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Lo stupore dell’internauta Herzog

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riflessi nel grande schermo

Lo stupore dell’internauta Herzog

«Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi» di Werner Herzog Oriente e telefonini
«Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi» di Werner Herzog Oriente e telefonini

Guarda un po’, suonerebbe così in italiano la prima parte del titolo originale di Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi (Lo and Behold, Reveries of the Connected World, Usa, 2016, 98’). La seconda suonerebbe invece Sogni a occhi aperti del mondo connesso. Questo c’è, nel film-documento del grande Werner Herzog, lo stupore, lo spaesamento, la meraviglia. E c’è la sua vocazione all’eccesso, la sua spericolata apertura all’immaginario “inimmaginabile”. Non si tratta, qui, solo di nomadi e vagabondi estremi come in Aguirre furore di Dio (1972), Fitzcarraldo (1981), Grizzly Man (2005). Questo suo viaggio nella realtà e nel mito di internet si avvicina di più a quello fantasticato in L’ignoto spazio profondo (2005), in continuo, precario equilibrio fra l’attesa di una catastrofe e la fascinazione per quello che ne potrà venire.

Diviso in dieci capitoli, da Gli inizi a Il futuro, il film si apre sulle immagini di un enorme, antiquatissimo “cervello elettronico”, che uno dei suoi padri, Leonard Kleinrock, guarda con tenerezza e nostalgia, quasi accarezzandolo. «Questa macchina all’interno è talmente brutta – dice –, che è meravigliosa». Ed è lì, nelle sue viscere tecnologiche ormai patetiche, che nel lontano 1969 – esattamente il 29 settembre, alle ore 22,30 – nacque il primo “nodo” di internet, a lungo rimasto l’unico. Poi, nei decenni che seguirono, da quel nodo si sviluppò una rete, anzi la rete. E in questa rete oggi siamo tutti presi. Lo siamo a tal punto, che ci viene spontaneo scrivere Internet con la maiuscola, come se fosse il nome proprio di un superindividuo o di una divinità onnivedente e onnipotente.

Di questa divinità Herzog esplora splendori e orrori, portenti e minacce. Tra gli intervistati – protagonisti, eroi o vittime dell’epopea di internet –, ci sono gli entusiasti e ci sono i pessimisti. Qualcuno immagina un tempo in cui saranno le macchine a imparare per noi, e proprio correggendo i loro sbagli, ma con il vantaggio che ogni loro “correzione” diventerà patrimonio di tutte le altre macchine, diversamente da quel che capita agli esseri umani. Qualcuno invece trova orribile un mondo governato da questa “razionalità” fredda e sicura, impermeabile alle preoccupazioni morali, che per definizione sono felicemente aperte al dubbio. In ogni caso, notano altri, la rete e i suoi nodi non fanno e non faranno che seguire le indicazioni dei loro umanissimi creatori.

C’è molto altro, nel viaggio internautico di Herzog. Ci sono, per esempio, la crudeltà e l’infamia che si fanno forti dell’anonimato promesso e offerto dalla rete. Come ogni strumento umano, anche il web può esaltare non solo il meglio, ma anche il peggio di chi lo usi. Ma non occorre pensare alle ignominie “postate” in Facebook per essere pessimisti. Neppure occorre pensare a quella nuova forma di guerra che già adesso viene combattuta con strumenti informatici, ora dai gruppi sovrannazionali che ci dominano (o anche contro di loro, come fanno gli hacker, nuovissimi pirati), ora dagli stati in conflitto. A giustificare il nostro pessimismo, e a trasformarlo in angoscia, basta immaginare che la rete venga “bruciata” da una catastrofe indipendente dall’azione umana, e da essa incontrollabile, magari da una brillazione solare come quella detta Evento di Carrington, che nell’estate del 1859 interruppe per 14 ore i collegamenti telegrafici. Con una tempesta geomagnetica uguale, o più potente, che cosa resterebbe del nostro modo di vivere? Non ci sarebbero più comunicazioni e interconnessioni e l’universo tecnologico umano collasserebbe.

Questo va scoprendo il nostro curioso internauta cinematografico. E poi, aggiunge, il pianeta Terra non è che un niente perso in una galassia persa in una profondità sconfinata. Siamo così di nuovo a Fitzcarraldo, ad Aguirre, al Timothy Treadwell di Grizzly Man. E siamo all’Herzog dello stupore e della meraviglia di fronte alla terribile sconfinatezza dell’inimmaginabile. E ai sogni a occhi aperti, per quanto mi-naccino d’essere incubi.

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