Domenica

E Bianciardi inventò il bibliobus

IL LAVORO CULTURALE

E Bianciardi inventò il bibliobus

Il mito di Luciano Bianciardi non può che venir rafforzato da questo studio di Elisabetta Francioni, di professione bibliotecaria dal 1983, così attento e specifico su una particolare attività dello scrittore toscano (“maremmano”), quella affrontata al ritorno dalla guerra di bibliotecario che molto credeva nell’emancipazione culturale del nostro proletariato. Non fu solo per necessità economiche e in attesa di meglio che egli si dedicò a un’impresa su parte della quale avrebbe poi affettuosamente ironizzato scrivendo quel bellissimo pamphlet autobiografico che è Il lavoro culturale, veridico documento dei sogni “pedagogici” della sinistra di quegli anni ma anche delle loro ambiguità, specialmente sul rigido fronte comunista. Occorreva aiutare un popolo a crescere, culturalmente e civilmente, dopo vent’anni di fascismo, due guerre mondiali, e secoli e secoli di analfabetismo, e ancora manca uno studio accurato dei diversi modi di “alfabetizzare” i nostri proletari elaborati dai cattolici e dai comunisti con più prepotenza e in modi più duttili e rispettosi dai socialisti e dai laici: non tanto una storia pedagogica quanto una storia culturale vera e propria, attenta alle teorie e alle pratiche, che si divisero anzitutto tra quelle “dall’alto” e quelle “dal basso”. (Solo di recente va prendendo forza negli studi storici, come altrove avviene da anni e anni, una corrente della contemporaneistica che non studia soltanto le grandi forze politiche ed economiche, ma le esperienze di intervento sociale e pedagogico di base, certamente minoritarie ma prive delle ambiguità e delle prepotenze delle maggiori, generalmente stataliste anche se per schieramenti diversi.)

Corredato da molte foto significative, questo saggio così “specialistico” si rivela anche un viaggio nella storia dell’Italia della ricostruzione rivelatore e appassionante, e presenta il duplice interesse di documento sulla gioventù di Bianciardi, prima della Milano del boom e della “vita agra”, e di documento sulle esperienze di risveglio culturale tentate anche dalle istituzioni, e in particolare da una delle più necessarie e benemerite di tutte, le biblioteche pubbliche. Bianciardi credette molto nel suo lavoro, visto non solo come un modo di guadagnarsi il pane quasi ideale, per un reduce che era anche un intellettuale in epoca di forte e generale disoccupazione. Egli fu peraltro tra i primi a servirsi in modo creativo di una prospettiva nuova, quella del bibliobus, come lo si chiamò, un povero camioncino-libreria da far girare nei paesi e nelle campagne e che altrove (per esempio in Emilia) era già un pullman attrezzato. Alla sua ideazione e al lavoro di convinzione sulle autorità Bianciardi si dedicò con fervore, come dimostra la sua corrispondenza “ufficiale”, e il lavoro di Bianciardi alla Chelliana di Grosseto divenne di modello e di sprone per altre consimili avventure. La parte forse più appassionante del saggio di Elisabetta Francioni è quella sui fruitori della biblioteca negli anni della direzione Bianciardi, documentata tra l’altro da un fraterno articolo di Carlo Cassola su un numero di «Comunità» del 1954: 700 lettori si fanno prestare 5.700 libri, con un indice di 7 libri l’anno pro capite in un Paese di 25mila abitanti, 40mila con le frazioni. «In testa alla classifica degli autori- scrive Cassola -, figura Moravia con 78 passaggi, seguito da Croce con 76, Hemingway con 69, Verne con 62, Pirandello con 55, Steinbeck con 52, Caldwell con 47, Conrad con 46, Maupassant con 43, Shakespeare con 41, Dostoevskij e Boccaccio con 39, Pavese con 38», giù fino a Calvino con 20. Considerando le opere, prima dei best-seller di Moravia o Hemingway compare un classico, Madame Bovary. Altrettanto appassionante è il resoconto sulle conferenze tenute nella biblioteca (Cassola, Dessì, Capitini, Volpicelli…) e quello delle “letture commentate” (le novelle di Boccaccia, Cecco Angiolieri, il Belli…), eccetera.

Il volume è corredato da brani del Lavoro culturale e della Vita agra e da articoli di Bianciardi del tempo: «Forse 800 frequentatori in un centro di 25.000 abitanti possono sembrare molti ma non bisogna dimenticare che tutti i 25.000 pagano le tasse e tutti hanno diritto a quel servizio pubblico».

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