Domenica

Gesti pieni di significato

sordita’ e lingua dei segni

Gesti pieni di significato

La famiglia Bélier. François Damiens e Karin Viard nel film di Eric Lartigau (2014)
La famiglia Bélier. François Damiens e Karin Viard nel film di Eric Lartigau (2014)

La lingua dei segni, abbreviata in LIS, veicola i significati attraverso un sistema codificato di segni delle mani, del volto e del corpo ed è utilizzata per comunicare tra persone sorde e con persone sorde. Benedetta Marziale (Istituto Statale per Sordi di Roma) e Virginia Volterra (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR) hanno raccolto in un pregevole volume contributi di autori, sordi e udenti, su un argomento molto più ricco di quanto potreste pensare. Molte sono infatti le prospettive e le competenze: ricerca linguistica, neuroscienze, bilinguismo, costruzione sociale della sordità, autodeterminazione, rapporto tra lingua, diritti e minoranze.

Nell’introduzione al volume, Roberto Cubelli, prende spunto dal film La famiglia Bélier per sottolineare come la LIS sia «una vera e propria lingua, capace di veicolare idee ed emozioni, di unire le persone e di esprimere l’identità e la storia di un’intera comunità». Non si tratta infatti di una semplice “gestualità”, ma di una lingua con struttura formale, repertorio lessicale e regole morfologiche e sintattiche. Che cambia nel tempo e presenta specificità culturali e varianti nazionali. La LIS non va pensata come uno strumento clinico per compensare un deficit, ma come una vera lingua. Sul cui riconoscimento giuridico è in corso da anni un articolato dibattito.

Un po’ di storia: il 13 dicembre 2006 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Cinque articoli citano esplicitamente la LIS: come forma di comunicazione (art.2); mezzo di inclusione (art.9); garanzia di libertà e accesso alle informazioni (art. 21); strumento di educazione (art.24); espressione dell’identità culturale (art.30). L’Italia ha ratificato la convenzione delle Nazioni Unite ma, complice qualche caduta di governo, non ha ancora riconosciuto la lingua dei segni italiana (c’è un disegno di legge del Ministero della solidarietà sociale quando ne era titolare Paolo Ferrero).

Oltre all’iter parlamentare, che ci auguriamo, magari grazie anche a questo libro, trovi presto il suo esito positivo, anche il dibattito tra addetti ai lavori presenta aspetti contrastanti (già affrontati da Virginia Volterra nel numero monografico «Chi ha paura della lingua dei segni?» lanciato nel dicembre 2014 dalla rivista «Psicologia clinica dello sviluppo» edita da il Mulino). C’è ancora chi, infatti, giudica la LIS un ostacolo al superamento della sordità e al pieno inserimento nella vita sociale. E chi, invece la considera un’opportunità per realizzare di un diritto individuale e collettivo. Perché, conclude Cubelli, «non c’è libertà senza la piena possibilità di comunicare e accedere a ogni forma di informazione».

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