Domenica

Presagi di cieli senza stelle

DANZA

Presagi di cieli senza stelle

Putiferio rabbioso. «Nicht schlafen» (foto di Chris Van der Burght)
Putiferio rabbioso. «Nicht schlafen» (foto di Chris Van der Burght)

Subito affascinati, a Torinodanza, dalla scenografia di Nicht Schlafen di Alain Platel, - un fondale chiaro strappato qua e là, come tela di Burri, o Kounellis - con al centro tre enormi carcasse di cavalli rese scultoree da Berline de Bruyckere - ci ritroviamo intrappolati in un paradosso efficace. La drammaticità autobiografica e apocalittica, alle soglie della finis Austriae, delle Sinfonie di Mahler, non tutte, e mai complete nella scelta di Steven Prengels, arrangiatore di taluni estratti (dalle numero 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7), lenisce un habitat ancor più tragico e brutale.

La comparsa di uno dei nove interpreti dei Ballets C. de la B. - tutti uomini, una sola donna - con un lungo bastone, quasi una lancia in resta, da il là a una serie infinita di conflitti a due a tre, a quattro. E son botte vere, con sputi, strappi dei già lacerati costumi buttati all’aria proprio sullo struggente e intatto Adagetto dalla quinta sinfonia. Quand’ecco che questi interpreti arabi, ebrei dalla strana kippà, africani, ed europei (impeccabile l’italiano: Dario Rigaglia), si lanciano in ensemble corali all’unisono e con tecnica accademica perfetta girano, si lasciano andare in cambré, invocanti pietà forse solo dalle sfaccettature della musica.

Due quasi gemelli, seduti schiena a schiena nuda, si difendono da un putiferio rabbioso in cui si alzano pugnali, ci si issa l’uno sull’altro con cattiveria. I loro piccoli gesti delle mani a terra si notano come se fossero le uniche attrazioni. E lo stesso accade allorché un dito, una mano, un braccio, un corpo intero s’infilano lenti tra un cavallo e l’altro, prima che uno dei destrieri venga issato da corde verdi, e si posino bende sopra gli occhi animali, quasi si volesse risparmiar loro lo strazio di un corpo seminudo. Anticipa tale martirio, una Pygmee Song, in proscenio: dettata da due africani, impone campanelli ai piedi, ritmi allegri. È una magnificenza di movimenti naturali, anche solo di un testa voltata all’indietro lasciando il corpo sgusciate e libero.

Tanta serenità quasi sospinge un duetto d’amore ma poi la danzatrice fugge entro un buco nero del fondale quando ha inizio lo scempio della vittima inerme, sottoposta ad angherie e violenze percepibili sulla nostra pelle di spettatori e con orrore. La donna sopraggiunge dalla sua “tana”, là in fondo, per soccorre il malcapitato gettato a terra come un cencio, ma a un abbraccio segue un suo duro colpo sul dorso del martire. Nessuna compassione: in questa guerra la vita conta meno di tre cavalli imbalsamati. Tuoni e suoni di natura si incuneano nei silenzi e la fine tornerebbe rasserenante grazie alle danze etniche dei due neri e al canto collettivo, se non subentrasse ancora la paura.

C’è chi si massaggia il cuore, chi “muore”; gli africani buttano coperte, altri si esibiscono in agrodolci acrobazie. L’Adagio dalla Quarta Sinfonia trasforma il dolore in cinerina melanconia: il danzatore martoriato abbraccia quasi eroticamente uno dei cavalli. La natura, se potrà essere ancora viva e vitale, è risorsa di sopravvivenza. Lo è pure nell’ipnotico e stupefacente Auguri di Olivier Dubois: altro debutto a Torinodanza. Il coreografo francese più geniale di oggi, ancora per il 2017 affiliato al Ballet du Nord, ha giocato sull’ambiguità del titolo, sulle felicitazioni ma anche sul ricordo di quegli àuguri (dal latino augur), capaci di interpretare la volontà degli dei osservando il volo degli uccelli.

Nella buia creazione di Dubois i volatili sono ventidue interpreti cui spetta correre in continuazione per lo più da soli, talvolta in coppia, con velocità diverse e naturalezza personale, dopo aver passeggiato lungo corridoi notturni poi dischiusi per trasformarsi in quattro parallelepipedi sormontati da tiranti incrociati e illuminati. Eloquente, come nella pièce di Platel, la scenografia: nei suoi pertugi i corridori si affastellano e s’accavallano per poi ritrovarsi dentro quei parallelepipedi trasparenti, sempre più ammassati, contorti. È però il radicale utilizzo linguistico della corsa perfettamente strutturata in tondo, in un verso e nell’altro, ma anche in sfoghi centrali improvvisi, a fare di Auguri una pièce superlativa, necessaria a una lettura del presente, almeno quanto il pur rutilante Sylphidarium del Collettivo Cinetico (creazione per Torinodanza su cui torneremo) ci è parso solo decorativo.

Auguri termina con gli interpreti stremati sopra i parallelepipedi, quasi liquefatti ma vivi a interpretar presagi di un cielo senza stelle.

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