Domenica

Siamo meno poveri, più sani ma non siamo affatto felici

Junior

Siamo meno poveri, più sani ma non siamo affatto felici

Questa domenica parliamo di quello che Barack Obama, in un recente discorso alle Nazioni Unite, ha chiamato il «paradosso» dell’economia mondiale: dal punto di vista economico il mondo, in una prospettiva storica, non è mai stato così bene, ma il malessere è diffuso un po’ dappertutto. Come si spiega questa discrasia?

A gran parte della gente la nozione secondo cui “non siamo mai stati così bene” sembrerebbe una presa in giro. Ma vediamo prima gli argomenti a favore di quella ottimistica nozione. Con l’avvertenza che la prospettiva è storica, cioè a dire che si confronta la situazione attuale non con quella dell’anno scorso o di 5 o 10 anni fa, ma su un periodo più lungo: neanche con la preistoria, però. Diciamo, dal dopoguerra.

Primo, la povertà nel mondo. La Banca mondiale definisce la condizione di «povertà estrema» con una spesa di 1,25 dollari americani al giorno (dollari in parità di potere d’acquisto, cioè tenendo conto del fatto che il potere di acquisto di un dollaro nei Paesi poveri è molto più alto rispetto ai Paesi ricchi). Ebbene, nel 1990 una fetta non piccola della popolazione mondiale – 1,926 miliardi di persone – vivevano in condizioni di povertà estrema. Nello spazio di 25 anni – un quarto di secolo – questo numero si è più che dimezzato, a 836 milioni. Gli obiettivi del millennio – i Millennium Development Goals delle Nazioni Unite – che consistevano nel dimezzamento della povertà sono stati raggiunti e superati. Ora c’è una seconda tornata dei Millennium Development Goals, che va sotto il nome di Sustainable Development Goals, sempre delle Nazioni Unite. Qui si pone un obiettivo ancora più ambizioso: il totale sradicamento della povertà estrema per il 2030.

Secondo, la salute. Forse l’indicatore più comprensivo della condizione di salute di una popolazione è la longevità: la “speranza di vita”, come si chiama tecnicamente, visto che tutte le cure e le medicine sono sostanzialmente volte a vivere più a lungo. Ebbene, anche qui le notizie sono buone. Lo spazio tiranno non ci permette di riprodurre un bel grafico sulla speranza di vita (lo si può vedere a: Obama’s UN speech revealed a paradox at the heart of global politics) che mostra come questo indicatore sia andato crescendo un po’ in tutte le aree del mondo: dall’Europa alle Americhe, dall’Asia all’Africa all’Oceania... Dopo esser rimasta all’incirca piatta dall’inizio della Rivoluzione industriale al 1870 al livello – sembra incredibile – di 30 anni per la media mondiale, la speranza di vita è andata da allora crescendo indefessamente, fino a raggiungere – i dati vanno fino al 2012 – gli 80 anni in Europa, i 70 per la media del mondo e i 58 in Africa. Un neonato che veda oggi la luce vivrà più a lungo e con meno malattie che in qualsiasi altro periodo della storia dell’umanità.

Terzo: guardiamo alle guerre, gli eventi che hanno portato maggiori sofferenze e morti nella storia dell’uomo. Malgrado quello che le pagine dei giornali ci sbattono in faccia con le cronache dei conflitti in Siria, Iraq, Yemen e altrove, gli anni 2000 sono stati felicemente avari di morti cruente dovute a conflitti civili o esterni rispetto alle decine di milioni di morti dei primi decenni del 900.

Allora, perché la gente non è contenta? Ed è vero che la gente non è contenta. Una recente inchiesta internazionale del World Economic Forum ci dice che in quasi tutti i Paesi più del 50% della popolazione pensa che il mondo stia andando peggio. Si potrebbe arguire che questa percezione sia dovuta al fatto che il “villaggio globale” ci butta davanti le brutte notizie del mondo ogni ora e ogni giorno, con una crescente presenza dei mezzi di informazione che dai giornali alla Tv si sono allargati negli sterminati anfratti informativi di Internet. Ed è risaputo che le brutte notizie fanno più colpo di quelle buone.

Ma non si tratta solo di percezioni distorte. Si tratta anche, e soprattutto, di qualcosa di reale. Sì, il Pil del mondo non ha smesso di crescere dal dopoguerra (c’è stato solo uno striminzito -0,1% nel 2009, l’anno della Grande recessione), ma i frutti di questa crescita non sono stati equamente distribuiti. Le diseguaglianze sono cresciute, un po’ dappertutto. Non tanto se si guarda al mondo come a un solo Paese, perché in quel caso il fatto che i due Paesi più popolosi del mondo – Cina e India – siano cresciuti molto più della media fa sì che la diseguaglianza mondiale sia diminuita. Ma anche all’interno di Cina e India la distanza fra ricchi e poveri si è allargata, così come nei Paesi industriali. Ed è questa “diseguaglianza interna” che conta, perché la gente si confronta con quelli che vivono nel proprio Paese.

Poi c’è il terrorismo, che è macroeconomicamente trascurabile, ma ha un forte impatto psicologico. I morti nelle guerre saranno diminuiti, ma in fondo la gente accetta che in guerra si muoia. Mentre non accetta il fatto che andando a un concerto e sedendo a prendere un caffè al bar o prendendo un aereo per piacere o per dovere, si possa saltare in aria.

Anche quando c’è una ripresa, sia pur faticosa come quella che è seguita (e sta seguendo) alla Grande recessione, i frutti non sono ben distribuiti. Nei Paesi industriali la ripresa dell’occupazione è stata molto meno forte per i giovani e per le medie età che per gli anziani. Il buon risultato per questi ultimi può trovare spiegazione nell’aumento dell'età pensionabile, e per i giovani il “cattivo” risultato può dipendere dall’aumento della scolarità, ma bisogna indagare più a fondo.

Se questa è l’analisi, quale è la terapia? Obama ha illustrato il paradosso, ma le risposte non sono chiare. Dovremo vivere a lungo con questa discrasia. I rimedi populisti – mettere un limite alle retribuzioni dei grandi managers o dei grandi banchieri (nessuno chiede di mettere un limite ai compensi per calciatori o cantanti) – sanno di dirigismo e non risolvono veramente il problema. Ne parleremo ancora la prossima domenica.

fabrizio@bigpond.net.au

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