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L’impossibile ircocervo

Letteratura

L’impossibile ircocervo

Sfuggente. Nato in Francia nel 1950, Antoine Volodine è stato fondatore del «post-esotismo», corrente letteraria che mescola realtà onirica e politica. Ha scritto oltre 40 libri con diversi pseudonimi
Sfuggente. Nato in Francia nel 1950, Antoine Volodine è stato fondatore del «post-esotismo», corrente letteraria che mescola realtà onirica e politica. Ha scritto oltre 40 libri con diversi pseudonimi

«La Francia non è sexy». Con queste parole, si racconta, qualche anno fa un alto funzionario di una grande casa editrice bocciò un libro imprescindibile sulla cultura francese. Non è sexy: ossia non interessa (e dunque non vende). Era, peraltro, un’impressione diffusa, al punto che la migliore panoramica generale della cultura francofona negli ultimi quarant’anni, a opera del compianto Paolo Zanotti, esibisce come titolo Dopo il primato. Poi improvvisamente, nel giro di pochissimo, qualcosa è successo: Patrick Modiano ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, Pierre Dardot e Christian Laval si sono imposti come punti di riferimento internazionali di un nuovo marxismo, Thomas Piketty è diventato una star dell’economia, Emmanuel Carrère viene ormai riconosciuto come una delle voci più autorevoli della narrativa contemporanea, Annie Ernaux si è aggiudicata l’ultimo premio Strega europeo…

Nei lunghi anni dell’attraversamento del deserto a credere nella vitalità della Francia di oggi sono state soprattutto alcune piccole case editrici illuminate: Nonostante di Trieste (specializzata nel recupero dei classici del Nouveau Roman e dell’Ecole du Regard), Barbès di Firenze (poi Edizioni Clichy) e L’Orma di Roma. Proprio le ultime due hanno recentemente offerto dei primi assaggi dell’opera del più inclassificabile scrittore francese contemporaneo: Antoine Volodine, il cui Terminus radioso inaugura oggi un vasto progetto di traduzioni presso 66thand2nd (altri tre libri sono annunciati).

Volodine, classe 1950, non è propriamente un esordiente e arriva da noi già consacrato in patria e nel mondo, con decine di libri all’attivo pubblicati dietro molteplici pseudonimi. Verrebbe subito da aggiungere: come Pessoa. La comparazione, in effetti, sembra essere una strategia obbligata per presentare un autore così insolito, come se convenisse seguire il procedimento dei bestiari antichi davanti agli animali fantastici; si tratta, cioè, di far emergere il nuovo attraverso il noto. Come descrivere un unicorno? Come un cavallo con un corno sulla fronte. E una sirena? Come una donna-pesce. E un’arpia? Come una donna-uccello. Sino alle combinazioni più complesse (la chimera, per esempio: testa di leone su corpo di capra con coda di serpente).

Al primo incontro, i romanzi di Volodine possono produrre un disorientamento analogo – un effetto che, sia detto a titolo di merito, solo di rado la narrativa contemporanea è capace di produrre nei lettori. Ambientati in un remoto futuro, i suoi libri sono stati inizialmente associati alla fantascienza, prima che Volodine passasse a Les Editions de Minuit. Ma anche la nuova affiliazione rischia di produrre qualche equivoco, dal momento che “Minuit” è il simbolo del minimalismo francese mentre non c’è atteggiamento verso la scrittura più distante dal minimalismo di quello di Volodine. Si direbbe anzi che Volodine non sia attratto dall’Asia solo per le sue origini russe o per l’interesse nei confronti del buddismo, ma perché nelle sterminate distese dove si svolgono molte delle sue avventure vi è qualcosa di eccessivo, e perciò particolarmente adatto al gigantismo dell’intera sua opera. Grandi spazi, grandi tempi (le centinaia e le migliaia di anni come normale unità di misura) e grandi storie sullo sfondo di una Storia ancora più grande, chiamata a rimettere in scena le principali tragedie novecentesche: i campi di sterminio, lo scacco delle lotte rivoluzionarie, la degenerazione dell’utopia.

Già lo spunto di partenza di Angeli minori (recensito qui accanto, ndr) può dare un’idea degli inconsueti mondi narrativi di Volodine: l’ultimo uomo sulla terra è condannato a morte dalle vegliarde immortali che lo hanno creato e, proprio come nelle Mille e una notte, ritarda l’esecuzione raccontando brevi storie di un’umanità post-apocalittica degna di Beckett. Ma è Terminus radioso a prestarsi ancora meglio a descrivere lo spaesamento che accompagna il lettore che si accosta per la prima volta a Volodine. Nelle pagine iniziali del libro capiamo infatti di essere in un lontano futuro (cinquecento anni da adesso?), alla fine della lotta della barbarie capitalista (come la definisce il narratore interno alla storia) contro una risorta Seconda Unione Sovietica. A poco a poco, come in ogni romanzo di fantascienza che si rispetti, cominciamo a conoscere il futuro nel quale siamo stati proiettati. Ed è un futuro assai strano: perché, per esempio, sprovvisto di qualsiasi novità tecnologica, anzi aggiornato al massimo alla metà del XX secolo. Fucili, treni, trattori, persino giradischi a manovella. E tante piccole centrali atomiche: una per kolchoz (perché ci sono anche i kolchoz), ma quasi tutte collassate come altrettante Černobyl’, sino a rendere inabitabile gran parte dell’emisfero comunista. Il socialismo reale 2.0 si presenta infatti assai simile al primo, compresi i suoi orrori (vigilanza ideologica, realismo socialista, campi di lavoro…), ma senza quella vocazione per la commedia che Karl Marx associava alla Storia che si ripete: affinché gli uomini possano prendere più allegramente congedo dal proprio passato. Con Volodine, infatti, semplicemente non c’è congedo possibile (e viene in mente, di nuovo, Beckett).

A mano a mano che il libro procede e ci si fa l’impressione di capire dove Volodine sta andando a parare (il futuro come metafora del nostro recente passato, la nostalgia per le utopie del XX secolo e il rimpianto per un certo romanticismo rivoluzionario colto nella sua agonia), ecco che nuovi tasselli si aggiungono a sconcertare il lettore. Per esempio scopriamo che nel mondo di Terminus radioso i morti possono tornare dall’oltretomba attraverso speciali esorcismi e lo sciamanesimo della più antica cultura asiatica convive normalmente con il materialismo storico. Nel tentativo di catalogare l’inclassificabile Volodine nel bestiario della letteratura ci si trova così costretti a evocare nuovi nomi per dare conto dell’assurda serenità con cui i personaggi, allevati al più rigoroso scientismo sovietico, accettano senza battere ciglio sortilegi, possessioni, viaggi nell’aldilà. Realismo magico alla Garcia Marquez? Si è tentati di aggiungere anche lui a una lista già corposa.

Dunque, ricapitolando: le distopie classiche e il cosmo buddista, Pessoa e Beckett, Marx e García Márquez, (con una spruzzata di Lautréamont per i testi sciamanici). Se la ricetta di Volodine è questa, la condanna del suo progetto al fallimento appare scontata: troppo distanti e incompatibili sono infatti gli elementi che si vorrebbero fondere assieme. E invece, contro ogni attesa, ecco che l’impossibile ircocervo prende a poco a poco vita sotto gli occhi dei lettori, trascinati dalla trama di un romanziere che, pure, non sembra credere all’importanza degli intrecci, in un universo narrativo dove persino la morte non è condizione irreversibile.

Viene allora voglia di tornare all’immagine delle creature fantastiche di impossibile catalogazione. Secondo il De rerum natura di Lucrezio, la produzione di esseri contro natura sarebbe stata prerogativa della terra ancora giovane, quando le forme non erano ancora distinte una volta per tutte. L’universo narrativo di Volodine è fatto un poco così: liminale, postremo e – tuttavia – estremamente fertile, come all’inizio dei tempi. I riferimenti al Bardo de Il libro dei morti tibetano (lo stato della mente dopo la morte) che costellano la sua opera ne sono forse la prova migliore. Tutto è finito: comprese le storie (che non a caso, nei libri di Volodine, sono affidate principalmente a donne e uomini sul punto di morire o direttamente da una prospettiva postuma). Eppure, al tempo stesso, tutto è ancora qui con noi e può ricevere, imprevedibilmente, una nuova opportunità.

Tutto. Cioè? Cioè la vita, la rivoluzione, l’amore, l’utopia. Nonché, naturalmente, l’arte: come i lettori di Terminus radioso (che ci si augura numerosi anche in Italia) potranno constatare con facilità da soli.

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