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L’etica dell’«homo citans»

Scienza e Filosofia

L’etica dell’«homo citans»

Roald Hoffmann, classe 1937: vinse il Nobel per la Chimica nel 1981 grazie ai  suoi studi di chimica teorica sui meccanismi delle reazioni
Roald Hoffmann, classe 1937: vinse il Nobel per la Chimica nel 1981 grazie ai suoi studi di chimica teorica sui meccanismi delle reazioni

Fare calcoli di chimica quantistica è oggi una routine, ed è molto più facile che condurre esperimenti. Ergo, centinaia di articoli dedicati a strutture ipotetiche tridimensionali del carbonio elementare (delle quali conosciamo il diamante e la grafite) proliferano nella letteratura scientifica. Questi articoli proclamano enfaticamente i propri meriti, primo fra tutti la “novità”. Eppure metà di quelle strutture, pur belle che siano, sono già state pubblicate, all’insaputa degli autori, non per malizia, ma solo per pigrizia.

Questo è il triste risultato di una indagine condotta da uno degli autori (DMP), che, grazie all’aiuto di validi collaboratori russi, ha messo a punto uno strumento online, SACADA (sacada.sctms.ru), che raccoglie e confronta le strutture ipotetiche degli allotropi del carbonio.

Perché citiamo

«Siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca.»

In un classico di erudizione divertente e saggia, Sulle spalle dei giganti. Poscritto shandiano (Il Mulino), Robert Merton fa risalire le origini dell’aforisma che racchiude tutta l’importanza delle citazioni a Bernardo di Chartres, ottocento anni fa. Merton segue la traccia di svariati scrittori e luminari della scienza che ne hanno citato la fonte erroneamente, che non l’hanno citata o che hanno cercato di far passare l’aforisma per farina del loro sacco.

Noi si cita, e si deve citare. Come in una prima lista compilata negli anni Sessata da Eugene Garfield, fondatore della bibliometria e dell’Institute for Scientific Information di Filadelfia, lo facciamo

1. per continuare la tradizione accademica, per mostrare che siamo anelli in una catena di persone che rispettiamo e a cui facciamo riferimento. Anche se la scienza moderna si è votata al culto del “nuovo”, per noi la storia continua ad avere valore.

2. Per pura utilità; altri ci hanno fornito strumenti, dati, un sapere pregresso, e le conoscenze devono essere condivise. Le citazioni ci consentono di essere concisi e di minimizzare la duplicazione di risultati già raggiunti.

3. Perché desideriamo affermare la nostra credibilità professionale e parte del processo sta nel mostrare che sappiamo quanto è stato fatto in precedenza nel nostro campo di ricerca.

E in modo meno materiale, ma non meno importante, citiamo perché:

4. la nostra pretesa di novità convincerà solamente se è basata su un attento bilancio di ciò che c’è stato prima di noi. Le citazioni ci aiutano a controllare “l’angoscia dell’influenza”, per dirla con Harold Bloom. Ci preoccupa davvero l’originalità della nostra creazione.

5 . Le citazioni connettono il mondo, il nostro lavoro e quello degli altri. Diventiamo una comunità che attraversa le nazioni, un ponte tra ciò che ci divide. E…

6. Per un senso di giustizia. Può sembrare un criterio antiquato, ma dove saremmo senza di esso?

Robert Merton chiamava le citazioni la “moneta della scienza”, un altro modo di dirlo ci è stato suggerito da Mario Biagioli, l’autore di Galileo cortigiano (Einaudi) che all’Università della California, a Davis, dirige il Centro per gli studi scientifici e l’innovazione: la scienza è un bene comune, le citazioni sono la tassa da pagare per far parte della sua meravigliosa economia.

Reti a bizzeffe

In un saggio piuttosto lungo su Angewandte Chemie, approfondiamo le ragioni del citare, esaminiamo cosa dicono le nostre riviste e società scientifiche, entriamo nel dettaglio di due casi in cui le citazioni sono state particolarmente scarse, e proviamo a spiegare come andava fatta una buona ricerca delle fonti . Diamo alcuni suggerimenti su come comportarsi nel malcapitato caso in cui ci fossimo dimenticati di segnalare un riferimento importante, e l’autore offeso ce l’abbia fatto notare.

Uno dei due casi di amnesia da noi esaminato riguarda queste due reti:

4-c 3.65-npo 4-c 4.65-crb

Il primo, npo, è stato descritto come modello di un ipotetico composto di solo carbonio nel 2012, 2003, 1999, 1977 ma si può rintracciare a ritroso fino a un articolo di Heesh e Laves nel 1933. Il secondo, crb, è stato proposto nel 1988, ma era già presente nelle pubblicazioni di A.F. Wells, nel 1954. Alla fin fine la sua storia racconta una concatenazione che in tre decenni raggiunge quasi la complessità degli otto secoli accumulati dall’aforisma di Merton.

L’insidia della macchina

Come è potuto succedere, quando tutti dispongono di computer sempre più potenti e di strategici, arguti motori di ricerca come Google Scholar, SciFinder, the Web of Science, Scopus, che il processo di citazione sia fallito ripetutamente e queste strutture siano state descritte come nuove quando in effetti non lo erano? È troppo facile accusare una mancanza di educazione nell’arte della ricerca bibliografica, che nondimeno deve essere insegnata ai tempi di SciFinder così come lo era ai tempi dei Chemical Abstracts accumulati sui nostri scaffali.

Pensiamo che entri in gioco un fattore psicologico più complesso, derivante dall’interazione uomo-macchina: vediamo il potere dei computer nei calcoli ma anche nell’organizzare liste e testi. Ci lasciamo cullare dall’efficienza delle macchine e dimentichiamo che se immettiamo spazzatura - la nostra domanda mal formulata – ne esce spazzatura.

Di per sé il loro potere non basta, nella letteratura infatti quegli allotropi del carbonio c’erano già, e altri ancora, che non menzioniamo per non abusare della pazienza dei lettori. Come si addice al nostro tema, chiudiamo con una citazione di Robert Merton che afferma perché dobbiamo citare correttamente ed equamente:

«La nota bibliografica, il riferimento a una fonte, non è solo una cortesia aggiunta con un ornamento erudito. (Il fatto che possa essere usata, o abusata, in questo modo non ne cambia lo scopo principale.) Il riferimento assolve ad una funzione sia strumentale che simbolica nella trasmissione e nell’accrescimento del sapere. Sul piano strumentale ci fa sapere cose che non sapevamo prima, alcune delle quali potrebbero interessarci in seguito; sul piano simbolico registra in archivi perenni la proprietà intellettuale della fonte, dà una pillola di riconoscimento tra pari alla conoscenza in essa rivendicata, accettata o espressamente rifiutata che sia».

Traduzione di Sylvie Coyaud

Con un saggio dalle dimensioni inusitate uscito su «Angewandte Chemie», Homo citans e gli allotropi del carbonio. Per un’etica della citazione, i chimici Roald Hoffmann, Davide Proserpio e due giovani colleghi russi intervengono nella discussione sull’affidabilità delle pubblicazioni che, all’epoca del pubblicare o perire, non smette di agitare editori, autori, e revisori. Tutti deprecano l’influenza smisurata del citation index e dell’associato “fattore d’impatto” delle riviste scientifiche, due misure che risultano da un incastro di algoritmi, banche dati e altre proprietà intellettuali che tre settimane fa Thomson Reuters ha deciso di vendere per 3,5 miliardi di dollari a Onex e Baring Asia, un fondo di investimento cinese.

Gli amministratori degli enti di ricerca le usano come scorciatoie per valutare la validità di un candidato o di una richiesta di finanziamenti, e decidere carriere. Ricercatori di dubbia integrità ed editori “predoni” le gonfiano con vari trucchi, e se non ne sono capaci, servizi prevalentemente cinesi e indiani provvedono dietro compenso. Eppure, scrivono i due chimici in un sunto del loro saggio che hanno adattato per i nostri lettori, «noi si cita e si deve citare», per entrare nel mondo comune del pensiero, della cultura, per risparmiare tempo e doppioni. E per ragioni meno strumentali e interessate che forse andrebbero condivise da tutti, politici, letterati, cronisti (omissis) e scrittori della domenica

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