Domenica

«Otello» senza grinta rossiniana

inaugurata la stagione del san carlo di napoli

«Otello» senza grinta rossiniana

John Osborn nel ruolo di Otello
John Osborn nel ruolo di Otello


Ritorna, cautamente festeggiato, l’”Otello” di Rossini, nato proprio a Napoli, duecento anni fa, e scelto con colto gesto identitario per inaugurare la stagione del San Carlo. L’opera viene lasciata inerte dalla direzione di Gabriele Ferro e dalla regia di Amos Gitai, che vuole il Moro profugo, accompagnato da pochi stralci, per fortuna, del suo film “Kedma”. Vincono le voci: tutte una meraviglia. Da Otello di John Osborn al gondoliere di Enrico Iviglia, che canta, tra i politici del palco reale, gli scolpiti versi danteschi sul sommo dolore di quando si ricordano i tempi felici “nella miseria”.

Apoteosi della gelosia
Anche questa memoria è un’eco del dramma di Otello. Che resta sempre e fondamentalmente un geloso: l’apoteosi della gelosia. Non un migrante di successo, scampato alle stragi dei barconi nel Mediterraneo e assurto ai gradi più alti della marina. Amos Gitai si è trovato tra le mani una storia a metà: con esordio didascalico, nella proiezione sui velatini di palcoscenico della copertina del dramma di Shakespeare e spiegazione scritta (bilingue) e poi con un seguito mesto, privo di invenzione teatrale, tra masse statiche e gesti di convenzione. La scena importante, come quella di Dante Ferretti, col primo atto ambiguo tra la grande sala di comando veneziana e la tolda di una nave, e il secondo e il terzo inanellati a vista, grazie a colonnati che magicamente diventano finestre di sapore orientale, avrebbe richiesto azione più inventiva. Qui il coro sta mirabilmente fermo, immobile persino nelle esplosioni di gioia, e i due rivali in amore, Otello e Rodrigo, duettano come damerini ai lati estremi di un tavolo. L'assassinio finale di lei, Desdemona, si consuma a terra, tra pochi cuscini, senza nemmeno un letto per la poveretta.

Raffinata ed elegante sfilata di moda

Vestono elegantissimi, a Cipro: perché i costumi, anzi, meglio, gli abiti di Gabriella Pescucci scivolano come una sfilata di alta moda. Così italiani nel gusto, di elegante sartoria napoletana nella fluttuante confezione, raffinati negli incontri cromatici. Su questo terreno la scuola italiana rimane insuperata, la prima nel mondo. Nino Machaidze, Desdemona, già di suo affascinante, specchia nelle tre tinte dei lunghi vestiti, rosa, azzurro, panna, i cambiamenti dell’anima. E del canto, che passa dai virtuosismi di coloratura alla cantilena traslucida delle strofe del “Salice”, traboccanti di nascosta malinconia rossiniana.
“Otello” però svetta come l’opera dei tenori, in gara di virtuosismo e carattere: quando John Osborn, nella prima Cabaletta, spara i primi sovracuti, in teatro passa un brivido. Ne lancia anche di non richiesti, nei finali. Sullo stesso terreno lo incalza il rotondo Dimitri Korchak, smagliante e intonatissimo. Un filo più indietro rimane Juan Francisco Gatell, ascoltato in serate migliori. Ma qui gli tocca il ruolo del perfido Jago, dunque ha l’attenuante della sottigliezza di perfidia e insinuazione. Mirco Palazzi è un timbrato Elmiro. Una lode va anche ai comprimari, alla Emilia fresca di Gaia Petrone, al Doge di Nicola Pamio e al sicuro gondoliere di Enrico Iviglia, che canta le sue brevi frasi lentamente, assaporando ogni parola e ogni finale, con autentica aristocrazia.

Recitativi freddi e ripetitivi
Gabriele Ferro lo dirige di spalle, mostrando uno dei tanti suoi splendidi gesti di bacchetta. La perizia, la fantasia, l’estro, rimangono intatti. Ma il suo “Otello” non decolla, rimane statico nei Recitativi freddi e ripetitivi, si addormenta negli accompagnamenti, senza ricerca di suono. La buca sollevata poi non giova alla quantità di suono, che arriva in platea con effetto di sordina. La grinta rossiniana non morde. Smalto e splendori abitano invece l’intervallo, in un luccicante foyer già natalizio e con teche di storici gioielli Bulgari. Anche Desdemona ne indossa uno. Ma dalla distanza del palcoscenico è difficile notarlo. In compenso è scortata a vista.
“Otello” di Rossini; direttore Gabriele Ferro, regia di Amos Gitai; Napoli, Teatro di San Carlo, fino al 6 dicembre

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