Domenica

Il pranzo «frugale» di suor Maddalena e i giovani di Chieti

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Il pranzo «frugale» di suor Maddalena e i giovani di Chieti

Sono arrivato giovedì alle quindici a Pescara dopo un’ora di volo da Milano e mi sono ritrovato catapultato, quasi senza accorgermene, intorno a un tavolo di marmo nella cucina dell’arcivescovado di Chieti affidato da Bruno Forte alle cure amorevoli di suor Maddalena e alla compagnia di don Guido, segretario del vescovo.

Mi è stato offerto un pranzo definito “frugale” con tanta insalata verde, prosciutto crudo, formaggi, torta di scarola e un pasticcino di amarena presentatomi come «un coso che non dice niente ma è buonissimo». Mi è sembrato di riassaporare gli odori di casa quando mia madre aveva gli scrutini a scuola, tornava tardi, si scusava con il suo splendido sorriso («ragazzi, mi dispiace, questa sera dovete accontentarvi») e inondava la tavola di lattuga verde, torta di scarola, piatti di formaggi e di affettati misti, poi alla fine c’era sempre qualche pezzo di ciambella per chiudere. Bruno Forte e suor Maddalena non lo sanno, ma non potevano farmi regalo migliore, mi hanno consentito di rivivere il gusto genuino della vita, il calore di una famiglia numerosa che si accontentava di poco ma si nutriva di molto affetto, il senso profondo delle cose fatto di sentimenti, ordine e pulizia. Mi ha colpito un altro particolare, la macchinetta del caffè era già stata preparata ed è stata accesa mentre mi si offriva il “coso” e anche lì mi sono ricordato di mia madre perché faceva così nei miei primi anni di lavoro quando ancora riuscivo a scappare a casa per pranzo.

Sarà stato per questo fuori programma ma quando sono arrivato, poco dopo le sedici, nell’aula magna dell’Università di Chieti al congresso nazionale della federazione degli studenti universitari cattolici (FUCI) per parlare della crisi economica e delle prospettive di lavoro soprattutto per i giovani, ho svolto il compito assegnatomi, ma mi sono lasciato prendere da una vena di sentimenti e di esercizi personali della fede. Soprattutto, mi ha colpito il racconto di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, della storia di Dino Zambra morto giovanissimo in «concetto di santità», di formazione fucina, duro e saldo nei sentimenti come sanno essere da queste parti. Forte lo ha ricordato con queste parole: «La fede che animò Dino fu viva e profonda fin dalla sua tenera età, la sua umanità ricca e generosa si aprì con spontaneità all’orizzonte proprio dei giovani». Dino scelse la FUCI e in una lettera ne dà conto lui stesso: «Mi sono iscritto alla FUCI e partecipo con molto entusiasmo alle sue svariate attività. Ho parlato pure con l’attuale presidente centrale Aldo Moro, quando è venuto per l’inaugurazione dell’anno sociale».

Questo epistolario incuriosisce Bruno Forte perché rivela la forza di un giovane che vuole vivere gli stimoli, i sentimenti e gli interessi dei suoi tempi ma li coniuga con la ricerca continua della volontà di Dio che desidera realizzare fino in fondo e a tutti i costi. A Marisa, la ragazza che amava e da cui era amato, Dino scrive una lettera a mano nella quale si legge: «Il mio sentimento per te non potrà essere che di gratitudine e, se lo permetti, di vero affetto in Cristo. Non credere che non abbia sofferto e non soffra a questo distacco, sarei davvero insensibile; ma sono convinto che questa è la volontà del Signore... prega per me... io pregherò per te». Chiamato alle armi, come tutti i suoi coetanei, Dino fa professione pubblica di antifascismo e in una lettera dell’agosto del ’43 scrive testualmente: «Da quando ho cominciato a ragionare con la mia testa ho capito che le idee fasciste non potevano essere le mie: io volevo innanzitutto essere un cattolico». Nei giorni della tragedia collettiva del Paese e della sua sofferenza più grande sul piano personale che lo porterà di lì a poco a non esserci più, il giovane fucino di Chieti mette per iscritto la seguente frase: «Chiedo a Dio la fedeltà a Lui, tutto il resto non mi preoccupa». Bruno Forte, che prima di essere un grande teologo e colonna di questo giornale, è un pastore di anime, si rivolge a tutta la platea dei presenti e si spinge a dire: «Sono parole che auguro a tutti voi di vivere fino in fondo nella vostra vita, sull’esempio e per l’intercessione del giovane fucino di Chieti, Dino Zambra».

Non so se sono riuscito a spiegare a questi giovani studenti universitari la crisi globale più lunga e terribile di quella del ’29, le temperie dei nostri giorni, i ricorrenti vizi italiani e la fiducia contagiosa da costruire con il coraggio della verità, ma di certo loro, suor Maddalena, la storia di Dino e le parole di padre Bruno, mi hanno fatto ritornare con il cuore e l’anima nel Casentino, sul monte della Verna, in una stagione della vita che mi ha dato il dono della fede e la gioia di un’Ave Maria cantata intorno a un falò. Quel dono è stato la mia fortuna e ha accompagnato, con alti e bassi, la vita degli studi, familiare, e del lavoro. Non pensavo di dovere venire a Chieti per rendermene conto.

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