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Diva a occhi socchiusi

Cinema

Diva a occhi socchiusi

Stella Hollywoodiana. Elizabeth Taylor sul set del film «Il Gigante» (1956)
Stella Hollywoodiana. Elizabeth Taylor sul set del film «Il Gigante» (1956)

Ci sono vari modi di porsi davanti a figure sospese tra l’ordinario e il prodigioso quali sono le star cinematografiche, semidei di un’era appena tramontata. Jean-Paul Manganaro sceglie quello più estremo e forse l’unico capace di tenerlo lontano sia dal culto divistico che dalla tradizionale esegesi: l’identificazione. La decisione d’impadronirsi di un’esistenza fino a entrare nei pensieri più intimi e nelle fibre di un corpo mai abitato è una scelta coraggiosa. Se poi la carne e lo spirito sono quelli di una donna dalla bellezza toccante e dal destino segnato dalla lunga teoria dei personaggi interpretati, il compito da impegnativo si fa arduo.

Elizabeth Taylor è stata l’ultima diva a incarnare un canone di perfezione femminile e a provocare turbamento (tenerezza e desiderio a un tempo: celebri gli occhi socchiusi per allettare la voglia) in spettatori di lì a poco usi a consumare tutt’altro genere di figure divistiche. Ultima tra le stelle hollywoodiane a personificare intemperanze e ossessioni, alimenti di un motore che per decenni ha permesso a immaginario e reale di nutrirsi reciprocamente, l’attrice inglese, americanizzata non senza difficoltà, rappresenta come nessun altra splendore e volgarità di un’epoca, quella che dal dopoguerra s’insinua verso il moderno.

Scrittore a cavallo tra due culture - traduttore da un lato di Artaud e di Deleuze e di Gadda, Calvino e Bene dall’altro - critico letterario con incursioni cinematografiche, Jean-Paul Manganaro dedica a Elizabeth Taylor un testo anfibio sospeso tra il romanzesco e l’autobiografico (in questo caso un’ironica forma di finzione) denso e generoso, inaspettato anche per una penna affinata nel tempo come la sua. Si tratta di un viaggio penetrante, ora delicato ora violento nell’universo intimo dell’attrice non ricostruito ma reinventato con drammatica verosimiglianza e vampiresca possessione a partire da immagini feticcio (lo spazzolarsi lungamente i capelli, il sedersi con le braccia appoggiate sulle cosce e la testa tra le mani, l’accarezzare efefilico di seta, satin e organza, lo spingersi della mano sul membro maschile, il sognare a palpebre abbassate, il voler essere come si deve) perfettamente aderenti a una figura apparentemente fragile ma, a dispetto delle apparenze, consapevole di sé e del proprio ruolo di moglie, di amante e di madre.

Il punto di vista è quello di un occhio nascosto in un ipotetico specchio che segue incessantemente l’attrice riflettendone gesti e pensieri. La vita tortuosa e segreta di Elizabeth Taylor, spesso resa opaca e contraddittoria dalle cronache che si divertirono a farne ritratti quasi sempre derisori, si dipana così, in tutt’altra ottica, davanti al lettore: tutto ciò che avviene nella testa e nel corpo dell’attrice diventa materia per un racconto poetico e nondimeno lucido, sorretto da una scrittura tesa, puntuale, intrisa d’amore per il femminile - forse ancor più per il fasto femminile - giustamente venata della necessaria sessualità.

Pochissimi titoli, quasi nessun nome proprio - c’è Montgomery (Clift) ma non Richard (Burton) - nemmeno una data. Degli ottanta e passa film rimane l’eco profonda che sedimentando nel tempo ha reso acuta la sensibilità dell’autore, capace di connettere abilmente l’esotismo orientaleggiante di Cleopatra con la drammaturgia elegante di Tennessee Williams e di trasformare i famigerati capricci e ritardi dell’attrice in virtù afrodisiache, atte a riscattare la condizione implicitamente sottomessa di diva hollywoodiana. Manganaro non si tira indietro nemmeno davanti ai lutti e alle passioni della Taylor ma abilmente li metamorfizza e, attraverso ricordi e impressioni, li trasforma in fantasmatici eventi che, pur sottratti al regno dell’emozione immediata, non cessano di accrescere la sua solitudine e tormentare la sua anima. («È ossessionata dalle mani che le si posano ovunque sul corpo come se cercassero qualcosa di cui non sanno nulla»)

Scritto in terza persona questo questo roman- autobiographie (nell’edizione italiana, per altro ben tradotta da Massimo Fumagalli, scompare il termine romanzo, quello di biografia s’arricchisce di un articolo indeterminativo e il titolo abbandona il potere evocativo dell’originale Liz T. per un ben più prosaico Liz Taylor), non solo mette a nudo un cuore di donna, come solo la buona letteratura maschile sa fare, ma riesce nell’impresa di risarcire l’immagine dell’attrice attribuendole riflessioni e pensieri che con molta probabilità l’ambiente e le regole del gioco non le permisero a quel tempo di esternare.

Questo bel libro non è utile per rinverdire cinefilici ricordi può invece essere inteso come un percorso amoroso privo di rete in cui la tessitura della trama è affidata più all’abilità lirica dell’autore, esercitata persino con eccessivo accanimento, che alla logica degli eventi. Nella impari passionale contesa tra Jean-Paul Manganaro e l’ombra di Liz è lo scrittore a perdere padronanza di sé ma talvolta per la letteratura questo non è necessariamente un male.

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