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Duravcevic: «Sono un eremita felice, mi sento a casa solo nel mio…

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Duravcevic: «Sono un eremita felice, mi sento a casa solo nel mio atelier»

NEW YORK - Livido e pittorico come El Triunfo de Baco di Velázquez, arcano e incantatore come il Monastero di Ostrog nel Montenegro, il boccale dell'arte di Aleksandar Duravcevic è un fruscío teatrale che porta con sé pittura, fotografia, scultura, disegno e installazioni. Il suo studio da artigiano s'inarca in un quartiere di Brooklyn dove nel Diciannovesimo secolo immigrati irlandesi e norvegesi hanno fondato le loro chiese metodiste episcopali. A pochi passi, il porto, le ancore, gli attracchi.

Il portamento di Duravcevic somiglia a un falò; i capelli neri e di cenere lieve, alti alti per toccarsi col dito di Dio e accarezzare qualche Angelo serbo, smarrito sotto i bombardamenti. Anche il suo antro, il nido sembra immerso in una notte sovietica. Sepolto il sole, Aleksandar fa i conti con le facce del mondo. Le conta, una ad una. Il Montenegro, le milizie dell'ex Jugoslavia, l'accademia di Belle Arti. Dalla Croazia a Firenze. «Per me l'arte non è mai stata una scelta» esordisce. «A 17 anni volevo tenere in cura gli animali. Ho portato la mia sensibilità in America, prima con i master poi con il lavoro. Il Montenegro mi aveva già formato, conoscevo tutto l'800 francese, il disegno, la pittura, le misure reali. Ho sempre pensato che le idee funzionano nel disegno. Poi però il “concetto” lo puoi leggere o meno, perché non esistono una pittura e una scultura accademiche nel contemporaneo. Anche il figurativo è quasi addomesticato, oggi».

I lavori di Duravcevic sono ducati che scintillano un senso politico e civile, come Il popolo non vota, una serie di oggetti da costruzione messi al servizio dei muratori tutte le mattine: «I muratori diventano eroi - racconta Aleksandar - noi viviamo in un mondo costruito da operai, in fondo. Sono loro che stabiliscono l'ottica e l'architettura del nostro cammino. Sento un'impossibilità, se non un'implosione, della democrazia. La democrazia è un'illusione. In Montenegro, per dire “Il popolo non vota” usiamo la rima. Sottolineiamo la farsa».

Dal cemento alle aquile: spanati su un alto muro bianco ci sono i volti impettiti di aquile reali, «simboliche come tutti gli animali nel mondo», precisa l'artista. «Gli animali sono i simboli più primitivi, tanti nomi in Montenegro sono legati a totem e profezie/omen». Le aquile sono dei graffiti su carta nera, un unico graffito in polvere, nero su nero eppure «crea luce, perché l'economia dei mezzi è vitale, ci aiuta ad avere il massimo con poco». Come un olio su carta. «Siamo tutti artigiani». Le aquile ricordano Tito, Mao, i dittatori del mondo: «Quando ero nello Zimbabwe in aeroporto ho visto un'immagine di Mugabe sbiadita dal sole, l'effetto era lo stesso di un raggio-X. Un dio. I dittatori e gli imperatori sono aquile nell'aspetto ma l'aquila rappresenta anche la solitudine: nessuno è solo e melanconico come un'aquila. L'aquila è il re del cielo. E il re è solo».

Mostre alla Biennale di Venezia, New York, Montenegro: «Sono in questo studio da 15 anni e nonostante ami esporre le mie opere nel mondo, soltanto qui mi sento a casa. Quando lavoro non ascolto musica, lascio colare la luce naturale dal cielo: un eremita felice, tra un libro di Rilke e una pantera, che ho disegnato ispirato alla mia prima visita allo zoo di Belgrado, avevo 6 anni. Sotto le piume di fiocchi di neve, quasi senza barriere, mia nonna reggeva la mia mano attratta dalla pantera. Sono tornato anni dopo, quando facevo il militare, ero in divisa, non avevo mia nonna accanto, e ho ritrovato quegli occhi, quel muso. Mi ricorda la poesia Der Panther scritta da Rainer Maria Rilke nel 1902, tre stanze in cui si alternano identità e voci, maschile e femminile».

La sensazione umana, i pensieri, «una grande gabbia di legno nera, costruita nel 2008 e intitolata A casa di nuovo»: sono questi i tendini del corpo di Duravcevic. Le gabbie, i traumi della guerra tra il '91 e il '92 (“Avevo ventidue anni”), i sogni. «Era un gioco di scacchi, la guerra; i politici lo sapevano» ricorda Aleksandar. «Il Montenegro mi manca molto ma non riesco a pulir via un certo senso di inospitalità. Proprio come l'incipit di quel film francese del '69, Army of Shadows, diretto da Jean-Pierre Melville: le brutte memorie sono lì comunque, mi ricordano la giovinezza perpetua. Ecco, io mi sento così. Forse anche per via della mia famiglia: mio padre è un albanese cattolico delle montagne, mia madre una montenegrina ortodossa. Un matrimonio misto, piuttosto sofferto in anni di pulizia etnica. Io non sono mai stato religioso. Sono cresciuto in una società comunista; ora c'è un grande ritorno della religione ma del pensiero comunista non ne è rimasta più traccia. La dittatura di Josip Broz Tito non è stata forte come quella della Repubblica Popolare di Bulgaria o della Russia».

I colori che dominano negli occhi e nelle opere di Aleksandar sono i notturni: «Ho sempre dipinto in bianco e nero con un tocco di rosso. Il verde ha cominciato ad attrarmi un paio di anni fa. Nei miei drappeggi, creati a partire dalle buste della spesa, c'è qualcosa di sacro, di rinascimentale e drammatico». Improvvisazione? «Sì, spesso parto da uno sketch». Se a questo aggiungiamo urne gigantesche pensate per un progetto funerario monumentale chiamato Ogni giorno penso a te e tremo, il mondo di Aleksandar Duravcevic si fa percussione di vita, sacrificio e morte. Un eroe occidentale, senza confini.

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