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La maledizione delle risorse

filosofia politica

La maledizione delle risorse

Leif Wenar è un filosofo politico doc. PhD a Harvard prima con Rawls e poi con Scanlon attualmente professore al King’s College di Londra, tanto per intenderci. Ha deciso di scrivere però un libro sui generis, dedicato al mondo delle risorse naturali, del commercio internazionale e dei diritti che regolano i rapporti internazionali. Ne è uscito fuori un’opera di grande impatto, che Oxford University Press ha lanciato nell’edizione originale inglese intitolata Blood Oil mesi prima dell’uscita, cui giornali a grande diffusione –come Wall Street Journal, Economist, New York Times- hanno dato uno spazio sicuramente desueto per un professore di filosofia nella tradizione anglosassone. Soprattutto, è venuta fuori un’opera che di certo farà discutere a lungo per il suo contenuto provocatorio e per la potenza argomentativa con cui tale contenuto è esposto.

Questa è la ragione per cui LUISS University Press si è imbarcata nella traduzione –peraltro pregevolmente eseguita da Domenico Melidoro- di un libro di 600 pagine, con il titolo di Il re nero (cambia il colore ma non la sostanza). La tesi di Wenar, presentata proprio in LUISS in anteprima alcuni anni fa, è complessa nel suo insieme ma in fin dei conti semplice. Esiste una «maledizione delle risorse», per cui i paesi ricchi di risorse naturali –paesi africani, mediorientali, asiatici- sono spesso e volentieri caratterizzati da regimi autoritari. Ma la colpa non è solo delle élites locali che consentono tali regimi autoritari. È anche dell’Occidente affluente e sedicente civile che compera questi beni, come il petrolio o i diamanti, dai regimi corrotti.

L’esito normativo di un siffatto stato di cose è duplice. Da un lato, i paesi affluenti e civili non dovrebbero comperare risorse naturali a caro prezzo dai regimi autoritari, poiché –così facendo- si rendono complici di un vero e proprio furto. I beni in questione sono infatti del popolo e non degli autocrati, e se li si compra dai secondi si depreda il popolo stesso. Ciò dipende –sempre per Wenar- dal principio di auto-determinazione dei popoli oggi universalmente accettato.

Dall’altro lato, si profila però una seconda e più generale violazione di principi liberali cari all’Occidente che pure finge di non rendersi conto della questione. Si compera il petrolio, e in genere le risorse naturali, dai paesi con governo autoritario in omaggio a un principio di effettività (in inglese il principio per cui might implies right), principio di certo antico ma incoerente con la globalizzazione e il rispetto dei diritti umani. Ma l’effettività sa di passato mentre i diritti umani sono il presente della politica globale. Per cui, a voler essere coerenti e attuali, si dovrebbe adattare un principio di sovranità popolare che affermi con fermezza il diritto dei popoli –e non dei sovrani- a godere del reddito delle risorse.

Ne segue il richiamo a una norma universale di clean trade, una sorta di regola a favore del commercio purificato, regola che tutti gli stati dovrebbero adottare. Come ciò possa ragionevolmente avvenire costituisce – e non c’è da sorprendersene- l’aspetto più difficile dell’argomento di Wenar, anche se è vero che non finanziare i regimi autoritari gioverebbe alla sicurezza dell’Occidente. E Wenar stesso –come notato da alcuni recensori- non sempre riesce a difendere la sua tesi da questo punto di vista con la dovuta efficacia. Resta tuttavia un libro molto ben scritto, di grande rilievo teorico su un tema la cui importanza non si può sottovalutare.

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