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«La verità negata», processo alla Storia

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cinema. il thriller giudiziario di Mick Jackson

«La verità negata», processo alla Storia

(Photomovie)
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«Alcune cose accadono proprio come diciamo che accadono». Così Deborah Lipstadt (Rachel Weisz) commenta la sentenza del giudice Charles Gray (Alex Jennings) al termine di La verità negata (Denial, Usa e Gran Bretagna, 2016, 110'). Il processo raccontato da Mick Jackson e dallo sceneggiatore David Hare è quello promosso dal negazionista britannico autodidatta David Hirving (Timothy Spall) contro la Lipstadt. La studiosa americana dello Sterminio nega scientificità ai suoi libri e lui nel 1996 sporge querela di fronte a un tribunale di Londra. Dopo quattro anni, la sentenza gli dà torto. Viene forse da qui la soddisfazione della Lipstadt? Cioè dal fatto che la sentenza conferma che lo Sterminio sia accaduto come lei, ma certo non solo lei, dice sia accaduto?
La sceneggiatura di Hare è più raffinata di quanto lasci supporre la frase della Lipstadt cinematografica. La quale, peraltro, dice anche qualcosa di più importante: «La libertà di parola è come ogni altra libertà. Si può dire quel che si vuole», ma «poi bisogna risponderne». Il che significa non che si debba rispondere di quanto si è detto, ma di come si sia arrivati a dirlo. A illuminare questa affermazione vale la dichiarazione della Lipstadt “vera” in occasione del processo per apologia del nazismo intentato a Irving in Austria fra il 2005 e il 2006: «La negazione dello Sterminio non dovrebbe essere un reato. Sono contro la censura». Che non si tratti di una sua contraddizione, ma di coerenza tanto culturale quanto politica, è il senso di La verità negata.

In bilico tra storiografia e strategia giudiziaria
Raccontano Jackson e Hare che Irving querela la sua avversaria a Londra, e non in Usa, perché nel caso della diffamazione il diritto penale britannico capovolge l’onere della prova, trasferendolo dal querelante al querelato. Non sarà Irving a dimostrare d’aver detto la verità sullo Sterminio, ma la Lipstadt a dimostrare di non averlo denigrato. Già questa strategia giudiziaria descrive il personaggio, almeno quello cinematografico. A muoverlo è poi anche il desiderio che il giudice confermi la qualità della sua ricerca, ignorata dall’accademia. Non l’americana, dunque, ma proprio Irving vuole che una sentenza stabilisca la verità storica. Ed è questo che il collegio di difesa della Lipstadt riesce a evitare, contro il suo stesso desiderio.
Il mestiere del giudice e quello dello storico non possono sovrapporsi. Non lo possono e non lo devono. La storiografia è confronto. I suoi risultati sono sempre modificabili, come vale in qualunque campo di ricerca. Una società e una cultura aperte devono temere ogni verità “passata in giudicato”. Lo sanno bene Anthony Julius (Andrew Scott) e gli altri avvocati difensori. Se il giudice Gray sentenziasse in favore della prospettiva storiografica di Irving, in qualche misura il negazionismo diventerebbe verità. Ma vale anche il contrario. Se sentenziasse in favore della Lipstadt, la libertà di ricerca di chi non ne condividesse la prospettiva sarebbe negata.

Non c’è posto per il dolore delle vittime

Da questo doppio rischio c'è una sola via d’uscita. Il diritto stia nel proprio ambito. Il processo si limiti a determinare se Irving nei suoi libri abbia o non abbia nascosto i fatti, e se li abbia o non li abbia falsificati. E lo faccia badando alle prove dei fatti. Il giudice non sentenzi sui risultati della ricerca storica, ma su come lo storico abbia usato la propria libertà di ricerca. Nel dibattimento non ci sia posto per il dolore delle vittime, né per il loro pur comprensibile desiderio di raccontare e rievocare. Tutto sia freddo, lontano da “prospettive”. Così vuole il gioco processuale, quando al processo, in specie al processo penale, non si chiede quello che in una società e in una cultura aperte non si deve chiedere: la certezza della verità in sé. Così si garantisce forse non che i fatti vengano detti come sono accaduti, ma certo che siano studiati liberamente, e continuino a esserlo. E questa libertà garantisce a sua volta che, per lo più, quei fatti siano detti in modo non troppo lontano da come sono davvero accaduti.

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