Domenica

La voglia di ritrovare dignità

la testimonianza

La voglia di ritrovare dignità

Il terremoto del 1976 non è stato solo un assassino. E' stato anche un maestro. Ci ha insegnato nel modo più efficace che niente dura, che le pietre di chiese millenarie possono mettersi a danzare a mezz'aria e crollare in una nuvola di fumo. Che una risata può trasformarsi in un urlo.

La schiena del Friuli s'inarcò di scatto, poco prima del buio, frustando e scrollandosi di dosso le illusioni della sua gente, i progetti e i sogni, strappando il calendario con i suoi santi del giorno e segnati a matita grossa gli impegni e gli appuntamenti: il parrucchiere, la cresima, la cena con i coscritti.

Fu un maestro terribile, il terremoto. Punì gente che non aveva fatto nulla di male, spezzando famiglie e comunità, dividendoci come a scuola venivamo separati dai compagni più vivaci. E davvero oggi io, sopravvissuto, invecchiato, io rimasto quassù, guardando le foto dei miei coetanei morti sotto le macerie mi chiedo se quella sera di maggio il terremoto non si sia portato via i più vivi, i più forti fra noi. Gli ateniesi inviavano in sacrificio al Minotauro i loro giovani migliori. Il terremoto se n'è inghiottiti tanti, troppi, di giovani. E assieme a loro i vecchi, con i loro occhi liquidi e i ricordi di guerre per noi ragazzi lontane come quella di Troia.

Pensavamo, un tempo, che i maestri migliori fossero quelli più severi. Se è così, il terremoto è stato un ottimo maestro. Ci ha impresso per sempre nel cervello l'idea che niente dura, che niente può davvero proteggerti. Ci ha preparato al mondo liquido che già saliva intorno alla nostra isola felice, erodendo certezze e facendoci franare il futuro sotto i piedi. Dentro di me ho sempre pensato al Friuli come a un'isola, unita da una lingua e da tradizioni millenarie. Il Friuli amato da Pasolini era un mondo appartato, che la modernità e la ricchezza si limitavano a sfiorare ma non avevano alcuna speranza di poter colonizzare. Non era in fondo molto diverso da quello dell'Ottocento, o del Settecento. Un paese di campi coltivati, di campanili e caserme.

Il terremoto ha aperto il Friuli al mondo e al suo incerto futuro, ci ha fatti tutti rinascere dalla polvere. Come scrive San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi, “non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio”. Trasformati in creature più fragili e impaurite. Mio figlio adolescente mi prende in giro per la mia prudenza, per le infinite istruzioni e raccomandazioni con cui accompagno ogni suo minimo spostamento. Potrei parlargli, per giustificarmi, dell'angoscia che prese mia madre quella sera di maggio e che non la lasciò finché mio fratello non tornò a casa sano e salvo. Potrei dirgli di come basti un attimo perché un volto amato si trasformi in una maschera bianca di morte.


Dentro di me immagino il Maestro Terremoto come il Mangiafuoco di Pinocchio, come il Rasputin disegnato da Hugo Pratt: una figura antica, sporca, dalla barba scura come la notte e la risata fragorosa e crudele, che ti butta a forza fuori dalla tua casa, e quel volto dagli occhi di brace si fonde con quelli dei cosacchi a cavallo che rastrellano i villaggi, e che mio padre ragazzino fissava a occhi sbarrati da dietro un cespuglio.
Il Maestro Terremoto ci ha impartito una grande lezione, una di quelle che non dimenticherai mai. Ha squassato la terra e ci ha costretto a imparare che l'aveva fatto tante altre volte nel corso della nostra storia: 1117, 1222, 1278, 1301, 1348... E su, su: 1511, 1700, 1776, su fino ai giorni nostri, una raffica di date che sembra una conta dei morti. Il Maestro Terremoto si è accanito sui friulani come con certi ragazzi ripetenti che a sedici anni erano ancora in prima media.

“Quante volte devo spiegartelo?”
E giù una sberla.
“Quante volte devo ripeterlo?”
E giù una bacchettata sulle mani.

Oggi i maestri non sono più così. Le lezioni non le impariamo più con la forza. Ci mancherebbe. Attraverso i giornali e la televisione e internet il mondo si è talmente intrecciato con le nostre vite che definirsi friulani non ha più alcun senso. Le lingue e le nazioni si sono confuse, ci siamo sciolti nel mondo, troppo pochi per dargli un sapore nostro. Il mondo ci è entrato in casa, attraverso le brecce del terremoto e quelle dei muri ideologici che un tempo dividevano la Terra. Un albanese comandava i turchi che nel 1477 e nel 1499 invasero il Friuli “brusando la Patria per tutto” e facendo strage dei prigionieri, alcuni dei quali portavano il mio cognome. E adesso, nel 2016, ci sono albanesi e mussulmani nel mio stesso condominio, un ragazzo africano vince i concorsi di poesia friulana, e allora mi chiedo che senso abbiano avuto tutte le lezioni del passato, e la nostra cocciuta renitenza a impararle, la nostra resistenza al Terremoto e agli invasori e agli altri terribili maestri della storia. Mi chiedo se abbia ancora un senso definirsi friulani. Perché il più grande cambiamento portato dal terremoto del ‘76 è che dopo il sisma sono state ricostruite le fabbriche, le chiese, le case, ma non è stato possibile ricostruire l'identità friulana. Il Friuli è ancora lì, ma non esistono più i friulani: non esiste più una cultura fatta di solidarietà e apertura al prossimo, alla carità e all'ospitalità verso il più debole. Sembrano mitici, quegli anni non lontani, vivi ancora nei racconti di mia madre, in cui a un viandante non si negava né alloggio né un piatto di minestra calda, o in quelli di mia prozia Matilde, altrettanto reali agli occhi di un bambino, in cui Cristo e San Pietro camminavano per le strade del Friuli compiendo miracoli ed elargendo giustizia fra i deboli.

Non esiste più, quel Friuli. E' inutile mentirsi. Non è mai stato ricostruito, è stato solo aggiornato al mondo che gli stava attorno. E così facendo è diventato altro. Ricordo con affetto uno degli ultimi grandi cantori della nostra “piccola Patria”, il poeta e romanziere Elio Bartolini, seduto davanti al fogolàr di casa sua, mentre esprime con parole amorevoli e amare il suo rimpianto per quel mondo scomparso. Una figura fiera e sdegnosa come un vecchio capo indiano, gli occhi lucidi di nostalgia per l'aspra bellezza perduta, che si confonde con la bellezza della gioventù. Perché fu un miracolo di gioventù, della “meglio gioventù”, la ricostruzione del Friuli: erano giovani i 20.000 soldati di leva schierati qui a difesa del fronte orientale, che invece dei fucili presero in mano le pale e i picconi. Erano i giovani dei paesi crollati a improvvisarsi muratori, a montare tende, a recuperare dalle macerie di casa quel poco che riuscivano a salvare, a traghettare nel mondo dei vivi. Era giovane la voglia di ricostruire prima le fabbriche e poi le case, di ritrovare dignità e benessere e progredire attraverso un onesto lavoro.

Poi al lavoro si è sostituito il capitale, all'onestà la furbizia, all'imprenditoria la finanza, al vivere in comunità il chiudersi in casa, abbandonando il modello della famiglia allargata che era uno dei pilastri della nostra cultura. E' stato un altro terremoto. Invisibile, insidioso, fatale.

Intendiamoci, non provo troppa nostalgia per il Friuli di un tempo. Né me la sento di idealizzarlo: era un mondo povero e chiuso, che l'improvvisa ondata di benessere seguita al sisma non ha faticato a riscrivere come una pagina bianca, con parole che non ci appartenevano. I miei figli capiscono il friulano, ma non lo parlano: loro parlano inglese, tedesco, francese, russo, le lingue del mondo in cui dovranno andare a cercare lavoro, come i loro nonni e i loro bisnonni, emigrati in Francia e negli Stati Uniti. Qui ormai non c'è più niente, per loro. Le fabbriche ricostruite dopo il ‘76 arrugginiscono ai bordi delle strade. L'erba buca l'asfalto dei grandi parcheggi deserti. Al prossimo terremoto non verranno ricostruite. Rimarranno lì, come macerie di un sogno interrotto, quelle vaticinate da Pasolini nella poesia La recessione. Un sogno non nostro, un sogno d'altri, che non ci è mai appartenuto e che forse, domani, ci sembrerà un incubo.

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