Domenica

Euclide al liceo classico: «Come si doveva fare»

Filosofia minima

Euclide al liceo classico: «Come si doveva fare»

(Contrasto)
(Contrasto)

Il 13 ottobre 2013 Lucio Russo ha presentato, sulla prima pagina di questo supplemento, un suo progetto che rappresenta la sintesi migliore, nonché un modello esemplificativo di grande efficacia, di ciò che bisogna fare oggi per rinnovare il liceo classico, uscendo dalle secche di una discussione che vede contrapposti da un lato gli irriducibili nostalgici del glorioso classico che fu, palestra indiscussa per una rigorosa formazione umanistico-letteraria, e dall’altro coloro che gioiscono del suo declino perché da sempre lo hanno criticato, soprattutto per le sue carenze in ambito scientifico. La sintesi ha un nome ben preciso: Euclide, inteso come autore, classico tra i classici, da tradurre direttamente dal greco non solo al fine di approfondire la conoscenza della lingua e degli annessi strumenti filologici, ma per andare al cuore del problema educativo per eccellenza: sviluppare una serie di competenze incentrate sulle capacità critiche e argomentative fondamentali per formare buoni cittadini. Il progetto è stato realizzato al liceo Torquato Tasso di Roma ed ora è diventato un libro preziosissimo, edito da Carocci (pagg. 170, €18), che, sulla scorta dell’esperienza fatta con i ragazzi, propone Una nuova lettura, assolutamente innovativa e filologicamente rigorosa, del I libro degli Elementi di Euclide. Gli autori sono lo stesso Lucio Russo e Giuseppina Pirro e Emanuela Salciccia, docenti al “Tasso” di Latino e Greco la prima e di Matematica e Fisica la seconda. «Si può sospettare - scrivono nell’introduzione - che vi sia una relazione tra l’eliminazione del testo di Euclide dalle scuole dell’Occidente, avvenuta nel corso del Novecento, e l’indebolimento, generalmente riconosciuto, delle capacità di ragionamento e argomentazione degli studenti (ed ex studenti)». Figlio di uno degli ambienti intellettuali più attivi e stimolanti dell’intera storia umana, l’Alessandria dei primi Tolomei, fondatori della celeberrima Biblioteca, Euclide con i suoi Elementi ha scritto in età ellenistica quello che per due millenni sarebbe divenuto il testo base dell’insegnamento scientifico e il modello di ogni trattazione deduttiva rigorosa in ogni ambito del sapere. Proprio le caratteristiche originali che distinguono quest’opera da autori precedenti che pure avevano sottolineato l’importanza delle dimostrazioni (come Pitagora, Zenone e Platone) sono preziose per il rinnovamento dell’insegnamento nella scuola di oggi. La novità degli Elementi è duplice. Da un lato consiste nella costruzione di una struttura unitaria capace di ricondurre le catene dimostrative preesistenti a un piccolo numero di premesse individuate esplicitamente. L’importanza di questa architettura logica sarebbe stata capita e apprezzata molto tardi, con l’avvento delle geometrie non-euclidee nel Settecento e dell’assiomatizzazione della matematica ottocentesca e novecentesca, da Peano a Hilbert fino al gruppo francese di Bourbaki. Questi autori però hanno finito per abbandonare, e persino denigrare, il secondo aspetto degli Elementi, altrettanto importante, «che risiede nel rapporto, limpido ed esplicito, fra la teoria geometrica e la pratica dei disegni con riga e compasso». In Euclide - al contrario che nei bourbakisti, il cui ambizioso progetto educativo è fallito per eccesso di astrazione - «i concetti teorici così generati mantengono naturalmente un chiaro rapporto con gli oggetti concreti da cui sono stati astratti (e ciò garantisce l’applicabilità della teoria), ma non possono essere confusi con essi». Ciò ha un enorme importanza anche per i fini educativi odierni e si traduce in una piccola frase che troviamo spesso in questa nuova, traduzione del testo. Abituati a leggere, a conclusione delle dimostrazioni, «come si doveva dimostrare», qui invece spesso leggiamo: «come si doveva fare».

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