Domenica

Ed Elia puntò all’Ordine

Religione

Ed Elia puntò all’Ordine

Prossimamente. Elio Germano   protagonista del film «Il sogno di Francesco» diretto da Renaud Fely e Arnaud Louvet . Nei cinema italiani dal 6 ottobre
Prossimamente. Elio Germano protagonista del film «Il sogno di Francesco» diretto da Renaud Fely e Arnaud Louvet . Nei cinema italiani dal 6 ottobre

Quanti sono i film ispirati alla figura di Francesco d’Assisi, dal muto in avanti? Almeno una dozzina, e nessuno memorabile a parte il Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini, ispirato bensì ai Fioretti e non alla storia. Tutto il resto è banale agiografia, escluse le forzature irrisolte dei due Francesco della Cavani, che di quel precedente tenevano conto ma volendo distinguersene per una lettura del personaggio ogni volta più estrema, attualizzata, ma non lontana nel primo caso (1966), quello più sincero, dell’insegnamento di Pasolini. D’altronde lo stesso Pasolini tentò il suo “fioretto”, nello stesso anno ’66, con l’episodio del frate Totò che predica ad Uccellacci e uccellini. Il Francesco rosselliniano (1950, scritto con Fellini, che ebbe molto da apprenderne) era diviso in episodi, e uno di essi, quello con Aldo Fabrizi grottesco e rozzo condottiero conquistato dall’ostinata nonviolenza di fra’ Ginepro, rimane tra le più forti immagini del Medio Evo che il cinema abbia saputo suggerire (si può rimproverare oggi a quel film solo un mediocre uso del doppiaggio). Rossellini non pretendeva affatto a una lettura storica del francescanesimo e del suo ispiratore, ma a un’adesione intima e convinta allo spirito dei Fioretti, che, secondo i canoni della modernità, tutto potevano dirsi fuorché realistici, pensati e nati nello spirito di una religiosità popolare e contadina, tra leggenda ed esempio.

Come si colloca Il sogno di Francesco di Renaud Fély e Arnaud Louvet nella storia, diciamo così, del cinema francescano? Rifiuta il candore rosselliniano-felliniano-pasoliniano, la tensione cavaniana, ma anche l’agiografia “saint-sulpicienne” alla Zeffirelli e l’enfasi dannunziana del cinema muto, e si accuccia soddisfatto nella logica tra didascalica e attualizzante delle versioni televisive e del loro linguaggio, più leccato che ispirato. Il buon uso che gli autori – un regista e il suo produttore, evidentemente insoddisfatto del suo ruolo – fanno del cinemascope e dello spazio avrebbe richiesto, per esempio, un uso non abituale del colore e del commento musicale, e una lodevole ed economica essenzialità nella scelta degli ambienti (colline boschive, mura e chiese medievali – le pietre come unico reperto d’epoca, come unica autenticità?) avrebbe meritato una immediatezza e semplicità anche dei costumi e una scelta dei volti e dei corpi non così “nostra”, irrimediabilmente segnati dall’appartenenza a questa nostra epoca, agli anni duemila.

E la sceneggiatura, la “story”? Sulla fondazione e la storia dell’ordine francescano e quella travagliata della sua regola, scritta da Francesco e modificata per volere del papa, si è scritto tantissimo, e si è anche tanto ricamato, tirandola spesso da una parte o dall’altra (o attualizzandola) a seconda della visione del francescanesimo che premeva agli studiosi affermare anche in rapporto, secondo quelli di appartenenza protestante, alla storia di una Riforma ancora lontana dal venire. E si è individuato nella figura di frate Elia colui che ha premuto e fatto di più per una regolarizzazione dell’ordine, per renderlo accettabile alla gerarchia ecclesiale, per farlo uscire, per dirla in termini politici, dalla spontaneità all’organizzazione. E sì, c’è anche stato chi ha fatto paragoni forzati, e ridicoli, tra Francesco ed Elia da una parte e, mettiamo, Lenin e Stalin dall’altro, come due poli di un’esperienza storica che si ripete, tra novatori rivoluzionari e normalizzatori burocratici o peggio.

La scelta di Fély e Louvet non è stata così drastica ma più saggia e mediana, e la contrapposizione tra Francesco ed Elia è nel loro film una sorta di gioco delle parti necessario tra le due istanze dell’ordine – quella del profeta e santo e quella del funzionario bensì fedele, anche se si preoccupa del ritorno alla realtà, del fare i conti con la realtà, non tanto del profeta quanto dei suoi seguaci. Perché l’ordine sopravviva al suo fondatore è necessario che l’ordine, e il suo stesso fondatore, della realtà tengano conto, e questa non è solo quella della chiesa del tempo (e forse di ogni “chiesa” di sempre) ma della istituzionalizzazione di ogni spinta radicale, rivoluzionaria. Ha vinto l’ordine (al punto che oggi, e mi sembra ben noto, i francescani hanno da troppo tempo uno scarso peso nella storia della chiesa, per non parlare del suo rinnovamento). Convince del film il rispetto per la figura di Elia, di fatto il vero protagonista – lacerato dal dubbio di far bene per la durata dell’ordine premendo sul santo e poi sostituendoglisi nel censurare (non riscrivere) la regola nei passi che sono i più vicini al Vangelo, fino al punto, a vittoria ottenuta, di tentare il suicidio. Questa forzatura storica ha, nelle intenzioni degli autori, una funzione didascalica forte, attualizzante, e il film, nelle loro intenzioni, dovrebbe vivere di questo scontro-incontro, di questo amore-distanza tra Francesco ed Elia.

Non era un’idea sciocca, ma avrebbe avuto bisogno di una sceneggiatura adeguata e di una regia più ispirata. Così com’è, si risolve in una giustificazione dell’impresa affrontata che appare più scolastica che profonda, anche se il rapporto tra Francesco ed Elia avrebbe meritato e ancora meriterebbe un Autore o degli Autori con la maiuscola. Prigionieri del nostro tempo, e della convenzionalità dei linguaggi del nostro tempo, essi trasferiscono sul passato le loro-nostre idee, i loro-nostri pregiudizi, ma ciò nonostante potevano forse darci qualcosa di meglio che un teatrino di idee gradevole e televisivo senza vero dramma. Manca loro una vera tensione o persuasione religiosa allo stesso modo che una vera tensione o persuasione “politica”. Una spia di questa banalità sta nella scelta dei protagonisti e comprimari del film: volti e gesti di oggi, volti e gesti, se così si può dire, benestanti. Quello più irritante perché il più contemporaneo (nostro) di tutti è quello così “borghese 2016” dell’attore che impersona Elia. Sempre vistosamente attori comunque, da accademica normalità odierna, nonostante i buoni sforzi di Elio Germano per immettere un po’ d’anima nel suo Francesco.

(Il film da fare, oggi, dovrebbe forse occuparsi del Francesco nostro contemporaneo, del suo immane coraggio e della sua maggiore contraddizione, che è quella di volere e dover essere il Francesco che salva, dal basso, una chiesa periclitante e contemporaneamente il Francesco che sta a capo dell’istituzione. Come se, nella scena giottesca del sogno del papa, Francesco e il papa avessero lo stesso volto, fossero lo stesso attore, la stessa persona).

© Riproduzione riservata