Domenica

Il giullare Bellman redivivo

dalla svezia

Il giullare Bellman redivivo

Dario Fo ebbe il premio Nobel nel 1997. Secondo la motivazione dell’Accademia di Svezia, per mettere «in primo piano la ricchezza multiforme della letteratura», poi per l’«arguzia», la «creatività», l’eccellenza dell’attore, il riscatto della dignità e l’esaltazione dell’umile. La scelta suscitò polemiche, ma Fo era candidato dal 1975. Bastava essere stati fuori dai nostri confini per scoprire che, in molti teatri d’Europa e altrove, le sue opere erano molto rappresentate e non certo in italiano.

Le ragioni culturali del riconoscimento a Fo - il cui comico/tragico si volge a una liberatoria satira del potere e delle sue sicumere - sono però ben altre che il successo internazionale di publico. Se in Italia la tradizione comico-umoristica è stata spesso reputata minore, non così è accaduto in Svezia, che può vantare una tradizione di letteratura “giullaresca”, di poesia e satira moderna, dalla fine del Settecento e nel segno di Swift. Il padre della Modernità è qui Carl Michael Bellman, i cui versi e musiche sono popolari e memorizzati dalle persone colte e incolte. Bellmann fu poeta e satirico multiforme; un giullare moderno per versi e musiche da lui stesso interpretati con virtuosismo mimico. Nelle sue Fredmans Epistlar (Epistole di Fredman, 1790) e Fredmans Sånger (Canti di Fredman; 1791), variano rime e ritmi, concretezza plebea ed eleganza del lessico, accenti arcadici e gotici; risaltano la parodia biblica, il comico e l’elegia, l’idillio, un realismo in veri quadretti scenici.

Non a caso, il caricaturista e autore satirico Albert Engström fu nell’Accademia svedese dal 1922 al 1940, anno della sua morte.

Lars Forssell fu uno dei grandi fautori del Nobel a Fo. Celebrato poeta, critico e autore di cabaret e di teatro (pure di drammi storici influenzati da Brecht), Forssell era sensibile all’impegno civile. Il suo teatro, i suoi testi poetici (e le canzoni interpretate ad esempio da Leo Ferré e dai Malta) sono ricchi di tensioni ironiche e aforistiche, di slittamenti dal tragico al comico fino al grottesco e viceversa, in un gioco di immagini fra gnomico e surreale, suggestioni della pittura e della danza, teatro dei burattini e mondo dei clown. Forssell aveva caro Charlot come emblema del buffone o del folle che, nel suo profilo da marionetta, rappresenta i sentimenti, i desideri, gli inganni, lo scacco dell’uomo del Novecento: la perdita di identità, la morte, inseparabili però dalla riaffermazione della vita e della fiducia.

Il teatro di Fo coinvolge lo spettatore, lo provoca, lo fa divertire, reagire, pensare; magari gli insegna nell’orma del «teatro didattico di Brecht», come si legge ancora nella motivazione. Negli esiti migliori il suo teatro è festa delle tradizioni e gioia di riscoprirle e farle rivivere, giacché il passato è morto per i morti di oggi, non per i vivi che vogliono andare avanti e costruire il futuro per sé e per gli altri. In Fo gli svedesi hanno visto Bellmann redivivo; il giullare, buffone, menestrello che si muove fra più arti, fra oralità e scrittura; che ha creato un antico linguaggio nuovo come il grammelot: paradosso di un discorso che risulta compiuto attraverso il confuso, puro, flusso vocale e musicale di onomatopee, suoni indistinti, parole reali. È stato insomma premiato, in Fo, l’autore, l’interprete, il regista, lo scenografo-musicista, il rivitalizzatore delle tradizioni popolari. Un classico.

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