Domenica

Per sempre «polemos»

PACE / MONDO CLASSICO

Per sempre «polemos»

Caino e Abele, Crono e Zeus, Ettore e Achille, non si dice nulla di nuovo ripetendo con Eraclito che «polemos è padre di tutte le cose». Il combattimento (all’ultimo sangue) è alle radici della civiltà che chiamiamo occidentale, la guerra è l’attività che ha dato linfa e vita al mondo greco, poi latino, poi cristiano.
Oggi che sembra inaccettabile non desiderare la pace, è più che mai utile una riflessione sulla naturalità del combattere e quindi sulla fatica della costruzione di una pace, un pace magari «perpetua», come quella per cui Kant indicava la via nell’opuscolo del 1797. Lungimirante, il filosofo di Köningsberg non si era proposto di studiare la guerra e le contese, quanto piuttosto di descrivere i passi necessari al raggiungimento e al mantenimento di uno stato di pace diffusa, secondo le più alte ragioni dell’utopia illuminista.

Prima e dopo di lui, infatti, si è con poche eccezioni preferito cercare giustificazioni alla guerra, piuttosto che lavorare sulla e per la pace. Da un lato l’evidenza della presenza della prima in tutti gli ambiti e in tutte le tradizioni, dall’altro la spinta a mettere a tacere i dubbi e le esecrazioni che inevitabilmente si accompagnano all’atteggiamento guerrafondaio, con maggiore o minor ipocrisia: da qui una guerra ora santa, ora giusta, ora umanitaria.
Così recita anche il titolo di un recente saggio di Aldo Andrea Cassi, antropologo e storico del diritto. Il volume, dalla scrittura essenziale e leggera, percorre il pensiero sulla guerra dei primi due millenni e mezzo della civiltà occidentale, intendendo con questa il mondo greco dai poemi omerici, quello romano sorto dal sangue di un fratricidio, e il loro variegato trasfigurarsi nella cristianità, che al principio ebbe un rifiuto assoluto per la guerra (era proibito anche il servizio militare), poi la considerò una necessaria arma di difesa, poi ne elaborò il ruolo di mezzo (sempre necessario) per l’apostolato, fino a ingarbugliarsi nei «dubbi di coscienza» dei re cattolici che incoraggiavano la Conquista, variamente risolti o rintuzzati, fino alle guerre «umanitarie» e alle istanze pacifiste di oggi.

Non c’è tuttavia traccia di fretta nelle pagine di Cassi, che, richiedendo solo una cultura storico-filosofica di base, consentono una carrellata dotata di profondità e buon senso, doti non frequenti da trovare insieme. Le bibliografie ragionate consentono di evitare la pesantezza di note erudite, mentre si segue con certa apprensione come il pensiero greco considerasse ineluttabile il dispiegarsi di una violenza in spregio al logos, come il pragmatismo romano invitasse a preparare la guerra in vista della romana pax, come il giusto nemico trasformasse in giusta anche la guerra.
Come fu difficile intendersi sulle religioni cristiane, come, poi, la presunta superiorità di una civiltà su un’altra abbia potuto giustificare invasioni, razzìe, genocidi, esportazioni coatte di libertà e democrazia. Cassi conclude con il richiamo della vittoria di Atena su Ares, la ragione sulla guerra.
Basterà? Non ancora, sembra rispondere la nuova edizione aggiornata di un testo ormai classico di Remo Bodei, che ai conflitti terreni vede come unica soluzione l’«ordine dell’amore»intuito da Agostino di Ippona (peraltro spesso chiamato a giustificare la giusta guerra): l’amore è soluzione dei dissidi, quindi apertura a un futuro di pace, ma è anche riscatto del male commesso e subito, in grado quindi di portare pace financo al passato.

Aldo Andrea Cassi, Santa giusta umanitaria. La guerra nella civiltà occidentale, Salerno, Roma, pagg. 172, € 13

Remo Bodei, Ordo amoris. Conflitti terreni e felicità celeste, quarta edizione riveduta e ampliata, il Mulino, Bologna, pagg. 254, € 14

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