Domenica

L’ultimo Caffè 

elzeviro

L’ultimo Caffè

Trent’anni dopo, in Danimarca. Sono qui le ultime tessere che ricompongono il mosaico della scomparsa di Federico Caffè.

Esce di casa, in via Cadlolo, a Roma, all’alba del 15 aprile 1987. Lascia sul comodino occhiali e orologio. Di lui non si saprà più niente.

Un rapimento, un suicidio, un ritiro spirituale in un convento. Sono queste le ipotesi su cui si orientano le indagini della polizia, degli investigatori, dei suoi amici, dei suoi studenti. Indagini di anni. Oggi sappiamo, come riveliamo in questo articolo, che Caffè ha vissuto a lungo, dopo la sua scomparsa. E che il suo allievo prediletto, Bruno Amoroso, custodisce il segreto dell’esilio del maestro.

Chi era Federico Caffè? Un economista stimato a livello internazionale, docente a La Sapienza. Un economista umanista, critico nei confronti dei tecnocrati, degli istituzionalisti, un alfiere dell’umanesimo di Keynes «contrapposto al darwinismo schumpeteriano». Parole sue.

Un economista affascinato dall’approccio interdisciplinare della scuola nordica, di Gunnar Myrdal e di Jan Tinbergen. In cima ai suoi pensieri l’obiettivo del benessere mondiale e di una radicale trasformazione di sistemi che, se realizzati, avrebbero sconfitto la controrivoluzione liberista.

Gli allievi ne parlano così: le sue lezioni esondavano dall’economia, lambivano la politica, la letteratura, la storia, la musica. La sua umanità come aspetto centrale, qualcosa di spiritualmente indefinibile che sprigionava dalla sua persona. Capace di domandarti di te, chi sei, cosa fai, a cosa aspiri, da dove vieni, dove ti piacerebbe andare.

Tra gli allievi, Bruno Amoroso è l’erede designato del grande patrimonio culturale e umano di Caffè. Amoroso vive e insegna in Danimarca da 40 anni, sbarcato in Scandinavia con il proposito di approfondire gli studi sui sistemi di Welfare e sulla loro esportabilità. Aveva in tasca le lettere di presentazione di Caffè, già allora apprezzato anche dagli economisti scandinavi.

In un bellissimo libro, Memorie di un intruso, edito da Castelvecchi, Amoroso racconta tutto della sua vita e quasi ogni pagina parla del maestro Caffè. Pur con le lettere di presentazione di Caffè, Amoroso aveva bisogno di un permesso di soggiorno per vivere in Danimarca e cerca un lavoro: lo trova come “assistente lavapiatti”. È laureato e impegnato nella ricerca, stimato e inviato all’estero dall’Istituto di Politica economica della Sapienza, ma inizia dal basso. Da “assistente lavapiatti” diventa “lavapiatti”, poi portiere di notte e dopo due anni è “professore associato” in una università danese. Con tutta l’incredulità degli impiegati dell’ufficio di collocamento che, pur consapevoli della mobilità sociale insita nei sistemi scandinavi, non avevano mai assistito a carriere così fulminee.

In questo stesso libro Amoroso, a pagina 178, nell’ultimo capoverso prima dell’Epilogo, scioglie l’enigma. A proposito di “silenzio e riflessione” Amoroso scrive: «Federico (Caffè) capì la situazione prima di noi e ha trascorso gli anni che ci separano da lui tornando alla sua amata musica classica e al silenzio. Una volta lo interruppi in questo ascolto con una canzone di Lucio Dalla, Come è profondo il mare. Ascoltò in silenzio, accennò un grazie con la mano, e riprese l’ascolto di una sinfonia di Mahler».

Così l’allievo più intimo, Bruno Amoroso, ci consegna un segreto: scrive di averlo visto e frequentato, dopo la sua scomparsa. A quasi trent’anni dalla sua uscita di scena, e a 102 dalla sua nascita, acquisiamo quindi un elemento importante del mistero di Caffè: né suicidio né rapimento.

Amoroso pochi giorni fa ne ha parlato con il sussiego e l’ammirazione di sempre: «I meriti di Caffè sono riconducibili al “piano etico” oltre che a quello scientifico». Tra gli allievi più noti di Caffè, ci sono Mario Draghi, presidente della Bce, Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. E tanti altri nomi di prestigio, da Marcello De Cecco a Giorgio Ruffolo, da Guido Rey a Enrico Giovannini. Bruno Amoroso, l’allievo prediletto, è destinatario di centinaia di lettere confidenziali. Bruno, in convalescenza nella sua Copenhagen, è attorniato dagli affetti più cari e dagli amici di sempre: Ye e Danyi, Lutz e Luca. Con l’ironia di sempre e la lucidità dei ricordi, spinge lo sguardo oltre la finestra; e da Hellerup, un bel quartiere residenziale di Copenhagen, ci riporta al primo assioma del Caffè-pensiero: «L’economia è uno strumento importante al servizio del benessere delle persone».

È l’attualità di Caffè che lascia stupefatti.

L’allarme per le derive populiste alimentate da ingenti flussi migratori (che 40 o 50 anni fa non esistevano) è cronaca di questi mesi, di queste settimane. La sua profonda capacità di analisi e la sua lucidità previsiva, trovano conferma nelle parole che seguono: «Perché credi – chiede Caffè ad Amoroso con tono quasi accusatorio – che i sistemi di welfare siano in crisi? Sì certo, come tu giustamente insegni a Copenhagen, ci sono i costi sociali dell’impresa che sono cresciuti in modo esponenziale, così come sono aumentati i fruitori dei servizi pubblici. Ma in modo inversamente proporzionale è cambiata la disposizione delle persone per la solidarietà e i sentimenti».

Una riflessione di straordinaria attualità, nei giorni in cui Europa e Stati Uniti erigono barriere e muri “contro” i più deboli.

L’ipotesi suicidio si svuota quindi di qualsiasi valenza possibile e il ritiro in convento emerge in tutta evidenza. Con la copertura offerta da un ordine religioso. «La Chiesa è disponibile a offrire protezioni di questo genere, purché ricorrano determinate condizioni». Rispose così il sottosegretario padre Jesus Torres, autorevole rappresentante della “Congregazione per gli istituti di vita consacracata e le società di vita apostolica”, incalzato da Ermanno Rea che 25 anni fa cercò di risolvere il mistero della scomparsa di Caffè e scrisse il libro L’ultima lezione.

In un altro bel libro, La Stanza rossa, pubblicato nel 2004 da “Città aperta”, Bruno Amoroso racconta Caffè attraverso decine di lettere autografe e riflessioni scientifiche. Anche qui ci sono conferme importanti del ritiro del maestro: confessioni vergate dal professore al suo allievo preferito. Già nei primi anni Ottanta, pochi anni prima della pensione, Caffè pare voglia abdicare alla sua vita: «Sono triste e depresso; e solo; e angosciato; e malinconico; e trepidante».

Si legge in filigrana il desiderio di scomparire. Ancora una volta all’ultima pagina, si riporta una confessione premonitrice di Caffè, accolta e pubblicata da Amoroso: «Nella mia vita si sono ormai prodotte rigidezze che ponevano limiti invalicabili alla comprensione e all’esperienza: mi restava di continuare sulla via dell’isolamento delle idee, che avevo già intrapreso, e di aprire, in solitudine, la porta della meditazione esistenziale». Il convento, appunto.

Pochi anni dopo è lo sconforto che pervade la vita del professore, ormai “fuori ruolo”, lontano dai suoi collaboratori, dai suoi studenti. Cita Giuseppe Ungaretti, « mi pesano gli anni futuri».

Una decisione, quella di scomparire, maturata con la lettura di un libro di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana che Caffè leggeva prima di uscire di casa per l’ultima volta. Quella stessa copia del libro oggi è a casa di Bruno Amoroso, a Copenhagen, in via Webersgade. È convincente e plausibile il parallelo tra Majorana e Caffè. Due angosce con similitudini forti: per Sciascia la scomparsa di Majorana vale un mito: «il mito del rifiuto della scienza». Per Amoroso quella di Caffè è la solitudine di un riformista che non accetta il dissolvimento dei valori, la regressione culturale in atto.

L’altro mistero - dice Giorgio Lunghini, un economista importante con cui Caffè ha intrattenuto rapporti di lavoro e di amicizia - è questo: perché mai un liberale ha scritto così spesso su un quotidiano comunista, «il manifesto»? Lunghini ne dà una risposta ironica e persuasiva, soprattutto coerente con il pensiero di Caffè. «Una spiegazione ragionevole è che Caffè vedeva nel “manifesto” l’unico giornale il cui direttore non poteva imporgli di scrivere, non poteva rampognarlo per quanto avrebbe scritto e non poteva pagarlo: la condizione ideale per un uomo libero».

Federico Caffè, la passione civile e l’impegno accademico di una vita trascolorate nel silenzio, con narrazioni senza più nessi, come sogni.

© Riproduzione riservata