente dai padroni del vapore. Ora, con la pubblicazione di questo volume edito dal Mulino, alla damnatio memoriae che aleggia sull'intervento straordinario del Mezzogiorno sommeremo un'analisi ragionata di una stagione virtuosa che dal ‘51 al ‘72 aumentò il Pil del Sud di tre volte in più dell'intero novantennio precedente (nel quarantennio successivo al '72 è cresciuto appena di una volta e mezza). Segno incontrovertibile – come annota il direttore della Svimez Riccardo Padovani – “che il ritardo del Mezzogiorno non sia un dato immutabile e tantomeno irreversibile della nostra storia”.

«La dinamica economica del Mezzogiorno»
A cura della Svimez
Il Mulino editore
Pag 545
Euro 38

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