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Vita dura come una roccia

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riflesso nel grande schermo

Vita dura come una roccia

«Monte» di amir Naderi, Andrea Sartoretti è Agostino
«Monte» di amir Naderi, Andrea Sartoretti è Agostino

Furioso, batte il suo martello contro la roccia, l’assurdo Agostino (Andrea Sartoretti) di Monte (Italia e Francia, 2016, 105’). A duemilacinquecento metri d’altezza, ben sopra la città in cui altri uomini e donne vivono una vita senza domande, si accanisce sul gigante di pietra che lo sovrasta. Per lunghi minuti – troppo lunghi, per molti spettatori – Amir Naderi gli sta addosso con la macchina da presa, furioso e assurdo come lui.

Ambientato a metà del Trecento e girato fra Friuli, Trentino e Alto Adige, il film del regista iraniano e del cosceneggiatore Donatello Fumarola racconta una storia antica. Dice Naderi d’aver scelto di girare in Italia in omaggio alla nostra cultura, che tra il finire del Medio Evo e l’inizio del Rinascimento ha aperto l’umanità alla conoscenza. Ma i colpi del martello di Agostino risuonano molto più indietro nel tempo, e insieme molto più avanti.

Agostino cerca un miracolo. Anzi, “fatica” un miracolo. Lui stesso lo ricorda alla moglie Nina (Claudia Potenza), poco dopo aver seppellito nella terra fredda della montagna il corpicino della loro bambina. Come fecero i nostri antenati quando vennero qui, le dice, anche noi resteremo, in attesa che il miracolo accada. E intende: oltre ogni dolore, oltre ogni paura, oltre ogni disperazione.

Paura, dolore, disperazione, tutto questo si legge nei loro volti e in quelli del figlio Giovanni. Altri ne hanno condiviso l’avventura, ma ora si dichiarano vinti. Raccolte le loro miserie – strumenti di lavoro, qualche straccio e poco più –, sono scesi al piano. I tre sono soli, e il miracolo è lontano, al pari di un sogno. Non c’è luce nella realtà del loro mondo, e non c’è sole, proprio come nei colori desaturati e neutri della fotografia di Roberto Cimatti. Ma non c’è luce e non c’è sole neppure a valle, nella città gravata dall’ombra della montagna.

Quando ci scende, in quella città, Agostino conosce un buio ancora più buio. È odio, quello che legge negli occhi e soffre nelle parole di chi ci abita. Lo chiamano straniero, gli urlano di andarsene, lo dicono criminale. Non può stare fra loro, neppure per cercare di vendere qualche piccolo oggetto sottratto alla sua famiglia. Non è dei loro. Non può esserlo, perché si ostina a non stare nei limiti delle loro verità, nei confini del loro sacro, immutabile qui e ora. È un eretico, lo straniero che non si arrende a quanto oggi è considerato vero e giusto. Se non scappasse, se non tornasse a nascondersi in alto, fra rocce e gole, quei cittadini timorati di dio lo impiccherebbero. Peggio, si affannerebbero a convertirlo. Così fanno, o tentano di fare, con Nina e Giovanni. Li strappano via dal loro povero rifugio a duemilacinquecento metri e li portano giù, verso la salvezza delle loro anime, in un pio corteo di suore e gendarmi.

Questa è la colpa di Agostino: invece di arrendersi al buio proiettato dalla montagna, invece di imprigionarsi con la mente e con il cuore in una cieca assenza di domande, Agostino ha un sogno, ha quel sogno, e gli consegna tutto se stesso. Fuggito dalla città, lontano da boia e conversioni, prende il martello e inizia il suo lavoro. Colpisce l’indifferenza della pietra, e instancabile torna a colpirla. A lui s’aggiungono Nina e poi Giovanni, anche lui furioso contro la montagna. Niente accade per i lunghi minuti cinematografici in cui Naderi fa specchiare intere epoche umane. Invecchiano, i tre, e non cedono, come all’inizio del mondo l’eroico, assurdo Sisifo, ironico ingannatore degli dèi e fondatore di Corinto. Così fanno i sognatori, quando sono grandi.

All’improvviso, il miracolo. Con un rombo che scavalca i secoli, la montagna esplode, si frantuma. Ora c’è luce. Liberato dalla pietra, in alto scintilla il sole. Prorompono i colori. Il buio è vinto. Lo è anche per i timorati che vivono giù in basso, per quanto ancora non lo sappiano. E Agostino, Nina, Giovanni? I loro volti sono giovani, di nuovo. Non soffre il tempo, il coraggio assurdo degli esseri umani che liberano dalle tenebre se stessi e gli altri.

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