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Un secolo in pochi decenni

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ELZEVIRO

Un secolo in pochi decenni

  • –di Salvatore Silvano Nigro
Fumatore incallito. Andrea Camilleri ha 91 anni
Fumatore incallito. Andrea Camilleri ha 91 anni

Cento è un numero tondo, che non è slegato dalla memoria letteraria. Richiama le cento novelle di Boccaccio; o le cento novelle scelte, nel Cinquecento, da Francesco Sansovino. Ci sono poi le centurie di Nostradamus e i «cento piccoli romanzi fiume» di Manganelli. Di un numero cardinale, la letteratura ha fatto una unità narrativa; e una misura per le biblioteche ideali dei cento libri da salvare, o che non si possono non leggere in un decennio, in un secolo, in un millennio. Il numero cento appartiene all’aritmetica, ma anche alle eccitazioni letterarie e alle necessità della cultura; e può dare le vertigini se segna il traguardo provvisorio, emozionante, raggiunto dalla produzione letteraria di un singolo scrittore. Con il romanzo L’altro capo del filo, Andrea Camilleri ha raggiunto questo traguardo. E dall’alto dei suoi novantuno anni, lui stesso guarda con sgomento a quel sipario di parole lungo cento libri che arreda la scena della sua vita spesa nell’impiego della scrittura.

I cento libri di Camilleri sono un ricco e godurioso giacimento di lingua e di motivi narrativi, continuamente riattivato dalle ristampe. Sono libri che non stanno fermi. Non muoiono. Continuano a vivere dentro lo spazio ecumenico predisposto per essi dalle traduzioni in quasi tutte le lingue del mondo, e dalle trasposizioni cinematografiche. Il numero cento non cancella le novantanove unità che lo precedono. Convive con esse. Ed è questa convivenza che fa dell’episodio un evento unico e prodigioso.

Non voglio nascondermi dietro un dito. La metà esatta di questi cento libri portano il marchio Sellerio. E se non per tutti, per moltissimi di essi chi scrive ha firmato le bandelle. Solo adesso mi rendo conto di avere accompagnato Camilleri in un percorso lungo pochi decenni che, con i cento libri prodotti, può vantare, paradossalmente, la densità di un secolo. Camilleri ha cominciato tardi a pubblicare. Come scrittore è più giovane dei suoi novantuno anni. Il centesimo libro era molto atteso. Tutti aspettavano la nuova indagine del commissario Montalbano. Per il piacere della lettura, sicuramente. Ma anche per una curiosità che, per rispetto, esitavano a dichiarare. Si chiedevano sommessamente come sarebbe risultata la «scrittura» di Camilleri reso quasi del tutto cieco dalla vecchiaia; come avrebbe fatto a tenere sotto controllo la macchina complessa della trama, con i suoi ingranaggi, con i suoi movimenti inaspettati, con tutte le sorprese di una lingua inventata, con i caratteri dei personaggi che non si accontentano dei loro ruoli fissi e forzano la mano dell’autore.

Per i novant’anni di Camilleri, il nostro Domenicale (6 settembre 2015) immaginò che Montalbano in persona si fosse presentato al suo inventore con un libro in mano. Il commissario aveva scelto bene il regalo di compleanno. Si era presentato al suo autore con in mano il saggio di Marc Augé intitolato Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, nell’edizione dell’editore Cortina. Camilleri deve avere apprezzato l’augurio e l’offerta se, più volte intervistato sui giornali e in televisione per l’uscita del suo centesimo libro, ha ribadito che la «vecchiaia non esiste». E c’era d’aspettarselo. Per onorare i suoi novant’anni, Camilleri si era fatto un regalo. Era andato in “pellegrinaggio” nella casa del Manzoni, a Milano. E vi aveva tenuto, senza uso di appunti (già non ci vedeva), una lezione avvincente sulla elaborazione «teatrale» delle varianti (tutte citate a memoria) nelle edizioni dei Promessi sposi. Il pubblico, composto anche da studiosi dell’opera di Manzoni, era rimasto estasiato.

La memoria di Camilleri è formidabile. E anche la sua «vista», nonostante la cecità. Non sembri un’affermazione assurda. Quandò arrivò sul mio tavolo il dattiloscritto del romanzo L’altro capo del filo, lo lessi d’un fiato. Sapevo che il libro era stato dettato da un «cieco» alla sua storica segretaria. E tuttavia lo trovai uguale ai precedenti Montalbano, nella tenuta stilistica e nel funzionamento della trama. Non rilevai nessuna discontinuità nel modo di «scrivere» di Camilleri. Mi sembrò perfettamente camilleriano, sostenuto dalla solita freschezza inventiva e dalla consueta responsabilità civile, oltre che da una matematica perfezione nell’avvolgimento della trama. La dettatura equivaleva alla scrittura. Mi convinsi che Camilleri aveva trovato il modo di vincere la cecità e di sconfiggere la vecchiaia.

Si legga attentamente il nuovo romanzo. Ci si accorgerà che Camilleri svela tra le pieghe del racconto il suo metodo di «scrittura», il suo «segreto». Da sempre Camilleri si scontra con Montalbano, sin dal primo romanzo della serie (La forma dell’acqua, 1994). Il personaggio incalza l’autore. Esige una biografia più completa, meno approssimativa; una più precisa certificazione di esistenza in vita. Vuole un’autonomia dal suo inventore. Non si accontenta della Forma dell’acqua. E costringe l’autore a correggersi, scrivendo Il cane di terracotta. Camilleri è consapevole delle proteste del personaggio, dei suoi dispetti, dei suoi piccoli ricatti. Ma qui, nel romanzo L’altro capo del filo, Camilleri prende addirittura lezione da Montalbano. È da lui che impara a «vedere» nel buio. Negli anni il commissario, per contrastare le angustie della vecchiaia, ha elaborato un suo sofisticato metodo. Chiude gli occhi. Pensa intensamente. Si «rappresenta» ogni cosa nella mente, come fosse un film. E «vede» ciò che altrimenti non potrebbe vedere: «Chiuì l’occhi, si concintrò profunnamenti. Po’ si sintì pronto, e tinenno l’occhi ’nsirrati per non farisi distrarri da nenti, si rapprisintò … la scena»: «Vitti … vitti …vitti».

Camilleri si è educato a vedere mentalmente i suoi romanzi, il grafico della trama, i gesti dei personaggi, le scene tutte. Ha una memoria di ferro. Non gli sfugge nulla, neppure il nesso apparentemente più insignificante. Vede. E detta alla segretaria il «film» che guarda: i teatrini che gli si accendono nell’oscurità. Dopo tanti anni di lavoro con Camilleri, la segretaria ha nel frattempo portato la sua residenza a Vigàta e si è impadronita del vigatese. Sa come scriverlo sotto dettatura. Si chiama Valentina Alferj.

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