Domenica

L’Artico denudato è sotto assedio

lettera da tromso

L’Artico denudato è sotto assedio

In azione. Attivisti di Greenpeace protestano contro la trivelle  petrolifera Eirik Raude di Statoil e Hydro nel mare di Barents
In azione. Attivisti di Greenpeace protestano contro la trivelle petrolifera Eirik Raude di Statoil e Hydro nel mare di Barents

Il sottile sole del Nord è appena tornato ad attraversare l’acqua plumbea del porto di Tromsø e, con la fine della notte artica, la stagione della caccia alla foca è cominciata. Eppure, per la prima volta da secoli, dalla tradizionale base di partenza per le spedizioni verso l’estremo Nord nessuna barca attrezzata a questo scopo è salpata. Nessuna in tutta la Norvegia. Il taglio dei sussidi del governo di Oslo dopo le proteste dei difensori dei diritti degli animali e il bando europeo dei prodotti di foca ha fatto sfumare i guadagni.

Ma il motivo non è solo questo e dietro una buona notizia se ne nasconde un’altra, amara: «È finita, il ghiaccio s’è ritirato!» ha detto al giornale economico norvegese «Dagens Næringsliv» Bjørne Kvernmo, capitano della Havsel, l’ultima imbarcazione norvegese per la caccia alla foca (immortalata nel documentario Ishavsblod – Sealers: one last hunt, proiettato pochi giorni fa al Tromsø international film festival). Le scorse spedizioni sono state un disastro. Cacciatore da 40 anni, Kvernmo afferma che, l’ultima volta, arrivato in Groenlandia pioveva e il ghiaccio era così poco spesso che le tempeste lo fratturavano. A detta sua 50mila cuccioli dall’argentea pelliccia sarebbero finiti in acqua e annegati (le foche appena nate non sanno nuotare).

Il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, ha comunicato la World meteorological organization una decina di giorni fa, con una media globale di 1,1 °C in più rispetto all’era preindustriale. Nell’Artico, dove il cambiamento climatico è più intenso, questo significa un aumento di 2,2 gradi. Non solo, il biossido di carbonio che per secoli permane nell’aria e negli oceani causandone l’acidificazione ha superato la soglia simbolica di 400 parti per milione nell’atmosfera. I poli, da marzo a ottobre, si sono sciolti come mai prima d’ora, a Nord una superficie di ghiaccio pari a tre volte la Norvegia è scomparsa e, anche se abbastanza improbabile, nessuno può escludere che già l’anno prossimo l’Artico non sia del tutto liquefatto. E non va dimenticato il pericolo posto dal metano rilasciato nell’atmosfera man mano che il permafrost si scalda.

La Havsel, ancorata nel porto di Tromsø non ha però attraccato per sempre: si dedicherà a un’altra controversa attività economica, quella dell’estrazione di gas e greggio nel fu Mare Glaciale.

Fa gola a molti infatti l’Artico denudato, ricco di idrocarburi - si stima che qui siano conservate la più grande riserva del pianeta di gas e fra i maggiori depositi di petrolio -, di minerali, e di pesci (al salire delle temperature), come mostrano la gran quantità di progetti e iniziative per il suo sfruttamento commerciale presentati questa settimana ad Arctic frontiers, convegno di riferimento per parlare di politica, business e ricerca nell’estremo Nord che si tiene da anni a Tromsø.

Senza considerare che il leggendario passaggio a Nord Est, ora più pragmaticamente chiamato Northern sea route, è ormai aperto e promette di ridurre del 30-40% rispetto al canale di Suez il tragitto tra l’Europa e la Cina (si veda la Domenica del 26 gennaio 2014). Una decina di imbarcazioni l’anno, cargo compresi, lo attraversano mentre governi e imprese del Nord ma anche cinesi e coreane si stanno attrezzando per fornire un’adeguata copertura satellitare e servizi (i russi hanno un nuovo rompighiaccio nucleare quasi pronto, uno in costruzione e un altro in programma) anche se lo sviluppo dei porti, come quello di Sabetta nella penisola Jamal, procede al rallentatore a causa delle difficoltà economiche di Mosca.

«L’Artico cambia più velocemente del previsto, il mare si scalda, il ghiaccio si scioglie, aumentano l’attività umana e l’interesse commerciale internazionale, dobbiamo aprirci alle opportunità» ha affermato lunedì scorso la prima ministra norvegese Erna Solberg durante l’apertura di Arctic frontiers. «Nel 2050 – ha continuato - ci potrebbero essere 10 milioni di persone sul Pianeta, servono cibo, energia, trasporti» («non venite a dirmi che il pesce dell’Artico sfamerà il mondo, è troppo costoso per i Paesi poveri!» – ha protestato poco dopo il biologo marino Daniel Pauly dell’Università della British Columbia, preoccupato per la devastazione che porterebbe l’apertura della pesca nell’Artico). Il messaggio della premier norvegese, che non ha negato le sfide poste da riscaldamento climatico, acidificazione e inquinamento dell’oceano, perdita di biodiversità e rischio di depauperamento delle risorse ittiche, è stato chiaro: avanti con lo sfruttamento commerciale dell’Artico «cercando un buon equilibrio tra l’uso delle risorse marine viventi e il loro mantenimento». Un messaggio ancora più chiaro quando il giornalista della Bbc Stephen Sackur ha fatto notare che se da un lato la Norvegia può vantare un elevato uso interno delle risorse rinnovabili, dall’altro però la gran parte della sua ricchezza proviene dagli idrocarburi che esporta e che vanno a peggiorare il riscaldamento climatico: «A un problema globale servono soluzioni globali – ha risposto Solberg –. Non si risolve diminuendo le esportazioni norvegesi, altrimenti riduciamo la nostra economia senza risolvere il problema». Soluzione globale che pare più lontana dopo l’elezione di un presidente statunitense che nega contro ogni evidenza il surriscaldamento artificiale della Terra.

Eppure, per la prima volta, si fa strada una convinzione che potrebbe segnare una svolta decisiva nella difficile lotta al riscaldamento climatico: sfruttare altri giacimenti di idrocarburi nel Nord non sarebbe conveniente, anzi, sarebbe un grande rischio finanziario. «Investire in nuovi impianti nell’Artico è inutile – ha affermato l’economista Jeffrey Sachs, direttore del centro per lo sviluppo sostenibile e dell’Earth institute della Columbia university e autore di saggi di grande successo come La fine della povertà -. Lo è per almeno due ottime ragioni: si buttano via soldi e si sfascia il Pianeta. Abbiamo già a disposizione molto più petrolio e gas sulla Terra di quanto possiamo bruciarne per rispettare gli accordi sul clima, e oltretutto gli investimenti nell’Artico come nel Mediterraneo non potranno mai essere competitivi rispetto alle risorse a basso costo disponibili in Arabia Saudita, Iran, Russia. Il mondo ridurrà il consumo dei combustibili fossili ed è meglio investire sulle energie rinnovabili come l’eolico off shore». Sachs ha fatto appello «alla parte più razionale dei Pianeta», le nazioni scandinave, maestre nel fondare le decisioni politiche sulla conoscenza, auspicando che gli Stati non si facciano tentare dalle falsità che dice Donald Trump sul riscaldamento climatico «con l’obiettivo di venire meno agli accordi di Parigi, affermazioni che non sono basate su nessuna prova scientifica ma solo dettate dagli interessi delle compagnie petrolifere».

Solberg ha ribattuto che investire negli idrocarburi dell’Artico è anche una questione di sicurezza, per non dover dipendere troppo da alcuni Stati, ma poco prima la ministra degli esteri svedese Margot Wallström aveva fatto notare come il cambiamento climatico non innescherà solo catastrofi ambientali ed economiche ma anche problemi di sicurezza su scala planetaria. Senza considerare che se l’Europa è tanto preoccupata dalla crisi dei migranti provocata dall’instabilità politica africana e mediorientale deve solo aspettare di vedere cosa succederà quando inizierà la grande ondata dei profughi ambientali.

Anthony Hobley, direttore esecutivo del think tank finanziario Carbon tracker initiative, afferma che anche se molti non se ne sono accorti, il mondo è cambiato: grazie al rapido sviluppo delle tecnologie pulite si è già avviata la transizione verso un’economia a basse emissioni di biossido di carbonio, benché se ci fosse un sistema di carbon pricing globale, questa transizione sarebbe più veloce. Come Sachs, anche Hobley è convinto che il basso prezzo degli idrocarburi e dell’estrazione di questi in regioni quali il Medio Oriente o la Russia, l’ormai competitivo costo delle energie rinnovabili, l’eolico e il solare ad esempio, sempre più utilizzate in India e Cina, facciano sì che presto i soldi si sposteranno sulle tecnologie pulite e investire nell’esplorazione ed estrazione di idrocarburi nel Grande Nord sia un grave rischio finanziario. E soprattutto di questo è convinta Connie Hedegaard, public investigator del governo norvegese che poche ore dopo l’intervento della sua prima ministra ha annunciato di aver recentemente consegnato una valutazione che suggerisce al governo di non trascinare la Norvegia in un mercato rischioso come quello dei combustibili fossili artici: «Il 78% degli introiti dei norvegesi viene dal settore estrattivo, questo significa che i norvegesi assumono il 78% del rischio di andare in quella direzione». Al Sole 24 Ore ha spiegato che investire negli idrocarburi dell’Artico oggi vuol dire dover ipotizzare impianti funzionanti fino al 2050, ed è un grande azzardo pensare che saranno competitivi fino ad allora. Al grave pericolo per l’ambiente e per l’impatto del cambiamento climatico sull’economia va aggiungersi dunque anche un importante rischio finanziario per i cittadini. Alla domanda del perché ci fosse una tale contraddizione tra le conclusioni del report da lei sottoposto al governo e le affermazioni della premier, Hedegaard ha spiegato di averlo consegnato appena prima di Natale e che l’amministrazione deve ancora valutarlo.

Certo, fa probabilmente molta paura alla Norvegia che si è risollevata dalla povertà grazie al petrolio abbandonarlo, ma se davvero il Paese baserà le sue decisioni politiche sui risultati della ricerca scientifica, come ha promesso la premier Soldberg e come ha fama di fare, c’è da ben sperare. Nonostante Trump.

Del resto, dieci giorni fa, il presidente cinese Xi Jinping - in uno storico discorso all’Onu di Ginevra in cui prontamente si presentava come potenza dominante del multilateralismo globale, occupando il posto lasciato libero dagli Stati Uniti al grido di «America first!» - ha affermato che l’accordo di Parigi sul clima «è una pietra miliare: bisogna fare in modo che questa impresa non venga fatta deragliare» e ha assicurato di voler onorare pienamente l’impegno cinese sottoscritto nella Ville lumière.

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