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L’età buia della tecnologia

filosofi d’oggi / a colloquio con elijah millgram

L’età buia della tecnologia

  • –di Carla Bagnoli

Negli ultimi due secoli i processi di divisione del lavoro sono diventati sempre più pervasivi, profondi e più fluidi. La specializzazione si presenta oggi in una forma peculiare che rende molto difficile la coordinazione delle attività di esperti di discipline differenti. Questa è la tesi centrale dell’ultimo libro di Elijah Millgram, The Great Endarkenment (Oxford University Press, 2015). Millgram è Ericksen Professor of Philosophy alla University of Utah, dopo aver insegnato a Princeton University. È forse il più brillante degli allievi di Robert Nozick e certamente una delle voci più originali della sua generazione. Ha ricevuto prestigiose onorificenze: è stato nominato Guggenheim Fellow, Rockfeller Fellow al Centro di Bellagio, NationalEndowment for the Humanities Fellow e Fellow del Center for Advanced Studies in the Behavioral Sciences di Stanford University. È stato il primo a vincere il Gregory Kavka Memorial Prize per il miglior saggio in filosofia politica, nel 1999. Ha scritto saggi importanti su una quantità di temi disparati, ma si occupa principalmente di ragionamento pratico.

Iniziamo dal titolo: che cosa significa Endarkenment? «La rivendicazione più importante dell’Illuminismo riguarda l’autonomia: abbiamo il dovere di pensare per proprio conto, invece che accettare passivamente i dettami di una qualche autorità. La politica rivoluzionaria, il secolarismo, sono effetti secondari di questo ideale di autonomia. Oggi abbiamo interiorizzato l’ideale illuminista: le persone sono agenti autonomi, la cui prima responsabilità è prendere decisioni. Ma un effetto secondario molto importante dell’Illuminismo è che è sempre meno possibile aderire a questo ideale». Per Millgram siamo entrati in un’era buia, sebbene fortemente tecnologizzata.

La nostra conoscenza è sempre più dipendente dalla conoscenza di esperti. «Il problema è che non si può comprendere appieno ciò che sta dietro ai pronunciamenti degli esperti. Quando si applicano tali pronunciamenti come input del nostro proprio ragionamento non si può sapere se e quando sorgono dei problemi tali per cui un esperto dovrebbe dire «Fermi, c’è qualcosa che non va». Questo vuol dire che non ci si può fidare del proprio giudizio. «E siccome non ci si può fidare, ogni qual volta ci si affida ad un esperto non siamo nella posizione di compiere scelte buone». Ma chi conta come esperto? «I requisiti per contare come “esperto” variano in modo significativo secondo gli ambiti; e questo è parte del problema. In generale, gli esperti hanno una conoscenza superiore di un certo settore, un vocabolario più specializzato che le persone ordinarie non comprendono e hanno imparato a condurre la propria ricerca secondo certi parametri. Ci sono standard per ciò che conta come “risultato” e standard di valutazione di competenze e performance; ma ci sono standard anche per valutare molte altre cose, come il materiale, la strumentazione o la violazione di norme che valgono in modo specifico, in un certo ambito di ricerca. Inoltre, e questo è molto importante, ci sono criteri per valutare ciò che conta come una buona ragione per fare qualcosa o per identificare buoni argomenti e conclusioni valide. Naturalmente, per sviluppare criteri che regolano attività molto specializzate c’è bisogno di un vocabolario specialistico. Ciò significa che gli esperti lavorano osservando standard che le persone ordinarie non possono comprendere. Quindi quando queste ricevono consigli, informazioni o servizi da uno specialista non comprendono se tali prodotti sono davvero di qualità e perché. Ma perché allora accettare l’aiuto degli esperti?» C’è anche un problema ulteriore, nel caso che gli esperti non siano d’accordo. Infatti, spiega Millgram, «la ragione per cui diamo alle organizzazioni professionali un’autonomia così ampia è che gli esperti devono risolvere i loro disaccordi tra loro: sono gli unici con le competenze necessarie nel loro campo. Ma se non riescono a raggiungere un accordo o se contestano proprio i criteri di valutazione che regolano l’organizzazione professionale cui appartengono, i loro clienti non sono nella posizione di prendere decisioni bene informate su cosa fare». Allora diventa difficile distinguere tra decisioni informate dal parere di esperti e mera deferenza all’autorità. «Questo è il vero problema. Ci si affida a certi “segnali”, come l’affiliazione istituzionale o la certificazione di una certa associazione professionale, l’appartenenza ad un albo professionale, ma questi elementi non sono determinanti e anzi sono connessi in modo poco chiaro alla qualità dei prodotti. Nel caso in cui il sistema di controllo di qualità sia corrotto, per esempio, la corruzione può passare del tutto inosservata, proprio perché risulta invisibile a chi sta all’esterno del sistema».

Il problema non è solo filosofico, ma ha conseguenze pratiche perniciose. «Infatti, l’idea è che gli esperti determinano gli standard e quindi detengono un potere sociale e politico; e lo possono esercitare in modo arbitrario o, almeno, unilaterale». È qui che i filosofi possono essere di aiuto. «I filosofi hanno la preparazione necessaria per discutere in modo competente degli standard di valutazione – come funzionano, cosa prescrivono e come si scelgono in caso di disaccordo. I filosofi si occupano di costruire argomenti; anzi, è questa la loro attività principale. In questo senso sono in una posizione migliore di altri per affrontare il problema descritto sopra, ovvero che i criteri di valutazione e ciò che conta come buona ragione o buon argomento sono relativi all’ambito di specializzazione. Un esempio istruttivo è la controversia sul QI, esplosa negli anni ’70 e fortemente connotata politicamente. Si trattò, fondamentalmente, di un conflitto tra due tradizioni di ricerca differenti, che impiegavano tecniche diverse e quindi lavoravano su definizioni diverse del problema. Alla fine, non stavano discutendo dello stesso problema».

Quale conclusione si può trarre? «Il progresso intellettuale consiste nella scoperta che ciò che si riteneva conoscibile a priori non è affatto tale. Se la mia analisi della situazione presente è corretta, dobbiamo fare i conti con questa scoperta».

(2. Continua; la puntata precedente con il colloquio con John Broome è stata pubblicata sulla Domenica del 5 giugno scorso)

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