Domenica

Fuga e ritorno alla Sanità

ermanno rea (1927-2016)

Fuga e ritorno alla Sanità

A poco più di un mese dalla morte di Ermanno Rea Feltrinelli manda in stampa Nostalgia, progetto sul quale l’autore rifletteva da tempo. Si parla convenzionalmente, in casi come questo, di testamento spirituale, ma stavolta è vero: questo libro si presenta come un bilancio finale e si svolge nel segno di un ritorno alle radici che chiude emblematicamente un intero ciclo narrativo. Al centro del racconto è infatti la rievocazione di un episodio di sangue che risale all’infanzia di Rea, e che si sviluppa a Napoli sullo sfondo di un quartiere speciale come la Sanità: luogo di ambivalenza assoluta, visto come «grembo materno» - sede eterna di vitalità e rinascita - e insieme «tomba» millenaria, in cui si celebrano la violenza e la morte (gli antichi ipogei del rione, i cimiteri millenari, gli ossari scavati nel tufo, ma anche i budelli e le piazze dove si affrontano a colpi di pistola le paranze dei giovani camorristi). Altrettanto ambivalente risulta del resto il sentimento prevalente del libro, quello alluso nel titolo. La nostalgia di cui parla Rea è , letteralmente, «il dolore del ritorno», la difficoltà simbolica di riannodare fili spezzati dal tempo e dall’esperienza, una volta che le voci del passato ci raggiungono col loro fascino irresistibile.

A sperimentare il sapore agrodolce della nostalgia, nel romanzo, è il protagonista Felice Lasco, cui lo stesso Rea, grande viaggiatore, ha verosimilmente regalato una sua doppia e personalissima ossessione (delegandogli il compito di attraversarla): il desiderio di cambiare e quello simmetrico ma opposto di restare uguale - da una parte il bisogno di un esilio salvifico e autoimposto, dall’altra una costante aspirazione a regredire. Nato e cresciuto alla Sanità, Felice è stato costretto a lasciare Napoli ancora ragazzo, oppresso dal senso di colpa per aver partecipato, con l’amico fraterno Oreste Spasiano, a un tentativo di rapina finito in assassinio. Dopo quarantacinque anni di fuga, trascorsi lavorando tra Africa e Medio Oriente, Felice sente di voler tornare a Napoli. Deve soccorrere la madre anziana e in fin di vita, ma più in generale deve capire se cambiare si può, o se non si diventa mai un altro. Stabilitosi nel quartiere, Lasco si lega soprattutto a padre Rega, parroco anticamorra di Santa Maria della Sanità, e al narratore, medico in pensione, vecchio «bolscevico» con il vizio della politica: è a loro che Lasco racconta i suoi errori, i suoi sensi di colpa, ma anche la sua ferma volontà di rimanere. Desiderio che dovrà fare i conti con la rabbia del vecchio amico Oreste, che nel frattempo è diventato, nel quartiere, un camorrista temuto; fedele a un «dio dispotico», la gelosia, non sa o non vuole perdonare a Felice il tradimento di tanti anni prima. Questo e altri contrasti tra personaggi obbediscono a uno schema tragico, ma alludono anche a scissioni romanzesche interne all’io che scrive. Nostalgia è infatti libro di sdoppiamenti; non solo c’è qualcosa di Rea nel protagonista Felice Lasco e nel medico narratore («con lui io avevo sempre l’impressione di parlare soltanto con me stesso»), ma anche in padre Rega, e forse perfino in Oreste Spasiano. Ed è tipica di Rea, naturalmente, la riflessione sull’identità e sulla fuga: la sua narrativa è spesso indagine su una sparizione, analisi di ciò che si dissolve (come in Mistero napoletano, nella Dismissione, o in L’ultima lezione, dedicato a Federico Caffè).

Nonostante lo sforzo di sintesi, l’ambizione conclusiva e la qualità sempre alta della scrittura, Nostalgia non è il più riuscito tra i libri di Rea. Non lo è innanzitutto dal punto di vista strettamente artigianale: il lettore deve registrare alcune strane ripetizioni, qualche spunto che rimane senza seguito, una o due contraddizioni che non sembrano pianificate (a pagina 12 Oreste Spasiano, pistola in pugno, si avvicina a Felice Lasco «a grandi passi», a pagina 97 la stessa scena viene rivissuta ma i passi sono «piccoli»). Forse all’autore è mancato il tempo per una rielaborazione conclusiva, il che spiegherebbe alcuni squilibri strutturali, tra cui ad esempio un finale un po’ brusco. Di certo l’editing avrebbe dovuto essere più accurato, se la quarta di copertina allude a «un omaggio alla Napoli malavitosa» che è quanto di più lontano si possa immaginare dalla sensibilità e dalla cultura di Rea.

Nonostante qualche incertezza, tuttavia, Nostalgia resta un romanzo interessante, rivelatore di una volontà di conoscenza che appartiene ai grandi scrittori. Come in Mistero napoletano, lo schema dell’inchiesta, i riferimenti alla cronaca, gli accenti della denuncia civile non sono che il primo strato di un racconto che pone domande estreme e cerca verità definitive. Da questo punto di vista Nostalgia conclude idealmente, e per molti versi riassume, quella esplorazione della realtà e del suo mito che Rea ha condotto sul corpo di Napoli, trattandolo come esempio di qualcosa di più grande: prima raccontando gli interni borghesi di Mistero napoletano, poi attraversando la Bagnoli operaia nella Dismissione, e poi ancora spingendosi nella città notturna di Napoli Ferrovia, in cui sopravvive chi non possiede nulla. Anche in Nostalgia Rea continua a puntare sulle risorse di un racconto ’ibrido’, che sia insieme racconto d’invenzione, reportage, finto esposto giudiziario; ma soprattutto continua a collegare il tempo breve del presente a quello lungo della storia, ed entrambi alla dimensione arcaica della napoletanità. La Sanità - sostiene Felice Lasco - è «un destino», un’immagine della difficoltà del cambiamento; e la verità è sempre in fondo al bicchiere, «per conoscerla bisogna berlo tutto».

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