Domenica

Musica, fumetti e viaggi interstellari

I fumetti della domenica del sole. Angelo Adamo

Musica, fumetti e viaggi interstellari

Armonica cosmica, illustrazione di Angelo Adamo da “Pianeti tra le note” (Springer)
Armonica cosmica, illustrazione di Angelo Adamo da “Pianeti tra le note” (Springer)

Angelo Adamo, 48 anni, nato a Cosenza, è un astronomo con una grande passione per la divulgazione scientifica. In bilico per lavoro tra Bologna e la Sicilia, Adamo, che ha disegnato per la Domenica del Sole 24 Ore il fumetto Se solo i grandi guardassero il cielo, ama con la stessa intensità l’astronomia, la musica jazz e classica, il disegno, il fumetto, la scrittura. Questa polifonia culturale e artistica, unita a una non comune capacità di ascolto e di dialogo, ne fanno un personaggio per certi versi unico. Angelo Adamo usa l’armonica, la matita, la penna per stabilire un contatto artistico, ricco di rispetto e di emozione, con la sensazione di infinito e di mistero che i suoi studi scientifici, e le sue osservazioni del Cosmo, gli consentono di intuire e di avvicinare. E il Cielo, alla fine, diventa quasi uno specchio nel quale osservare e studiare noi stessi.

La tua sembra una missione impossibile: conciliare, nel lavoro di divulgatore scientifico, scienza e poesia. Pensi di esserci riuscito, o almeno di essere a buon punto?
Diciamo che, da alcuni indizi, ogni tanto mi sembra di intuire di essere sulla buona strada. Forse è solo la mia grande illusione, ciò che vorrei e che, nella mia testa, a volte diventa ciò che è. Facciamo così: chiediamolo ad altri.

In te si avverte un continuo stupore per la bellezza degli spettacoli offerti dalla Natura, il tuo è un colloquio con la Natura. Puoi confermarlo?
In realtà, la scienza è proprio questo: il tentativo di costruire un dialogo costante con la Natura. Un dialogo, però, che deve avvenire in un linguaggio a Lei comprensibile. La matematica, la fisica, la chimica forniscono gli alfabeti e le grammatiche migliori per consentirci di avviare quella proficua, ma soprattutto non ambigua, chiacchierata con l’Universo.
Il dubbio in ogni caso rimane: essendo noi parte della Natura, per colloquiare con essa potrebbero forse andar bene anche altri linguaggi più umani come appunto quelli offerti dall'arte, o no? Dal dubbio passo a una quasi certezza: credo, voglio credere, che questi linguaggi vadano benissimo per comunicare la bellezza del mondo ai miei simili e quindi, in qualche misura, per colloquiare con la frazione umana della Natura. La scienza parla con la Natura, la divulgazione parla della Natura a una sua frazione, quasi essa stessa abbia deciso di auto narrarsi. Vista così, la divulgazione mi sembra assumere un ruolo molto più scientifico di quanto di solito si preferisce credere.

Musica, pittura, disegno, fumetto, narrativa. Quale di queste forme espressive è più adatta a rappresentare il cosmo, a fare divulgazione scientifica?
Ritengo che non si possa parlare di una forma espressiva elettiva per narrare la scienza o qualsiasi altra cosa a un pubblico di non specialisti. Cedo volentieri alla mia propensione a mescolare i “dialetti” che si parlano in diversi ambiti – quello tipico della provincia scientifica, quello della regione narrativa e teatrale, lo slang della nazione musicale e la “calata” del continente arti visive – sostenuto dalla constatazione banale che la realtà ci si pone sempre davanti agli occhi con un grado di complessità e multimedialità estremamente alto. La nostra vita è un’arena nella quale comunicazioni di ordine diverso si incontrano e si scontrano di continuo, senza requie, e pensare di parcellizzare la comunicazione - che sia essa scientifica o di altro tipo - così da donarle una certa pretesa asetticità in nome di una più che desiderabile chiarezza espositiva, credo possa a volte costituire un’affascinante illusione: quella di poter parlare di qualcosa sgombrando il campo da tutti gli altri rumori generati dal mondo. A volte è necessario provarci come, ad esempio, nel caso in cui si debba scrivere un articolo scientifico specialistico che svisceri un argomento isolandolo, staccandolo, quasi, dalla realtà circostante.
In questo caso, usiamo un microscopio che restringe notevolmente il campo visivo e ci permette di guardare solo un aspetto particolare del reale. Nel momento in cui divulgo, preferisco invece usare un grandangolo per tentare di mostrare come una particolare scoperta scientifica non solo è avvenuta in un preciso momento storico, con un certo sfondo culturale e un certo ordito sociologico, ma forse è stata causata proprio dalla ricchezza in frequenze spurie di questo ineludibile rumore di fondo.

Te Mundum (Laudamus)

Guardando alcune tue realizzazioni, è come se l’osservazione scientifica ti consentisse di intuire, ma non di toccare, l’infinito, e allora tu provi a rincorrerlo, a percorrere l’”ultimo miglio” con la musica, il disegno, la poesia...È così?
Certo! Mi piace ciò che emerge dalla tua domanda perché traduce benissimo quella classica sensazione di impotenza sempre presente nel fare ciò che faccio.
In realtà, dovrei dire “ciò che facciamo” perché questo sentire la continua fuga della realtà che preferisce non farsi incasellare mai del tutto nei nostri schemi, appartiene a chiunque indaghi la Natura, a qualsiasi livello. Anzi, credo che accomuni tutti in generale in quanto, vivendo in questo Cosmo, è come se ognuno di noi si occupasse, a livelli diversi, di cosmologia.
Il Cosmo, manifestandosi in un laboratorio, in una cucina, nella stazione spaziale internazionale o in una miniera, pone a tutti dei problemi da risolvere. Nonostante pure io sia convinto che sia il migliore approccio alla comprensione dell’Universo, non credo che la Cosmologia sia solo quella che studiamo in ambiente astrofisico. Preferisco piuttosto intendere questa materia come la somma di tutte le spiegazioni e le descrizioni che da sempre diamo del reale, e che hanno capacità diverse di posizionarci a varie distanze dalla spiegazione ultima, se esiste.

Continua contemplazione della volta celeste: cosa stai cercando veramente?
Al di là dell’ovvia ambizione di capire cosa davvero avvenga lontano da qui, mi piace pensare al cielo non solo come oggetto di studio, ma anche come veicolo, come strumento per studiare noi stessi. Ecco, l’idea del Cielo come strumento mi affascina tantissimo. I miti connessi con le costellazioni ce lo dimostrano: sono diverse migliaia di anni che proiettiamo sulla volta celeste le immagini della nostra mente, le nostre paure, i nostri desideri e le nostre certezze. “Se solo i grandi guardassero il cielo”, il fumetto che ho disegnato per la Domenica del Sole 24 Ore, vuole mettere l’accento proprio su questo aspetto: il bambino – che, incidentalmente, rivelo qui essere il ritratto di mio figlio Giovanni – rappresenta un’umanità ancora infantile da un punto di vista culturale. Essa ha riempito in modo compulsivo la volta celeste di immagini ingenue così da rendere il Cosmo una casa più gradevole, più accogliente, meno terrificante e di sicuro più ordinata di un guazzabuglio di punti luminosi disposti a caso.
Osservare come abbiamo idealmente frazionato il cielo in settori occupati dalle costellazioni ci può dire molto della nostra psicologia, di quella dei nostri antenati, della fisiologia dell’occhio, del funzionamento del nostro apparato visivo e dei nostri processi mentali. Mi piace pensare che al Cielo come strumento possa seguire anche una specie di Astronomia Medica o, se preferisci, una nuova forma di umanesimo scientifico che ponga di nuovo - stavolta consapevolmente ed evitando le aberrazioni del passato - l’uomo al centro dell’Universo.

Perché in alcuni tuoi fumetti ti raffiguri con un grosso naso alla Pinocchio? Perché ti sei autosoprannominato Squid (Calamaro)?
Immagino tu ti riferisca al mio Blog, Squid Zoup. Amo il mare e i misteri che nasconde. Fra tutti, trovo che quello inerente la vita dei calamari giganti sia il più affascinante. Inutile dire che sono molto interessato anche ai calamari di dimensioni più abbordabili, specie se serviti ripieni o in una Zuppa. In quel blog la zuppa ha come ingredienti tutte le cose che amo: la scienza, la musica, il disegno, la scrittura. Zoup è proprio la storpiatura dell’inglese Soup: apprezzo gli inglesismi, ma tento strenuamente di rimanere italiano. Il naso alla Pinocchio è un'esagerazione del mio, che già di suo non è esattamente piccolo. Quel mio alter ego vuole quindi essere un Pinocchio redento che dice, o che prova a dire, la verità e che, anche senza “vedere oltre il proprio naso”, spero riesca comunque a cogliere qualcosa di interessante della realtà.

Hai avuto una formazione classica e una formazione scientifica. Alla fine, quale delle due è veramente determinante?
Nessuna delle due? Entrambe? Non pretendo certo di riuscire qui a risolvere in due parole il classico conflitto tra le due culture. Confesso di preferire credermi capace di un certo sincretismo culturale che, attraverso le cose che propongo, non faccia mai sentire la mancanza di una dimensione o dell’altra. Desidero che convivano, che si integrino, che si confondano quanto più possono per creare qualcosa che non faccia sentire più l’esigenza di stabilire se si è al di qua o al di là di quella deprimente linea di demarcazione.

Ti senti più musicista, più artista, più uomo di scienza?
Se frequento un ambiente, che sia quello scientifico, quello musicale o altri, trovo sia meglio fingere con me stesso e con chi mi sta vicino di essere tutto compreso in quella singola dimensione. Questo atteggiamento mi aiuta ad assaporare fino in fondo ciò che lì “si cucina” - se mi si passa ancora una volta la metafora culinaria - così da avere poi nuovi ingredienti puri da aggiungere alle mie ricette, ai miei pasticci personali. È chiaro che una simile finzione non può, non deve mai durare troppo: l'appuntamento con te stesso e i tuoi fornelli non deve venire mai meno ed è auspicabile che capiti con cadenza quotidiana.

Qual è, a tuo parere, il rapporto tra scienza e arte?
Per quanto detto fino ad ora, direi che sia e che debba essere di mutuo soccorso. Scienza e arte non sono la realtà, ma ne forniscono descrizioni complementari e, in alcuni casi, parzialmente sovrapponibili.

C’è ancora voglia di alzare gli occhi al cielo, o siamo ormai condannati a tenere lo sguardo basso e fisso sullo schermo di un telefono?
Astronomi a parte, mi pare di poter affermare che chi guarda il cielo oggi, lo faccia in modo diverso rispetto ai nostri antenati, considerandolo più come una frontiera, come una terra di future conquiste che come il bellissimo contenitore delle nostre azioni terrene abbellito dalle costellazioni. Direi che oggi, anche a causa dell'inquinamento luminoso, più che guardare davvero il cielo, tendiamo a osservarlo con gli occhi della mente, immaginandolo. È proprio da qui che nasce il titolo del fumetto Se solo i grandi guardassero il cielo. Di sicuro lo spazio è una fonte di ispirazione e presto guardare il cielo “da vicino” diventerà addirittura un’esigenza, in quanto il nostro futuro non è certo qui, su questo sasso, ma altrove, nel Cosmo. In tal senso, sono fiducioso, anche perché mi sembra di cogliere elementi che dimostrano come si stia andando in quella direzione. Si pensi, ad esempio, al gran numero di film di fantascienza spaziale usciti negli ultimi anni.

Come sta cambiando, secondo te, il mondo del fumetto?
Un grosso cambiamento è già da tempo in atto e sono curioso di vedere a cosa potrà condurre. Si tratta della nuova tendenza a pubblicare fumetti on-line e, come è normale prevedere, essa in futuro ci riserverà di sicuro grandi sorprese. Per il resto, devo confessare che non conosco il mondo del fumetto in modo capillare. Sono abbastanza monotematico e interessato a produzioni che abbiano un carattere simile al mio: fumetti ispirati alla scienza e, in particolare, all'astronomia.

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