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Ora la finanza rischia di rimanere al «verde»

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Ora la finanza rischia di rimanere al «verde»

Narrano le leggende della Borsa che un giorno del 1929 (l’anno della famosa crisi di Wall Street) il finanziere Joseph Kennedy (padre del futuro presidente John Kennedy) vide un lustrascarpe che, mentre lucidava, parlava anche della Borsa e di come avesse investito qualche soldo nel mercato azionario. Mancava poco al grande crollo e Kennedy padre – raccontò in seguito – fece una riflessione: «Se anche i lustrascarpe giocano in Borsa, vuol dire che è tempo di uscire dal mercato...». Riporto questo lontano episodio per introdurre un discorso che ha fatto di recente Mark Carney, il canadese che è oggi Governatore della Bank of England. Un discorso che è incentrato sulle conseguenze dei cambiamenti climatici: riscaldamento globale e dintorni. Ma cosa c’entrano le Banche centrali con i cambiamenti climatici? Beh, diciamo che se anche i Governatori delle suddette si occupano del problema, vuol dire che bisogna davvero prenderlo sul serio...

Il terreno d’elezione delle cure “bancocentrali” era ed è la moneta, la stabilità dei prezzi. Ma, specialmente dopo la Grande recessione, le Banche centrali hanno aggiunto alle loro cure anche la stabilità finanziaria. Una stabilità che non riguarda solo le banche, che da molto tempo sono già sorvegliate dalla Banca centrale stessa o da altri regolatori pubblici. Nel tempo si è andato formando, fuori dalle banche, un “sistema finanziario ombra” che non era regolamentato, formato da banche d’investimento e altre società finanziarie. E, senza che nessuno se ne fosse accorto, questo sistema finanziario ombra era cresciuto fino a essere, almeno in America, anche più grande del “sistema finanziario al sole”. Adesso le regole stanno cambiando e la sorveglianza si è estesa anche a quelle società. Ciò che è più importante, le Banche centrali si sono addossate il compito di mantenere non solo la stabilità dei prezzi, ma la stabilità dell’intero sistema finanziario.

Allora, tornando al nostro assunto, cosa c’entra il sistema finanziario con i cambiamenti climatici? Ci sono tre canali attraverso i quali i secondi influiscono sul primo. Ma prima di descrivere questi tre canali, guardiamo a due paradossi indicati da Carney.

Primo paradosso: «Il futuro sarà il passato». Cosa vuol dire? Vuol dire che il riscaldamento globale è una tragedia che si staglia all’orizzonte lontano, una tragedia che impone un costo alle generazioni future, senza che vi sia oggi un incentivo diretto a che la generazione presente risolva il problema (anche se è di ieri la notizia di un nuovo accordo tra 150 Paesi sul taglio dei gas refrigeranti: si veda il servizio a pagina 17). Ogni operatore, dalle imprese alle Banche centrali, agisce entro un certo orizzonte temporale: uno, due, dieci, venti anni? Ma il riscaldamento globale (RG) va al di là degli orizzonti entro i quali vengono fatti i piani operativi. Una volta che l’RG venga a minacciare, attraverso i canali che diremo, la stabilità finanziaria, sarà troppo tardi per contrastarlo (cioè per limitare a 2° l’aumento delle temperature medie del pianeta). “Il futuro sarà il passato”, allora, vuol dire che il passato, cioè quel che stiamo facendo (o non facendo!), ha già segnato il futuro.

Secondo paradosso: “il successo è il fallimento”'. Di nuovo, cosa vuol dire? Supponiamo che, per contrastare le emissioni di CO2 che portano al RG qualcuno inventi il motore ad acqua. Da un giorno all’altro avremmo dato un grosso taglio ai cosiddetti gas-serra e avremmo registrato un grosso successo nella lotta contro il RG. Ma cosa succederebbe delle società petrolifere, dei Paesi che traggono i loro redditi dal petrolio, dei trasporti con petroliere, dei distributori di benzina, di tutto l’indotto di questi settori? Ci sarebbe un massiccio “riprezzamento” di tutte queste attività, con fallimenti a catena che minaccerebbero la stabilità finanziaria.

E veniamo ai tre canali. Il primo è quello dei “rischi fisici” – i disastri naturali, come tifoni e inondazioni, legati all’incedere del RG – e concerne principalmente il mondo assicurativo. Per ora, le assicurazioni riescono a contenere il rischio, avendolo, con preveggenza, inserito nei loro modelli. E ogni anno i premi sono rivisti, per tener dietro a una possibile maggiore frequenza degli eventi negativi. Il che ha indotto il leggendario Warren Buffett, il finanziere americano attivo anche nelle assicurazioni, a dire che il suo business non è minacciato dal RG. Tuttavia, man mano che la frequenza dei disastri aumenterà, grosse fette di case, terreni e fabbriche rischiano di diventare non assicurabili, a meno di aver dietro una garanzia pubblica. Il che non è una buona ricetta per un business assicurativo che vorrebbe crescere...

Il secondo canale è il “rischio da responsabilità”. Coloro che si ritengono danneggiati dai cambiamenti climatici potrebbero portare in giudizio coloro che ritengono responsabili, il che potrebbe causare, se acceso e diffuso, tremori finanziari. Questo tipo di azioni diventerà più frequente, man mano che il RG avanza, e già adesso ci sono stati casi di imprese portate in giudizio da investitori privati, che adducevano come queste imprese non avessero esposto, nei loro piani di business, i possibili effetti avversi da RG.

Il terzo rischio, che si collega al secondo paradosso di cui sopra, sta nel “successo” della transizione in corso verso un’economia a basso carbonio. Questi rischi di transizione non hanno bisogno del “motore ad acqua” di cui sopra: basta un troppo rapido passaggio verso forme rinnovabili di energia, che porterebbe a una rivalutazione verso il basso di molte attività, con grosse ripercussioni finanziarie. Ci sono già stati casi in proposito: il valore (la capitalizzazione) dei quattro più grossi produttori di carbone negli Usa è calata del 99% dalla fine del 2010, e tre di questi hanno chiesto il fallimento. Ci sono stati simili drammi, anche se non così acuti, per fornitori di energia in Germania, che pure sono più diversificati.

Carney propone, per gestire questi rischi, un piano di “finanza verde”, che deve partire dai maggiori Paesi (il G20). Promuovere, da una parte, flussi di capitale che vadano a investirsi in progetti a lungo termine in Paesi ad alta intensità di emissioni nocive. Questo incoraggerebbe la stabilità finanziaria, assorbendo quell’eccesso di risparmio che c’è nel mondo (perché la gente ha paura di spendere) e facilitando più alti tassi di interesse così da migliorare la stabilità macroeconomica. E, allocando capitali a tecnologie verdi, si incoraggerebbe una crescita sostenibile. Questo piano è di tanto più importante in quanto la crescita nel mondo (vedi il grafico accanto) continua a deludere le attese.

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