Domenica

Scienziato con l’anima

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Scienziato con l’anima

Scuola di Atene. Aristotele e Platone nell’affresco di Raffaello  nei Musei Vaticani  a Roma
Scuola di Atene. Aristotele e Platone nell’affresco di Raffaello nei Musei Vaticani a Roma

Oggi l’«accademia» non avrebbe apprezzato. Per esempio quell’allegro riportare capitoli interi di un’opera in un’altra, entrambe sue: autoplagio. O affermare un’idea e dopo poche righe confessare che potrebbe non andare proprio così. D’altra parte anche allora, ventitré secoli fa, l’accademia apprezzava poco: Aristotele aveva un nome beffardo, non era infatti per niente aristocratico, non era nato ad Atene ma in un lembo di Grecia che era più Troade, Asia Minore, che Europa.

Molto probabilmente non sapeva combattere, e condotto in un ginnasio, invece di dedicarsi agli esercizi ginnici, nudo e unto di olio, avrebbe preso a studiare i corpi degli altri, mostrandone aspetti interessanti, quasi come il medico della Lezione di anatomia del dottor Tulp, di Rembrandt. Quest’uomo così politicamente poco corretto, questo genio amico dei nemici Macedoni, diede linea e fondamento al pensiero occidentale, lui che non si sa perché fu accolto ad Atene, nella prestigiosa Accademia di Platone. Mario Vegetti suggerisce che il colpo gli riuscì certo per l’appoggio del tutore Prosseno, amico dei potenti e dei filosofi, ma forse ancor di più per la momentanea assenza di Platone, impegnato in uno dei suoi viaggi a Siracusa, dove cercava di esportare la città ideale. Il bello di questo Incontro con Aristotele, di Vegetti e Ademollo, è la chiara leggerezza con cui vengono partecipati questa sorta di pettegolezzi (che comunque presuppongono fatiche sui libri di storia), che tale si mantiene anche nel presentare le pagine di Metafisica sul primato della filosofia, sui generi di movimento e quelli delle cause, e le infiammate righe in cui il Maestro, Platone, viene confutato, umiliato, deriso.

Le quindici lezioni promesse nel sottotitolo sono questo, lezioni scritte con la serenità di chi partecipa una conoscenza, senza più nulla da dimostrare. In verità a pag.24 mi era venuto un dubbio. Premessa: come accennato anche sopra, le opere dello Stagirita (il filosofo nato a Stagira, più Turchia che Grecia) sono costellate di apparenti contraddizioni. Un motivo, a tutti noto, è la disgrazia di avere solo le opere interne alla sua scuola, appunti, dispense, opere con pagine aggiunte e correzioni successive, poi riordinate e trasmesse a più mani. Un motivo più di metodo è che la scienza di Aristotele da un lato dichiara di utilizzare per ogni “materia” lo strumento adeguato, dall’altro non ha pretese oltre quello che vede e capisce. Quindi, se Platone con scrittura poetica evoca bighe, praterie della verità, idee che brillano come stelle in un “oltrecielo”, l’iperuranio, l’allievo straniero si libera con disprezzo di quelle che considera inutili metafore e si dedica a osservare per capire.

Quello che noi diremmo un uomo di scienza, è uno che il metodo scientifico l’ha anche fondato, ne ha posto le basi che avrebbero dato frutti nei millenni a venire. Pertanto di fronte all’anima, al primo principio, che dire? Aristotele però dice, se pur con trepidazione: se la parte razionale dell’anima, il nous, non ha commercio con la materia, è possibile che si possa separare dal corpo, per vivere eternamente. Un’eccezione, tutte le anime dei viventi, e anche ciò che l’uomo ha di vegetale (che cresce e si nutre e riproduce), nonché di animale (che si sposta e sente), tutto ciò vive come forma di quell’essere, muore col suo corpo, da questo inseparabile. Il nous, invece. A pag.24 sembra che Vegetti non tenga conto di questa possibilità, «l’anima sta dunque al corpo come la vista sta all’occhio, e non ne è separabile, choristè; l’anima individuale risulta perciò mortale come il suo corpo». È una parafrasi di un passo del De anima, che però prosegue così: «ciononostante nulla impedisce che almeno alcune parti siano separabili, in quanto non sono entelekeias (atto) di alcun corpo».

Perché non fare presente questa possibilità, che viene subito dopo, la riga più sotto? Ma al decimo capitolo mi sono tranquillizzata: Vegetti cita il prosieguo di quel passo, e anche altri dove Aristotele scrive che “sembra” che il nous non si corrompa, e che se l’anima ha attività o affezioni che le sono proprie, allora potrà avere un’esistenza separata dal corpo, e viceversa. Trovo che siano pagine bellissime, perché mostrano l’onestà intellettuale di un uomo tra i più intelligenti mai esistiti: con la mente arrivo fino qui, è possibile, sembra proprio, ma non riesco ad avere certezza.

È scienza anche riconoscere il limite, e questo Aristotele lo fa in diverse opere, sia quando si tratta di servirsi di esperienze e rendiconti altrui, sia quando il pensiero va a sfiorare ciò di cui non abbiamo esperienza, come l’eterno e il divino (per esempio nel libro XII della Metafisica) o la contemplazione di questo (come nel libro X dell’Etica nicomachea).

Gli autori in queste quindici lezioni hanno grande rispetto del non facile andamento del pensiero e della scrittura di Aristotele, e usano di questa attenzione anche verso gli interpreti: per esempio riassumendo in due paginette la secolare disputa sull’intelletto attivo, forse da identificare con quello divino (così Alessandro di Afrodisia e oggi Michael Frede); o una facoltà dell’anima individuale (Tommaso d’Aquino e oggi Lloyd Gerson), oppure che consista nel patrimonio di sapere accumulato dalla specie umana (già in Temistio e Averroè, oggi suggerita da Enrico Berti). Dovrò chiedere perdono per il sobbalzo di pag. 24 (che torna a pag.188, ahimé, dove si ripete che l’anima è inseparabile senza valutare la possibilità del nous), per sdebitarmi dichiarerò, non mendace, che li ringrazio per una lettura che davvero mi ha portato in casa il maestro di color che sanno.

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