Domenica

Tutto quel Dago in tivù

I SANDALI DI HÉRMES

Tutto quel Dago in tivù

  • –di Gualtiero Gualtieri

Mercoledì scorso, con L’impero del Porno, è andata in onda l’ultima delle tre puntate di Dago in the Sky. È un fatto di tivù (ce ne saranno altre, nella stagione prossima) su cui poco può la critica televisiva perché ancor più, sfogliandone la struttura aperta – un flusso di visioni e frame dove lo stesso conduttore si fa frame e visione – urge René Magritte.

«Questa non è una trasmissione», solo questo si può dire. Questa messa in opera di Roberto D’Agostino – pur con maestria di montaggio, ricca di infografiche e sapienza registica – si nega, infatti, alla rappresentazione del feticcio per arrivare al punto.

Lo smartphone non è, dunque, uno smartphone, bensì altro: «Io sono la mia fiction» (è il tema della seconda puntata). Lo svolgimento è compiuto. Dritto al punto. E nessun filosofo, forte del cogito ergo sum cartesiano potrà applicarsi ancora d’ermeneutica a prescindere dal primo selfie, subito diventato virale: quello scattato da Ellen Degeneres quando, reclutando le star del cinema alla cerimonia degli Oscar nel 2014, imponeva un voltapagina nel passaggio dal Medioevo analogico al Rinascimento digitale.

D’Agostino, forte della sua speciale natura d’irregolare – coltissimo e popolare al contempo, perfino popolaresco – è l’unico a saper manovrare la contemporaneità per poi trovare, anche da un angolo remoto come la nostra Italietta, ciò che deve ancora arrivare. Nell’aggiornamento obbligato della Commedia – Infernet-Paradiso – tutto quel Dago in tivù offre alla terra di Padre Dante il punto massimo di anti-modernismo con scene che Gustavo Dorè avrebbe volentieri illustrato: c’è uno sparato in testa che non chiama i soccorsi ma si scatta un selfie. Silvia Ronchey, in un tassello, evoca una maledizione cinese e così spiega tutto: «Che tu possa vivere tempi interessanti».

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