Domenica

Pasolini nostalgico

Teatro

Pasolini nostalgico

Non sorprende che Ragazzi di vita, l’adattamento di Emanuele Trevi del romanzo di Pasolini, portato in scena al Teatro Argentina da Massimo Popolizio, susciti le ovazioni del pubblico romano, specchio di una città molto attaccata alle proprie radici, sempre sensibile ai richiami di una sua perduta identità: più che uno spettacolo sul poeta di Casarsa, ideale chiusura delle iniziative nel quarantennale della morte, Ragazzi di vita sembra infatti soprattutto uno spettacolo sulla Roma dell’altroieri, quella Roma degli anni Cinquanta ancora impressa nella memoria generazionale degli spettatori. Il suo andamento quasi elegiaco è testimoniato dal taglio corale della rappresentazione, affidata a diciotto giovani attori che tratteggiano un affresco collettivo, scavalcando i confini del Tuscolano o del Prenestino, in cui si svolge l’azione, per evocare un intero paesaggio urbano. E trova piena espressione negli interventi di un narratore – il più maturo Lino Guanciale - che descrive con sognante adesione «tutta l’allegria e la miseria delle notti d’estate del presente e del passato», quelle notti in cui nelle borgate «il mondo pareva un campo di zingari. Finestre e porte tutte spalancate, con gli stracci in mostra: chi rideva, chi piangeva, in una baracca facevano bisboccia, in un’altra qualcuno moriva».

Queste immagini di pullulante vitalità dilagano dalle periferie verso il centro, investono i luoghi più diversi, un barcone sul Tevere, un cinema all’aperto , la spiaggia di Ostia. Il testo segue gli spostamenti dei protagonisti, il Riccetto, Agnolo, Begalone, ma li incrocia via via con una serie di altre figure, un patetico prostituto di mezza età, un venditore di lupini al cine-teatro Borgia, la Nadia «coi peli neri che le si intorcinavano sotto le ascelle». Il racconto procede per flash, per frammenti, incastrando situazioni diverse una nell’altra. A dare a questi picareschi andirivieni una sorta di vaga continuità narrativa sono i due episodi paralleli allusivamente posti all’inizio e alla fine: il primo è quello in cui il Riccetto si tuffa nel Tevere per salvare una rondinella, il secondo – emblema di un acre trapasso morale - è quello in cui lo stesso Riccetto neppure prova ad aiutare un altro ragazzo, Genesio, che sta annegando nell’Aniene. La produzione del Teatro di Roma ricalca un modello illustre di trasposizione di un’opera letteraria, quello applicato per la prima volta da Ronconi al Pasticciaccio, ulteriore segnale della centralità delle geografie interiori della capitale: come nell’allestimento del capolavoro di Gadda, di cui Popolizio è stato fra gli interpreti, i personaggi parlano di sé in terza persona, si descrivono alternando il punto di vista oggettivo dello scrittore ai dialoghi fra loro. Ci sono momenti che paiono vere e proprie citazioni ronconiane, soprattutto nella scena del furto in tram o del funerale di Amerigo. La scenografia di Marco Rossi è fatta di nulla, panche di legno, sedie, così come i costumi di Gianluca Sbicca, canottiere, slip bianchi a fare da costumi da bagno. A scandire i vari quadri sono soprattutto i movimenti degli attori, che sfoggiano doti di freschezza e alla recitazione aggiungono spesso canzoni d’epoca, quasi in una sorta di musical pasoliniano. Pur essendo il copione non privo di durezze, il tono è lieve, talora persino solare. Nell’approccio di Popolizio la tormentata passionalità di Pasolini appare come un po’ edulcorata, sfrondata dei suoi accenti più trasgressivi e spostata verso una sorta di tenerezza adolescenziale. Non so quanto gli appartenga, ad esempio, quella dimensione nostalgica che sembra la cifra dominante dello spettacolo: all’universo plebeo da lui descritto guardava certo con occhio affettuoso, ma la nostalgia è un sentimento che gli era forse estraneo.

© Riproduzione riservata