Domenica

L’imperfetto metafisico

Scienza e Filosofia

L’imperfetto metafisico

Il ritratto. Aristotele di Giusto di Gand (1460-1475)  ,  Parigi, Museo del Louvre
Il ritratto. Aristotele di Giusto di Gand (1460-1475) , Parigi, Museo del Louvre

Il «che cos’era essere». Che belle parole. Questa locuzione, fondamentale per comprendere gli scritti di metafisica di un pensatore cui dobbiamo molto, moltissimo, è stata tradotta nei secoli con «essenza», per distinguerla dall’ousia, la sostanza. Lodevole tentativo di semplificare didatticamente ciò che semplice appare solo studiando. Ma anche un attentato alla comprensione profonda di qualcosa che «è» così fortemente, da essere fin da prima, da un prima reso se non eterno almeno durevole, come indica l’uso dell’imperfetto. Questo è infatti un tempo che in greco indica la durata di un’azione non ancora terminata, un po’ come alcune forme di passato della lingua inglese. Si legge dunque la traduzione letterale di to ti en einai, il che cos’era essere, nell’ultimo lavoro di Enrico Berti, autorità somma nel campo delle opere aristoteliche.

Nell’introdurre il testo, Berti sente subito l’urgenza di spiegare il perché di una nuova traduzione della Metafisica di Aristotele in lingua italiana, esistendone già diverse di belle e ben fatte. L’elenco dei motivi che hanno reso se non necessaria almeno molto opportuna la nuova traduzione si conclude con un atto di buon senso intellettuale, la consapevolezza del limite principale di ogni lavoro del traduttore, ossia il suo legame al tempo in cui scrive e allo stato degli studi sull’argomento. Ma prima di guardare già al superamento di quest’opera, esaminiamone l’originalità. Si è già accennato alla traduzione letterale di una locuzione, che non è certo l’unica. Consapevole delle difficoltà per la lettura introdotte da questo genere di operazioni, Berti si dichiara senza pietà: in vista di una approssimazione il più possibile alta al dettato aristotelico, l’autore intende offrire «una traduzione il più possibile letterale, avendo come modello il metodo medievale di tradurre verbum de verbo, cioè ogni singola parola con una singola parola, possibilmente sempre la stessa».

Il risultato sarebbe del tutto illeggibile senza opportune aggiunte di parole che collegano o rimandano, segnalate sempre come non presenti nel testo. Ricordiamo infatti che ciò che a noi è pervenuto come il libro della Metafisica, non nasce assolutamente come libro: anche, purtroppo, di quasi tutte le opere di Aristotele, a noi sono giunti solo quaderni di appunti, materiale didattico forse scritto dal filosofo, forse dai suoi alunni, certamente spesso le sezioni sono state composte in tempi diversi. Per questo la lettura di qualunque pagina aristotelica non è scorrevole né riposante, quale quella per esempio di molte pagine platoniche. Sarebbe come leggere gli appunti di uno studente, se pur molto brillante, per cercarvi il pensiero del docente, un incubo per qualunque professore di qualunque epoca.

Proprio queste difficoltà, d’altra parte, mostrano l’importanza del lavoro filologico per arrivare a comprendere il senso dei testi. In questo caso, per esempio, Enrico Berti ha deciso di basarsi quasi sempre sui manoscritti detti «della famiglia alpha», provenienti da Bisanzio e redatti tra il nono e il decimo secolo della nostra era. Infatti gli altri, della famiglia detta beta, sono riconosciuti da studi recenti come troppo influenzati dal commento di Alessandro di Afrodisia, che intorno al 200 d.C. leggeva la Metafisica sotto la forte influenza della scuola filosofica diffusa in tutto l’Impero romano, il Neoplatonismo.

Un errore che ha colpito illustri interpreti, se per esempio Heidegger riusciva a trovare nel nono libro la prova della «conversione» di Aristotele al significato primo dell’essere come linguaggio. Un errore che è anche alla radice di tante letture «teologiche» della Metafisica. Da Alessandro di Afrodisia in poi il Primo Motore Immobile è diventato l’Uno di Plotino, oppure il Dio creatore delle religioni ebraica e cristiana, o anche il Dio unico, sovrano e primo Vero causa di ogni verità dell’Islam. Di volta in volta alcune parti venivano espunte o rese invece chiave di lettura delle altre, come nel caso di Lambda, il dodicesimo libro, dedicato alla ricerca dei principi di tutte le cose e alla dimostrazione che la causa prima non sono le Idee, i numeri ideali, i princìpi di Platone, ma è il Primo Motore Immobile. Berti sottolinea con forza la necessaria distinzione tra la «filosofia prima» di Aristotele e una sorta di teologia razionale.

Nel primo libro si legge infatti di una sapienza che è la più alta forma di sapere, dove questo è inteso come possesso di qualcosa, non solo conoscenza teorica: sarà questa attività a portare l’uomo a una felicità che certo non si può intendere come somma di tante conoscenze. Questa sapienza non produce nulla ed è completamente inutile, eppure si rivela necessaria per la pienezza della vita umana.

È una conoscenza che continua quella delle altre scienze, come la Fisica e la Psicologia (intesa come studio dei viventi e della loro psyche o anima), e dove la Fisica si ferma alla catena di cause contingenti, la Metafisica sola si occupa delle cause prime, cioè delle cause che non dipendono da altre cause e sono quindi princìpi. Il titolo di tale insieme di «appunti» è infatti «dopo (oltre) la Fisica» sia in senso materiale (perché una Metafisica fu collocata da Andronico di Rodi, nel I secolo a.C., nella prima raccolta di opere aristoteliche a noi nota – ma non pervenuta), sia in senso lato.

Questa scienza ha sì a che fare col divino, perché le cause degli astri e del loro movimento non possono essere che divine, essendo le stelle e i pianeti considerati divini dalla grecità tutta. Divino sarà anche il Primo Motore, naturalmente, in una compresenza di intelligenze divine che non turba l’uomo greco, abituato a un «divino» neutro e dalle molteplici manifestazioni, ma che porterà i monoteismi ad aggiungere distinzioni tra le intelligenze angeliche e l’unico Dio.

Insomma è bello rileggere la Metafisica sempre più liberi da interpretazioni dei secoli successivi, certo sempre consci dei limiti di ogni traduzione e ogni lettura, che in qualcosa verranno emendate dalle attese nuove edizioni dell’opera, in preparazione sia in Italia, al CNR, sia all’Università di Monaco. Piuttosto che essenza, cosa, fine, non è più chiaro leggere: il che cos’era essere, «un questo», l’in vista di cui? Si perde in valore retorico? Ma sono appunti su argomenti importantissimi, alla base del nostro essere e pensare nonostante le traversie delle opere aristoteliche, lasciate in Asia Minore, date per perse, ritrovate dai Romani, perse di nuovo con la fine dell’Impero, fatte tradurre dai musulmani in arabo e siriaco, così tornate in Europa all’epoca delle università (XII-XIII secolo), tradotte in latino e tornate a essere patrimonio per il sempre, come direbbe Platone.

Aristotele, Metafisica, con testo greco a fronte, traduzione, introduzione e note di Enrico Berti, Laterza, Roma-Bari, pp. XXXIV + 662, € 38

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