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La Grande Bellezza delle scatole Brillo Box

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l’approfondimento

La Grande Bellezza delle scatole Brillo Box

Scriveva Arnold Gehlen in L’uomo delle origini e la tarda cultura (1956): «Se un settore della cultura si giustifica come esclusivamente fine a se stesso, è possibile – e si è già verificato spesso – uno sviluppo pericoloso: che la società lo mantenga ancora in vita, ma non si attenda più nulla da esso. La filosofia e le arti figurative hanno ormai pressoché raggiunto questo stadio. Questi settori della cultura sono allora costretti o a divenire rumorosi e a vivere provocando l’opinione pubblica, come fecero inizialmente espressionisti ed esistenzialisti, o a parlare con voce sommessa e a isolarsi, traendo da sé i propri motivi».

A quali di questi due generi appartiene Warhol? Al genere di chi urla o a quello di chi sussurra? All’artista infervorato, tutto manifesti e torte in faccia, o al silenzioso asceta di una religione misteriosa? Al genere Marinetti o al genere Morandi? A ben vedere (e questa è la sua singolarità nell’arte del Novecento), a nessuno dei due.

Urlare, certo, non urla; quello è piuttosto l’atteggiamento di Duchamp, che provoca con i suoi ready made cercando di convincere (e ci è riuscito sin troppo bene) che qualunque cosa può essere un’opera d’arte. Ma – sebbene sia una tesi che è stata sostenuta da un filosofo autorevole come Arthur Danto – si avrebbe torto a pensare che le opere di Warhol sono ready made. Non lo sono affatto.

Come sappiamo, in La trasfigurazione del banale (1981) Danto considera per l’appunto la Brillo Box (che è fatta apposta, non è di cartone ma di legno, non contiene pagliette per pulire le pentole, è molto più grande dell’originale) come un ready made. La cosa di per sé non è molto importante, si sono commessi errori più grandi e più gravi. Però è interessante perché ci segnala un altro punto su cui spesso la boria dei moderni tende a ingannarsi. In effetti, una delle conquiste di cui i moderni sono più fieri è la capacità di dire addio alla bellezza, che va bene per i sarti e i designer, non per gli artisti. Ora, siamo sicuri che sia così? Proprio il caso della Brillo Box costituisce un controesempio difficile da aggirare.

Esattamente come la Pietà di Michelangelo (e diversamente dall’orinatoio o dallo scolabottiglie di Duchamp), la Brillo Box è fabbricata per essere un’opera. Lungi dall’essere un oggetto trovato e messo in mostra con un gesto nichilistico, è al contrario e letteralmente (visto che se ne aumentano le dimensioni) la magnificazione di aspetti della nostra vita, della vita delle società di massa e della pubblicità che ci vuol dire: «Guarda come è bello il tuo mondo, guarda che splendore, come sono belle quelle scatole».

Perché in effetti le scatole sono belle; quella delle pagliette Brillo, poi, è stata pensata da un artista importante e sfortunato, James Harvey, diviso tra l’espressionismo astratto e il design commerciale. Sono belle perché vogliono sedurre, ed essere comprate, proprio come belle (il canone assoluto all’epoca) sono Liz Taylor e Marilyn Monroe. Siamo oltre la bellezza? Chi vuol crederlo, lo creda.

Dunque, Warhol non ha urlato. D’altra parte, non ha nemmeno parlato con voce sommessa, non si è isolato in una forma di ascesi autoriflessiva. Non c’è niente di meno concettuale delle opere di Warhol, che in effetti sono sensualissime, devolute alla venerazione delle divinità moderne (quelle che con così grande esattezza sono state definite “dive del cinema”) o alle forme del potere e del terribile (Mao e la regina Elisabetta, la sedia elettrica e il Vesuvio).

Queste figure non sono diverse da quelle di Afrodite, Minerva, Zeus o Augusto: rivestono la medesima funzione numinosa, sono potenze di questo mondo. Ve lo immaginate Warhol a dipingere un bevitore d’assenzio, un covone di grano, o anche un muro giallo sotto il cielo olandese? Ve lo immaginate a dipingere i soggetti di Hopper? Troppo poco, troppo debole, sono cose da Esercito della Salvezza.

Ma, se non ha né urlato né sussurrato, che cosa ha fatto Warhol? Ha venerato. Ha espresso la sua infinita tenerezza per il mondo in cui viveva, proprio come i pittori olandesi del Seicento. Il mercato del pesce, le nature morte, i fiori e i frutti, i tulipani sono la quotidianità della vecchia Amsterdam, una quotidianità troppo dimessa rispetto alla forza delle confezioni dei supermercati, delle immagini a Time Square, dell’Empire State Building venerato in un film di otto ore – e che sono la quotidianità della nuova Amsterdam.

L’ironia è che anche nel caso di Empire c’è qualcuno che ha pensato che si trattasse di un ready made. Tanto varrebbe considerare ready made le piramidi di Giza. Uno scolabottiglie, un orinatoio, una ruota di bicicletta sono objets trouvés: l’Empire State Building non è un oggetto (se con questa espressione intendiamo, come suggeriva, e a ragione, il filosofo John Austin, «un articolo da emporio di modeste dimensioni), e soprattutto non è trouvé.

Non ci si imbatte nel grattacielo imperiale come ci si imbatte in uno scolabottiglie. E se le dimensioni della Brillo Box o della Zuppa di pomodoro Campbell’s appaiono troppo modeste, si provvede, per l’appunto, a magnificarle, ossia, dicevo, a farle diventare più grandi, affinché chi guarda possa capire quanto contano, e a capire lo splendore del mondo che rappresentano.

Anche qui, c’è qualcosa che non può mancare di far sorridere. Al suo apparire, in Europa, le opere di Warhol vennero interpretate da molti come una critica della società dei consumi. Sembrava inconcepibile che un artista, un intellettuale, un rivoltoso professionale potesse essere al tempo stesso un consumista, un patriota, un innamorato del suo mondo.

Invece era proprio così. Dieci anni prima che Robert Venturi e Denise Scott-Brown esortassero gli europei a imparare da Las Vegas, Warhol aveva già detto l’essenziale: che cosa c’è di più bello di quelle immagini di sogno fatte per sedurre, vendere, attrarre? che cosa c’è di più mitico, di profondo e di radicale, di quei sogni sognati da milioni di persone?

Nessuna nostalgia di Miková, in Slovacchia, la città dei suoi genitori; piena adesione, invece, al Nuovo Mondo che lo ha riconosciuto, rendendolo ricco e famoso. Le opere di Warhol rappresentano un mondo di oggetti e di potenza che ormai a noi sfugge, ma che doveva essere chiarissimo a una generazione da poco uscita dalla guerra, e che aveva identificato i liberatori con i pacchetti di Lucky Strike, le Razioni K, le tavolette di cioccolato e il rock’n’roll. Ma quale trasfigurazione del banale? Quegli oggetti di tutti i giorni e noti a tutti sono la Grande Bellezza.

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