Domenica

Raimondo Lullo ha avuto Eco

MISTICISMO

Raimondo Lullo ha avuto Eco

Raimondo Lullo. Il filosofo, scrittore e  teologo catalano, nato a Palma di Maiorca nel 1232 e morto nel Mediterraneo il 29 giugno 1316, qui ritratto da Riccardo Anckermann (XIX secolo)
Raimondo Lullo. Il filosofo, scrittore e teologo catalano, nato a Palma di Maiorca nel 1232 e morto nel Mediterraneo il 29 giugno 1316, qui ritratto da Riccardo Anckermann (XIX secolo)

Alla morte di Umberto Eco alcuni giornalisti, conoscendo il legame di amicizia che mi univa a lui quando vivevo a Milano e le sue frequentazioni della Biblioteca Ambrosiana che allora dirigevo, mi interpellarono sui contenuti dei nostri dialoghi. Molti temi erano, in verità, scontati, a partire da Tommaso d’Aquino, che era stato il soggetto della sua tesi di laurea e che era presente in quella biblioteca con un importante autografo della Summa contra gentes, per passare alla Bibbia e a questioni più specifiche di taglio culturale e religioso, nella consapevolezza della sua matrice cristiana e della sua straordinaria curiositas eclettica che con lui condividevo. Sorprendente per gli intervistatori era stata, invece, la mia segnalazione dell’intenso interesse di Eco per un affascinante autore medievale contemporaneo di Dante, Raimondo Lullo, nato a Palma di Maiorca nel 1232 e morto sulla nave che lo riportava in patria da Tunisi il 29 giugno 1316, quindi settecento anni fa (e recentemente ricordato su queste pagine da Maria Bettetini per un’edizione anche digitale delle sue opere).

Ebbene, Eco era appassionato di questo autore, di cui l’Ambrosiana possiede vari codici che ne trasmettono i molteplici scritti, e l’attrazione nasceva proprio dalla versatilità inarrestabile di questo scrittore catalano dotato di una mente geniale e insaziabile, dalla sua apertura al dialogo interreligioso, soprattutto con l’Islam, dalla sua sfrenata creatività e dall’inquieta esistenza che lo aveva spinto persino ad abbandonare la sua famiglia, la sposa Bianca Picany e i due figli, tanto da essere denunciato per abbandono del tetto coniugale. Da quel momento la sua vita fu un itinerario incessante: se si prova a leggere una sua biografia, si è colti da capogiro seguendo la mappa dei suoi viaggi da Maiorca a Parigi, da Montpellier a Roma, da Genova a Tunisi, da Napoli a Cipro, dall’Algeria a Pisa, da Vienna a Messina e così via, in una rete reiterata di ritorni e partenze.

Alle radici di questo pellegrinaggio ininterrotto, segno esteriore del movimento culturale e spirituale infinito della sua anima, c’era l’esperienza notturna del 1263 con l’incontro mistico – attraverso cinque apparizioni – col Cristo crocifisso che lo aveva inviato come missionario di luce e verità nel mondo, sulla scia di san Francesco ma anche dei mistici musulmani dervisci. Da quel momento in avanti la versatilità della sua mente gli permetterà di scrivere una piccola valanga di testi in arabo, in latino e in catalano. In questa che era la sua lingua materna compose quel gioiello che è Il libro dell’amico e dell’amato, 357 versetti (anche se nel prologo Raimondo afferma di averlo voluto dividere «in tanti versetti quanti sono i giorni dell’anno») di scrittura mistica e filosofica. A presentarne una traduzione molto limpida è ora Federica D’Amato, ma a comporre la premessa ermeneutica è uno dei maggiori filosofi spagnoli contemporanei, il catalano Francesc Torralba Roselló, un pensatore raffinato e “sintonico” col suo grande connazionale (la consuetudine di incontri e letture che ho con lui mi conferma costantemente la creatività della sua ricerca e la sua vicinanza ideale a Lullo).

Ma passiamo ora a queste pagine, poche ma folgoranti, pubblicate spesso come autonome ma destinate ad essere incastonate in un “romanzo” più vasto, il Blanquerna (più compiutamente Llibre d’Evast e Blanquerna), dall’architettura complessa e avente per protagonista un papa ritiratosi a vita contemplativa. La lingua catalana, che è ancora in culla, riesce a svelare già la sua originalità manifestandosi in tutta la musicalità e la freschezza dell’essere ancora primordiale e quindi dotata di una qualità quasi sperimentale. Come dice il titolo, il cuore dell’opera è nella relazione dell’amico, cioè il cristiano, con l’amato che è Dio: la metafora amorosa che funge da trama simbolica è ovviamente alimentata dalla Bibbia (chi non conosce il Cantico dei cantici?) ma anche dalla lirica trobadorica, con innesti della poesia francescana (Iacopone da Todi), della mistica agostiniana e persino della tradizione sufi. L’amore che regge questo abbraccio tra l’anima e Dio/Cristo non è, però, un mero sentimento: una sequenza ampia di versetti analizza, infatti, le tre potenze dell’essere umano – intelletto, volontà e memoria – nel loro salto amoroso nell’abisso di luce che è il Creatore.

Questa ascesa verso l’infinito e il trascendente, senza abbandonare il rigore di una ricerca razionale e spirituale, è delineata attraverso il ricorso a una policroma panoplia simbolica. Tutta la natura vegetale e animale è coinvolta, l’acqua assume il suo significato catartico e dissetante, la prigionia d’amore spinge alla lotta ma anche all’abbandono sul giaciglio d’amore, la veste acquista una valenza allegorica e così via. Ma è soprattutto la strada ad assumere un valore archetipico perché essa è la filigrana del pellegrinaggio dalle cose visibili verso l’Invisibile e l’Ineffabile divino. Commenta Torralba: «Le vie attraverso cui l’amico cerca il suo amato sono diverse, lunghe e pericolose. Tra queste troviamo la vegetativa, la sensitiva, quella dell’immaginazione, dell’intelligenza e della volontà. Le strade sono inversamente proporzionali all’intensità dell’amore. Più sono ampie, semplici e comode da percorrere, e più è “stretto” l’amore. Così più sono strette e disagevoli, e più l’amore si fa largo. Occorre liberarsi da tutto il peso dei beni, dei piaceri e delle preoccupazioni materiali per incedere leggeri sulla via dell’amore».

In questa scienza dell’amore, che è uno dei capitoli fondamentali della mistica e della stessa teologia, molte sono le leggi e le conoscenze necessarie, così come gli esercizi interiori e le opzioni etiche. La meta finale è, però, semplice e unica, luminosa e gloriosa ed è un’esperienza esistenziale destinata ad esaltare le straordinarie potenzialità dell’anima. Per questo la lettura dei versetti lulliani è aperta a tutti, credenti o persone in ricerca di un oltre e di un altro che stia di là del nostro limite ma che è disponibile all’incontro. E l’approdo è definito così da Raimondo nel versetto 204: «Amore, amare, amico e amato si unirono tanto intensamente nell’amato da diventare un solo atto in una sola essenza. E anche se diversi sono l’amico e l’amato, concordano senza alcuna contraddizione essenziale».

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