Domenica

Madre, universo inafferrabile

«Moeder» dei Peeping Tom al «festival aperto» di Reggio Emilia

Madre, universo inafferrabile

”Moeder”, Peeping Tom. Foto di Alfredo Anceschi
”Moeder”, Peeping Tom. Foto di Alfredo Anceschi

Moeder (Madre), dei magnifici danzattori, circensi, acrobati Peeping Tom, è la seconda parte di una trilogia sulla famiglia; dopo Vader (Padre, 2014), arriverà Kinderen (Figli), ma solo nel 2018. Fitte le tournée della compagnia di Gabriela Carrizo e Frank Chartier; tuttavia una data secca è penetrata in “Aperto”, a Reggio Emilia, festival musical-teatral-danzante dai debutti preziosi, come questo inquietante Moeder,in cui esplode, attorno al complesso tema prescelto, il “realismo” del gruppo belga: spiazzante, onirico, folle, capace di trasformarsi nel suo esatto contrario e sempre pensante.

Vertigine di movimento avvolta di cellophane
Siamo in uno strano museo, con quadri banali e un nudo sopra una bara: si scoprirà vivo e non statua. L’interno accoglie una sala parto con vetrata; il maturo padre e custode del museo, annuncia la tristezza del giorno: una donna (madre?) rantolante appare già su altra bara nella sala parto. Il dolore di una figlia si liquefà in una danza strascicata a terra, sull’acqua creata da effetti sonori, ma in scena dalle lacrime di un’immobile donna delle pulizie. Di lì a poco, una giovane culla il suo neonato: esplode la gioia. Nella sala parto tutti si trasformano in rock-star e cantano. Peccato che la vertigine di movimento, avvolta di cellophane, in cui si esalta la genitrice, le faccia sottrarre il pargolo da una feroce infermiera asiatica, sempre dolorante e, nel corso della pièce, sempre incinta.

Ai genitori del neonato sottratto- una bimba- vengono consentite visite solo per i compleanni. Intrappolata com’è entro un’incubatrice, la piccola ingigantisce ad ogni genetliaco sino a diventare una debordante massa di carne. Raggelante. Ma anche i visitatori del museo turbano la quieta e abulica atmosfera (simile, in certe pièce del geniale regista Christoph Marthaler): rubano quadri e se li infilano sotto i vestiti, come fa una donna per simulare una gravidanza.

Madre sfuggente e inafferrabile
Nel museo i quadri mutano in continuazione: una Madonna sopra un piccolo organo offre alla prima madre, presentataci come demente avendo perso il suo talento al pianoforte, l’occasione di un sacro riscatto. È vestita da suora e suona, mentre dal distributore del caffe “nasce” un’altra figlia, legata dai molti fili della macchina, con strazio dinamico-reso ilare da una canzone intrufolata nel variegato tessuto sonoro a più autori. Intanto, il disegno di un cuore pulsa e lascia sgorgare sangue vero. Sulla stessa parete si apre un cassetto, con la figlia obesa dell’incubatrice: morta. Sua madre insegue (in sogno?) una ragazzina “normale”; il vecchio padre-custode dichiara di essere orfano e vedovo due volte. Ironia brutale.
In Moeder non si scordano gli speziati picchi di danza: il magnifico dibattersi dell’infermiera, asiatica e odiosa, con lunghe braccia- chele aggiunte, non afferra alcunché. Quand’ecco che la sala parto acquista i colori di un giardino fiorito e rammenta l’incipit della pièce. Una danzatrice aveva accostato la sua guancia a un paesaggio di natura: la madre è solo sfuggente, inafferrabile, un nostalgico ricordo, profumo di fiori?
“Moeder”/Peeping Tom, Teatro Ariosto, Reggio Emilia, “Festival Aperto” sino al 13 novembre.

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