Domenica

Teorie economiche e verifiche «sul campo»

IL SOLE JUNIOR

Teorie economiche e verifiche «sul campo»

Torniamo alla serie dei Premi Nobel dell’economia. Nel 1989 il riconoscimento fu assegnato a un economista norvegese, Trygve Haavelmo. Cosa aveva contribuito il Nostro alla scienza economica? Cominciamo con un suo contributo minore, forse più conosciuto ma meno importante del contributo maggiore di cui parleremo fra poco. L’apporto minore è il “teorema del bilancio in pareggio”, un apporto che, pur se vecchio di decenni, si sposa bene con molte discussioni di oggi. Come saprete – e se non lo sapevate lo sapete adesso – nella nostra Costituzione è stato inserito un obbligo, o almeno un imperativo categorico, del bilancio in pareggio. Si parla, naturalmente, del bilancio pubblico. E l’imperativo non è categorico nel senso che il bilancio deve essere in pareggio ogni anno per sempre.

Bisogna tener conto del fatto che un’economia che va male può aver bisogno di una “spintarella” dal bilancio pubblico, nella forma di un deficit. Però, per non essere troppo allegri con la spesa, c’è un corollario: quando l’economia invece cresce bene e aumentano le entrate, il bilancio deve andare in surplus, così da mettere un po’ di fieno in cascina per i tempi bui. Insomma, il bilancio deve essere in pareggio sommando gli anni buoni e gli anni cattivi. A questo punto, il teorema del bilancio in pareggio ci dà una mano. Haavelmo notò qualcosa che era già insito nella teoria keynesiana del moltiplicatore, e che consiste in questo. Mettiamo che la politica di bilancio voglia essere espansiva e dare una mano all’economia: allora, aumentiamo le imposte di cento e aumentiamo la spesa pubblica di cento.

Un manovra “in pareggio”, quindi. Ma come può essere espansiva? Si dà con la mano destra – cento in più di spesa – e si toglie con la mano sinistra – cento in più di tasse. E qui il moltiplicatore soccorre. In media, la gente non spende tutto il reddito. Una parte – la maggiore – la spende, e una parte – minore – la risparmia. Talché, quando il reddito si riduce di 100, la spesa non si riduce di 100, ma, mettiamo, di 90 (se la “propensione al risparmio” è del 10%). Poi questa riduzione di 90 si riverbera su coloro che altrimenti avrebbero ricevuto i soldi della spesa che non è stata fatta, e così via, di giro in giro del moltiplicatore (che in questo caso funziona all’incontrario, “demoltiplicando”). Invece, nel caso della spesa pubblica, non c’è nessuna propensione al risparmio che riduce la spesa. Lo Stato spende 100 e questo 100 è tutto “maggiore spesa”. Coloro che la ricevono poi potranno risparmiarne una parte e i successivi giri del meccanismo di moltiplicazione sono analoghi ai giri della demoltiplicazione vista prima. Ma il “primo giro” è diverso: i cento della spesa pubblica diventano 100 di maggiore spesa, mentre i 100 dell’aumento di tasse diventano solo 90 di minore spesa.

Ecco svelato il “teorema del bilancio in pareggio”, che dice che anche un bilancio, appunto, in pareggio, può essere espansivo. Veniamo ora al contributo maggiore di Haavelmo. Un contributo che risale alla sua tesi di dottorato, che fu presentata all’Università di Harvard nell’aprile del 1941. Facciamo prima un passo indietro. Negli anni Venti-Trenta – racconta il Nostro nella conferenza che tenne in occasione dell’assegnazione del Nobel – «lo stato della scienza economica era più o meno questo: c’erano molti pensieri profondi, ma pochi risultati quantitativi. Anche in quei semplici casi in cui si poteva dire che la grandezza economica A influenzava la grandezza B, non si sapeva quanto forte fosse questa influenza». Insomma, non è molto utile sapere che c’è un'influenza, positiva o negativa che sia, se non si sa come quantificarla. Ma qui la raccolta di dati e le tecniche statistiche su come trattarli vennero in soccorso (ne abbiamo parlato in altri “Sole Junior”, a proposito dei premi Nobel Frisch, Tinbergen, Stone, Klein, Meade...). Rimanevano però altri problemi, come quello delle correlazioni spurie: Ragnar Frisch osservò che c’è una stretta correlazione fra il numero di mosche nella costa occidentale della Norvegia e il numero di turisti che visitano quella regione, ma questo non vuol dire che aumentando la popolazione di mosche si aumenti il numero di turisti!

Poi c’è il problema delle inter-relazioni fra le variabili osservate. Un certo risultato, relativo a un certo numero di variabili economiche che si pensa causino un’altra variabile, può accordarsi con la teoria, ma non tiene conto del fatto che quelle variabili possono interagire fra di loro in modi molto diversi. Haavelmo sottolineò che bisogna risolvere simultaneamente un sistema di equazioni per tener conto di queste interazioni. Soprattutto, ed è questo il suo contributo più importante, scrisse che le teorie economiche sottoposte a verifica empirica dovevano essere formulate in termini di probabilità. Un andamento economico dipende dai comportamenti di milioni di operatori differenti, e una teoria che cerca di prevederlo non può trovare un perfetto riscontro nei dati. É per questo che deve essere formulata in modo probabilistico. Una volta che questo succeda, possono essere usate tecniche statistiche per determinare se la verifica empirica è sufficientemente affidabile e quindi decidere se conferma o meno la teoria. Haavelmo creò, insomma, quando l’econometria era nella sua infanzia, la piattaforma concettuale per legare teorie e verifiche. Le teorie economiche, come si vede, registrano una grossa differenza con le teorie della fisica, che sono formulate in termini di certezze (almeno in campi differenti dalla quantistica, direbbe il vostro professore di scienze...).

fabrizio@bigpond.net.au

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