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Finalmente il flauto è magico

Musica

Finalmente il flauto è magico

Malndrino. «Il flauto magico» alla Scala
Malndrino. «Il flauto magico» alla Scala

Fantastico il Flauto magico della Scala: lo spettacolo più bello della stagione. Nuovo e antico, stupendamente raccontato, per le orecchie e gli occhi. Soprattutto pieno di poesia. Immerso nella poesia, nel concetto romantico di “Zauberoper”, opera-magica: solo nella scintilla della magia, di possesso esclusivamente umano, risiede la forza per cavalcare e cambiare il mondo. È Peter Stein il timoniere del Flauto, incantato, il più filologicamente mozartiano mai visto.

In diversi momenti accade di sentirvi il respiro dell’ultimo Mozart: la notte, il disorientamento, la paura, ma anche la risata malandrina, le spallucce liberatorie, il “chi se ne importa”, tanto quel male profondo rimane. Con accanto le bizzarrie e i suoni astrali. La necessità di un buon padre. L’eterno femminile e i suoi abissi. Peter Stein per un anno ha lavorato per creare la Zauberflöte con gli allievi, under-30, dell’Accademia della Scala. In silenzio. Senza clamori preventivi, senza interviste. Il rischio era farne un saggio di fine anno scolastico. Invece ne è uscita una produzione di superiore professionalità, pignola come le vere opere d’arte (non eravamo più abituati a vederle alla Scala) con le luci fondamentali di Joachim Barth, le scene di carta dipinte di Ferdinand Wögerbauer e i costumi semplici, ben tagliati di Anna Maria Heinrich. Una lettura spontanea, ricca, trepidante. Dove si ride di infiniti dettagli, ci si commuove per gesti inaspettati.

Gli allievi sono di prima sfera, alcuni con un curriculum e le parti rodate altrove: Martin Piskorski, ad esempio, è un Tamino dal canto elegante, Pamina la piccola e fascinosa Fatma Said, Till von Orlowsky un Papageno che salta incredibilmente atletico e senza perdere il fiato, Monostatos, Sascha Emanuel Kramer, Sarastro, Martin Summer, la Regina della Notte, Yasmin Özkan, le tre Dame, Elissa Huber, Kristin Sveinsdottir, Mareike Jankowski. Insieme a loro, Il Flauto magico di Peter Stein incide un concetto fondamentale e perduto: l’opera è teatro, cioè intreccio, cioè corale gioco di specchi.

Sempre l’azione dell’uno viene qui osservata da un altro. Nessuno sta mai solo in palcoscenico. C’è un momento che riassume ed esalta questo dialogo costante, di un regista che ha tanto lavorato col mondo classico: l’Aria “Ach, ich fühl’s”, abisso di Pamina, l’Aria del suicidio. Ogni nota, ogni parola, sono lacrime e cristallo. Mozart scrive di Mozart. Lei non canta, solamente. Lancia un ultimo sogno e sa che è perduto. Lui non può rispondere, è vincolato al giuramento del silenzio. Sta buttato a terra, come un naufrago. Il principe è diventato un uomo. Di nascosto singhiozza. Sono fantastici i due, Fatma e Martin, lei snocciolata nell’articolazione esatta, nell’estensione, lui nell’eco del silenzio. Ma il vero gesto, assoluto, quello staglia questo momento tanto famoso dell’opera, come mai lo avevamo sentito, non viene da loro due.

L’arbitro è Papageno: seduto a terra, a tavola, sullo sfondo, è ben felice ancora una volta di appagare il suo primario desiderio esistenziale (mangiare, e con un piatto divinamente saporito). Spetta a lui buttare l’Aria nel gelo, farci toccare la fine. Il gesto è primitivo, infantile, facile: con la mano allontana il piatto da sé. Lo sposta in avanti. Proprio mentre Pamina canta “Tod”, morte. Restando poi fermo, immobile, di profilo. Lontano e inane, come di fronte alle tragedie, come tutti noi.

Suona piuttosto bene l’orchestra dell’Accademia, diretta da Ádám Fischer, peccato i corni. Ottimo il Coro. I parlati sono leggermente amplificati, estesi e anche un poco riscritti. Legati al canto, per raccontare oltre la storia. Perché non si dica più, che senza regia le opere sono più belle.

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