Domenica

Terrore schizofrenico

CHRISTOPHER BOLLAS

Terrore schizofrenico

Medico a quattro zampe. Dipinto di  un paziente psichiatrico di  un ospedale britannico  , Adamson Collection, Londra
Medico a quattro zampe. Dipinto di un paziente psichiatrico di un ospedale britannico , Adamson Collection, Londra

Christopher Bollas è una delle voci più carismatiche della psicoanalisi contemporanea. Con questo aggettivo voglio rendergli merito, ma al tempo stesso segnalare che quando la psicoanalisi diventa troppo carismatica mi preoccupo. I libri di Bollas sono quasi tutti tradotti: i primi da Borla (tra questi, L’ombra dell’oggetto, Forze del destino, Essere un carattere), i più recenti da Cortina (Cracking up, Il mistero delle cose, Hysteria). I suoi concetti - tra cui «idioma», «conosciuto non pensato», «oggetto trasformativo» - hanno fortemente influenzato la sensibilità clinica contemporanea. Col tempo, la vena letteraria della sua produzione saggistica si è sviluppata fino a raggiungere uno stile in cui estetica della narrazione e indagine psicopatologica sono divenute inseparabili. Non stupisce che abbia voluto cimentarsi anche con l’arte del romanzo (tre romanzi tradotti da Antigone Edizioni).

In questa nuova opera dedicata all’«enigma della schizofrenia», Bollas ripercorre e celebra i suoi 50 anni di attività con pazienti schizofrenici. Nella prima parte del libro prevale il racconto delle esperienze cliniche giovanili tra Stati Uniti e Gran Bretagna; la seconda parte, più vicina alla teoria clinica, propone una lettura psicoanalitica di fenomenologie psicotiche, per le quali conia espressioni come “feticcio schizofrenico”, “disabitazione psichica”, “empatia psicotica”; nella terza parte, infine, racconta le peculiarità del suo stile di analista di pazienti schizofrenici. Vignette cliniche più o meno articolate accompagnano le tre sezioni. In equilibrio tra casistica e autobiografia, Se il sole esplode può ricordare certi lavori di Oliver Sacks.

A modo suo è un libro coraggioso e controcorrente se pensiamo che, per molti professionisti della salute mentale, parlare di terapia psicoanalitica per schizofrenici è un ossimoro. Ancor più se pensiamo che quella di Bollas è una psicoanalisi a cinque sedute settimanali, skype e telefono inclusi, che può durare anni. Nel libro si parla poco di outcome e follow up di questi trattamenti lunghi e, immagino, costosi, la cui efficacia è testimoniata solo dal racconto di chi li esercita. Siamo all’opposto dell’approccio evidence-based, anch’esso peraltro non sempre adeguato per indagare l’efficacia dei trattamenti analitici. Per Bollas, comunque, un successo analitico si ha quando «la persona ha potuto prendere le distanze da allucinazioni e difese psicotiche», «è in grado di entrare in relazione con gli altri, funzionando secondo modalità non psicotiche e non soffrendo più il dolore mentale di essere schizofrenica». All’ipersoggettività di questo approccio, vanno affiancati due ingredienti di tutto rispetto: la passione e l’esperienza.

Dapprima tirocinante della University of California, poi terapeuta alla Tavistock Clinic di Londra, quindi supervisore in varie sedi cliniche internazionali, Bollas ha sviluppato intuizioni rilevanti sui comportamenti degli individui schizofrenici. Come lettore «addetto ai lavori» devo però aggiungere che, del suo approccio, un aspetto che mi lascia perplesso è una certa vaghezza diagnostica, che lascia confini imprecisi tra ciò che definirei vulnerabilità alla psicosi, scompenso acuto in paziente non psicotico, funzionamento psicotico, schizofrenia (o meglio schizofrenie).

Anche se il volume si conclude con una bibliografia ragionata, Bollas chiarisce che il suo libro non è un manuale, né uno studio sulle cause della schizofrenia («non ho una risposta in merito»), né un saggio scientifico sui risultati della terapia analitica con gli schizofrenici. Emerge però una particolare lettura evolutiva, che provo a sintetizzare: «essere un bambino significa sopportare per un tempo prolungato una condizione in cui la mente umana è più complicata di quanto il Sé possa normalmente sopportare». Non dipende solo dalle circostanze o dalla patologia dei nostri genitori o di altre persone, ma anche dalle nostre menti, capaci, «di per se stesse», di produrre contenuti in grado di sopraffarci. Paradossalmente, «per poter essere felicemente normali dobbiamo piuttosto cercare di istupidirci». Quando cedono le difese contro la complessità della mente, dice Bollas, «ci si può sentire sopraffatti da emozioni insopportabili. Il Sé soccombe. Nella posizione schizofrenica, l’integrazione del Sé nel confortante contenimento del quotidiano risulta violata, e la coscienza deve confrontarsi sia con la complessità dei processi di pensiero, sia con il materiale grezzo della funzione inconscia». Il sole esplode.

Contrario all’approccio medico alla condizione schizofrenica, Bollas propone il metodo della talking cure intensiva. Basare la terapia sui farmaci comporta il destino più triste, un’«incarcerazione psicotropa», non lontana da quella istituzionale dei vecchi manicomi. Perseguire come obiettivo unico quello della riduzione dei sintomi significa eliminare anche la dimensione umana della persona, che nella maggior parte dei casi è tutt’uno con i sintomi. «Sebbene la medicazione farmacologica possa dimostrarsi preziosa nel corso della psicoterapia – scrive –, niente è più utile, per uno schizofrenico, di un singolo impegno uno-a-uno da parte di un altro essere umano che si sia dato il tempo necessario e abbia sostenuto il training indispensabile per sapere come leggere questi pazienti, come stare con loro, come parlare con loro, come comprenderli».

Secondo Bollas, i comportamenti psicotici non sono privi di coerenza, ma sono il prodotto di un ragionamento terrorizzante, che risponde a regole di una logica precisa e spaventosa. Il terapeuta, empatizzando prima con il terrore prodotto da questi pensieri, e confutando poi le convinzioni deliranti (per esempio, «gli aerei quando atterrano si restringono», «le mie gambe in acqua si distorcono»), riesce a far diminuire l’angoscia e, nel migliore dei casi, a liberare i pazienti dal giogo delle loro macchine influenzanti, come le definì cent’anni fa lo psicoanalista geniale e suicida, Victor Tausk. In questo processo, secondo la visione ottimistica di Bollas, il terapeuta avvia una ristrutturazione della mente psicotica scissa, dando al Sé dissolto e frammentato la possibilità di riorganizzarsi. La paura di annichilimento si trasforma in fiducia intersoggettiva, in un graduale movimento in cui il paziente, dall’iniziale chiusura autistica o ostile, si muove verso l’umanità del terapeuta e inizia a provare curiosità nei suoi confronti. «Possono essere necessari mesi o persino anni […]. Ma se lo psicologo riesce a prendere in carico il paziente poco dopo lo scompenso, c’è una buona probabilità che la curiosità si sviluppi, e quando questo accade, è un importante passo avanti nella loro relazione umana».

La tempistica degli interventi è fondamentale: i risultati migliori si ottengono quando le terapie iniziano poco dopo il breakdown psicotico, cioè quando il paziente si trova nel periodo di massima vulnerabilità, ma è ancora immune da psichiatrizzazioni iatrogene. Quando il paziente è in questa fase, ciò che determina il vero sprofondare nella schizofrenia è non trovare un clinico capace di ascoltare. Capace di acciuffare il paziente prima che cada, per citare il titolo di un precedente libro di Bollas (Catch them before they fall, Routledge, 2013) ancora non tradotto in italiano.

«Alle persone sprofondate nella schizofrenia deve essere offerto molto tempo per parlare, per pronunciare la parola ’io’, per avvertire il ripristino del nucleo narrativo. Quando il paziente parla all’analista, il clinico collega stati emotivi a eventi reali e il paziente ha la possibilità di sentirsi ricontestualizzato, restituito al proprio Sé storico, potendo così evitare di inventare una nuova persona e un nuovo mito». Se il sole esplode, dice Bollas, il mondo non finisce. Noi lo leggiamo con rispetto e anche fascino, tuttavia consapevoli che, oggi il paziente schizofrenico può essere incontrato (e diagnosticato) in uno spazio terapeutico che non coincide, e non deve coincidere, né con l’uso coatto degli psicofarmaci né con una psicoanalisi troppo innamorata di se stessa e della sua onnipotenza salvifica.

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