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Libano raccontato con «laïcité»

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Libano raccontato con «laïcité»

È un libro coraggioso quello di Georges Corm, intellettuale e politico libanese, che ha attraversato molte fasi della tormentata storia del suo magnifico Paese. Dalla lunga Guerra civile che devastò il Libano dalla metà degli anni 70 alla fine del decennio successivo e vide l’intervento dei suoi potenti e cinici vicini: Israele e Siria, fino all’attuale stagione, in cui, paradossalmente, è il partito-milizia di Hezbollah ad aver giocato un ruolo chiave nella feroce mattanza siriana. Guerre civili entrambe «alimentate dalla religione», sia pur strumentalizzata a un uso improprio: nella lettura dei più è stato proprio il «ritorno del religioso» ad aver infuocato il pianeta e ad aver reso così intrattabili i conflitti che abbiamo attraversato a partire dagli anni Settanta del secolo scorso.

Ancora durante la Guerra fredda, del resto, accanto alla citata guerra civile libanese, intrecciata con l’infinito conflitto arabo-israeliano, è stata la resistenza dei mujahedin afghani all’invasione sovietica a trasportare la religione sulla grande scena delle guerre di cui noi, in Occidente, ci degnavamo di prendere nota. Poi la Bosnia, il Kosovo, e l’esplosione del Medio Oriente, prima e dopo l’11 settembre, con lo scontro “secolare” tra sciiti e sunniti, come chiave di lettura privilegiata della violenza intra-araba. Una chiave di lettura discutibile e rozza, neppure minimamente convincente a un’analisi appena un po’ più approfondita, ma soprattutto funzionale a chi vuole descrivere gli arabi e i musulmani come retrogradi, se non veri e propri “barbari”, per proporre alleanze “obbligate” in Medio Oriente a un Europa che, essa sì, ha conosciuto la realtà storica di feroci guerre di religione e dell’olocausto, salvo poi scaricare il maggior costo di questa sua ultima, terribile colpa sui palestinesi e poi sugli arabi tutti.

Corm, da bravo storicista marxista dovremmo osservare, ci riporta sul più solido terreno dei fatti e dei rapporti di forza che segnano il trascorrere, tutt’altro che quieto della storia, per demistificare spiegazioni troppo grossolanamente orientate politicamente e rifuggirne altre fondate su differenze pseudo-antropologiche, che alimentano il falso storico di una neo-tribalizzazione del Medio Oriente, per marcare l’irriducibile (e pericolosa) alterità degli arabi rispetto a noi.

L’autore ci ricorda invece che povertà, ingiustizia e sfruttamento sono le cause prime delle guerre e che questo vale tanto per noi “civilizzati” occidentali quanto per chiunque altro. La lettura “profana” che Georges Corm ripropone, com’è nel titolo originario francese, è tale in duplice senso. Da un lato sostiene con forza e in maniera convincente che non è necessario tirare in ballo il “sacro” per spiegare il passato e orientarci nel presente. Non c’è un “ritorno” del religioso, semplicemente perché questo non è mai del tutto scomparso dal proscenio della storia. Ma esattamente come capitava quando i moventi religiosi ci apparivano in via di estinzione dal corso delle vicende umane, anche oggi che parrebbe di osservare il contrario sono altre le cause profonde del corso degli eventi: cause economiche, cause politiche, lotta per il potere e rivendicazioni di uguaglianza e libertà. Ma è una lettura profana, quella di Corm, anche perché rompe l’ortodossia delle spiegazioni religiosamente orientate, in qualche modo deterministiche, che ci parlano di conflitti se non insolubili quanto meno molto più difficilmente “trattabili” proprio perché infiammati dalla religione. E invece non assistiamo ad alcuna evoluzione e a nessuna involuzione in ciò che spinge gli uomini (e le donne) a lottare gli uni contro gli altri o fianco a fianco.

Non tutti saranno d’accordo con le tesi di questo politico e intellettuale libanese cresciuto nella prassi e nei principi della tradizione educativa francese. Il rispetto e il rimpianto per il principio di laicità della Francia repubblicana che si respira nelle sue parole è probabilmente superiore a quello che avvertono persino molti abitanti contemporanei dell’Esagono e, in un Paese come il nostro, farà storcere più di qualche naso. Certamente, il venire da una terra devastata nel nome delle religioni e dei loro profeti armati, dove insistono Stati teocratici, luoghi santi e Stati “eletti” per un solo popolo ha contribuito a esasperare la sensibilità dell’autore per un tema così importante.

Il libro si compone di una serie di saggi realizzati nel corso degli ultimi anni e variamente aggiornati in occasione della sua originaria pubblicazione francese ed è arricchito, nella versione italiana, da una bella prefazione di Marina Calculli, che lo ha anche tradotto, e che rappresenta un vero e proprio “saggio aggiuntivo”. Di Corm sono usciti negli anni molti scritti, dedicati alla storia del Libano, ai conflitti mediorientali e alla “mondializzazione”. Questo suo lavoro ultimo si abbevera alle fonti perciò della riflessione di una vita e ci fornisce il ritratto di un intellettuale arabo per nulla appiattito sullo stereotipo contemporaneo, qualcosa che ci ricorda come, ciò che accomuna le due sponde del Mediterraneo, sia ben superiore a quanto le può dividere.

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