Domenica

Il Concilio che fece «Istoria»

paolo sarpi (1552-1623)

Il Concilio che fece «Istoria»

Concilio di Trento. I padri conciliari riuniti nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento
Concilio di Trento. I padri conciliari riuniti nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento

«La materia dei libri par cosa di poco momento perché tutta di parole; ma da quelle parole vengono le opinioni del mondo, che causano le parzialità, le sedizioni e finalmente le guerre. Sono parole, sì, ma che in conseguenza tirano seco eserciti armati». Questa considerazione s’adatta metaforicamente al suo autore, il frate dell’Ordine dei Servi di Maria Paolo Sarpi, nato a Venezia nel 1552 e morto nel 1623 nella stessa città, che egli amò e che lo protesse da quella Curia romana da lui tanto detestata. Eppure a Roma egli era vissuto tre anni come Procuratore del suo Ordine, nettamente consapevole della necessità di una riforma ecclesiale e quindi fiero avversario di papi, cardinali e curiali, al punto tale da essere vittima a Venezia nel 1607 di un attentato da lui imputato a mandanti vaticani: tre pugnalate che gli guadagnarono l’aureola di quasi-martire.

Figura versatile, alla fondamentale opera di storico unì anche la speculazione filosofica ostile però al dialogo tra fede e ragione, tra natura e trascendenza (è la grazia che rivela e che salva, per cui l’uomo è «un mortale che non muore» solo per dono divino). Consapevole di questa duplicità di campo, non esitò tuttavia a inoltrarsi nelle scienze, dedicandosi alla fisica, alla matematica e alla medicina (fu precursore della scoperta della circolazione venosa), divenendo anche corrispondente di Galileo. La convinzione della netta distinzione tra potere civile e sfera ecclesiastica, le cui autorità e magisteri non potevano sovrapporsi, fu la stella polare sia della sua azione pubblica, sia della sua ermeneutica storiografica che ebbe come capolavoro gli otto libri, con un totale di 67 capitoli, dell’Istoria del Concilio Tridentino.

Essa viene ora riproposta coraggiosamente in tre tomi dall’editore Aragno in una pubblicazione che non è propriamente una novità critica perché riproduce il testo curato da Corrado Vivanti nel 2000 per l’Istituto Poligrafico dello Stato (lo stesso studioso aveva approntato una prima edizione dell’Istoria nel 1974 per Einaudi). A curare ora l’opera – che è macchiata qua e là da qualche refuso – è l’italianista Ugo Dotti che offre ampie introduzioni di taglio didascalico, in stile accademico, con sintesi minuziose dei contenuti. Che l’opera, pomposamente definita come «l’Iliade del secol nostro», fosse anche noiosa ne era consapevole lo stesso Sarpi che confessava il rischio della «sacietà [sazietà] nello scrittore» e del «tedio nel lettore»: «Tengo per fermo che quest’opera sarà da pochi letta et in breve tempo mancherà di vita, non tanto per difetto di forma, quanto per la natura della materia».

In realtà, l’Istoria – pur con la sua netta e radicale prospettiva interpretativa antiromana degli eventi ecclesiali (l’unico prelato “riformista” a lui caro, il cardinale Giambattista Castagna divenne papa Urbano VII per soli 12 giorni dal 15 al 27 settembre 1590) – risulta preziosa per le fonti a cui lo storico attinse: le testimonianze dirette e documentarie dei Padri conciliari, gli archivi di famiglie patrizie e della cancelleria della Serenissima, le attestazioni di amici francesi e inglesi, la bibliografia già prodotta. Il suo angolo di visuale è, comunque, chiaro: il Concilio doveva essere uno strumento politico col quale il papato riprendeva in mano, dopo la bufera della Riforma protestante, le redini del potere ecclesiale e si collocava con un nuovo profilo sullo scacchiere dei vari governi europei. Proprio per questo le discussioni teologiche di grande impatto per la vita pastorale successiva della Chiesa non vengono da Sarpi approfondite ma filtrate attraverso la lente di un’analisi costantemente destinata a inseguire e a colpire le velleità assolutistiche dei papi.

È scontato, allora, che l’opera dovette essere pubblicata nel maggio 1619 a Londra con lo pseudonimo “Pietro Soave Polano”, anagramma di “Paolo Sarpi Veneto” e che il successivo novembre dello stesso anno essa cadde subito sotto la mannaia dell’Indice. Ma ormai l’Istoria, con la seconda edizione a Ginevra del 1629, aveva iniziato il suo itinerario di diffusione attraverso le versioni in latino, in francese, in tedesco e in inglese. L’impostazione a tesi rende certamente lo scritto unilaterale, così come non mancano le inesattezze e le parzialità. Tuttavia, oltre al rilievo della documentazione a cui sopra accennavamo, è significativo l’approccio contestuale che non è solo diacronico: la narrazione, infatti, parte nientemeno che dal 1500, con l’avvio del secolo, senza ignorare il rimando ai concili del passato di cui il Tridentino è il XIX, e approda al marzo 1565. Importante è anche l’approccio internazionale così che assistiamo alla sfilata non solo dei papi e dei vari cardinali, legati papali e vescovi ma anche a quella dei sovrani (c’è persino Enrico VIII col suo divorzio da Caterina d’Aragona), dei grandi riformatori come Lutero e Zwingli, delle diete assembleari decisive come quella di Norimberga, Augusta e Smalcalda e la registrazione di molteplici intrecci politico-religiosi.

Come ha dimostrato uno dei maggiori storici moderni del Concilio, l’austriaco Hubert Jedin nella sua imponente Storia del Concilio di Trento in quattro volumi (Morcelliana 1973-82), quell’evento fu capitale soprattutto per il suo influsso teologico-pastorale, nonostante l’impostazione iniziale tendenzialmente apologetica di un cattolicesimo scosso dall’istanza della Riforma luterana. Dopo tre convocazioni andate a vuoto, fu Paolo III, il nepotista e “dissimulatore” Alessandro Farnese, con la bolla Laetare Jerusalem del 1544 a indire l’assise a Trento indicando tre oggetti tematici: il superamento della controversia col protestantesimo, la riforma della Chiesa e la liberazione dei cristiani oppressi dai musulmani. Il Concilio si aprì soltanto alla fine dell’anno successivo, il 13 dicembre 1545, con soli 31 vescovi. In dieci sessioni, dal 1545 al 1547, furono approvati testi importanti sulla Bibbia, sul peccato originale, sul battesimo e la cresima.

Frattanto il Concilio era stato trasferito, l’11 marzo 1547, a Bologna. Fu il successore di Paolo III, Giulio III, Giovanni Maria Ciocchi del Monte, a far proseguire l’assemblea nella città emiliana dal 1551 al 1552 coi decreti sui sacramenti dell’eucaristia, della penitenza e dell’estrema unzione. I delegati protestanti, però, abbandonarono l’assise e le circostanze politiche indussero a sospendere questa fase tridentino-bolognese. Fu solo nel 1560 che Pio IV, il milanese Giovan Angelo Medici, impose la ripresa: essa si svolse a Trento nel 1562-63 e vide l’approvazione di una fitta serie di atti conciliari riguardanti l’obbligo di residenzialità dei vescovi nella città di elezione, il carattere sacrificale della Messa, i sacramenti dell’Ordine e del matrimonio, il purgatorio, la venerazione dei santi, le indulgenze, i seminari.

L’impronta conciliare tridentina fu decisiva nei secoli, soprattutto attraverso i frutti successivi come il Catechismo, il Messale e il Breviario, l’edizione ufficiale della Bibbia Vulgata, la Professio fidei, le norme per la formazione seminaristica e così via. Proprio per questo la ricostruzione sarpiana, pur significativa, non rende ragione della complessità degli atti e dei fermenti che percorsero quell’arco storico-religioso conciliare quasi ventennale e le sue conseguenti ramificazioni post-tridentine che, per certi versi, ancor oggi perdurano. Non è, allora, condivisibile lo scetticismo finale del servita veneziano secondo il quale quello di Trento, come gli altri concili, più che sedare riuscì solo a inasprire le contese teoriche e pratiche.

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