Domenica

L’Italia dei Sentieri Frassati e la risata fragorosa di Don Bruno

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L’Italia dei Sentieri Frassati e la risata fragorosa di Don Bruno

Ho ricevuto in dono da Antonello Sica, da Avellino, una copia del “monumentale” libro L’Italia dei Sentieri Frassati edito dal Club Alpino italiano, curato da lui e Dante Colli, e, sfogliando di pagina in pagina, mi sono ritrovato “in cammino” dall’itinerario salernitano, a Sala Consilina, fino alle vette dell’Alto Adige, respirando sempre aria pulita. Si percepiscono l’allegria del sorriso, la parola caritatevole e il segno evangelico del Beato Pier Giorgio, figlio di Alfredo Frassati mitico fondatore e direttore de La Stampa di Torino, rampollo di una delle famiglie più in vista della borghesia sabauda. Pier Giorgio ha finito i suoi giorni stroncato da una poliomelite improvvisa a 24 anni e ha dedicato “ereticamente” la sua breve vita ai poveri, alle escursioni in montagna e agli studi, piuttosto che alle passioni, ai vizi e ai “riti di società” dei ricchi. Mi emoziona questo graditissimo regalo perché riproduce un mio ricordo di Monsignore Bruno Schettino, prima arcivescovo di Teggiano-Policastro poi di Capua fino all’improvvisa morte anche per lui avvenuta poco più di quattro anni fa, ma qui rievocato soprattutto come “custode” del «primo sentiero Frassati» d’Italia. Per me è semplicemente Don Bruno, guida spirituale nei giorni complicati che mi videro catapultato in piena adolescenza da Spezia a Nola, in un Sud di dentro nel cuore della Campania che ho imparato a conoscere e capire con un po’ di tempo. Il passare degli anni mi conferma che Don Bruno è tante cose piene di sostanza, appartiene alla formazione che porti con te per tutta la vita. Si esprime con qualcosa di fisico che è rimasto dentro come la sua inconfondibile “zucca pelata”, si colorava improvvisamente di un “rossiccio” che si trasmetteva anche alle guance e, a volte, perfino alle mani, sprigionava affetto e allegria. Ti porta a “risentire” quella sua inconfondibile risata fragorosa che ci ha fatto crescere, una risata talmente acuta e rumorosa da diventare contagiosa, a suo modo ci ricorda che almeno chi ha avuto il dono della fede non deve mai perdere la voglia di ridere.

Mi hanno colpito, in questo “monumentale” testo, alcuni passaggi di un ricordo del Beato a firma di Jas Gawronski che ne è il nipote in quanto figlio della sorella Luciana. Ho deciso di riprodurli: «Ventiquattro anni, tre mesi e pochi giorni sono pochi nella vita di un uomo, e questo è il tempo che Pier Giorgio Frassati ha vissuto. Il giorno dei suoi funerali, quando la bara uscì da casa, fra gli amici che la portavano a spalla e le migliaia che arrivavano da tutti i quartieri di Torino c’erano molti dei suoi compagni delle gite in montagna. Era la sua passione, il suo impegno preferito, e salire in alto gli dava, oltre al piacere, la sensazione di avvicinarsi al Creatore di tanta bellezza. “Più su saliremo meglio sentiremo la voce di Cristo” amava ripetere. O, ancora: “Ogni giorno mi innamoro sempre di più delle montagne, e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la grandezza del Creatore”. Ma per quanto fosse un esperto alpinista non dimenticava i rischi della montagna, e scriveva a un suo amico: “Quando si va in montagna bisogna prima aggiustarsi la propria coscienza, perché non si sa mai se si ritorna. Però, con tutto questo, non mi spavento ed anzi sempre più desidero scalare i monti, guadagnare le punte più ardite, provare quella gioia pura che solo in montagna si ha”. Scherzavano e ridevano Pier Giorgio Frassati, i suoi amici e i suoi compagni di studi dove goliardia e divertimento non mancavano mai, ma il “cemento” che li teneva insieme e li univa nelle escursioni era “sempre la fede, quella che ci ha fatto compagni di belle gite e ha fatto sì che fosse fondata su granitica base la nostra società”. Forse, per questo suo amore particolarissimo, Frassati viene ricordato come il “giovane delle otto beatitudini”, quelle stesse che ci sono state insegnate dalle pagine evangeliche che vanno sotto il nome di Discorso della Montagna. Ai funerali del Beato, a Torino, nella chiesa gremita convivevano le famiglie della borghesia piemontese e un flusso senza fine di donne e uomini in povertà, erano questi i suoi veri compagni di vita. Il grande papà di Pier Giorgio, guardandoli e capendone l’amore, fu distrutto dall’amarezza e disse a voce alta: «Io non conosco mio figlio!».

Torno con la testa e con il cuore in parrocchia a Nola, da Don Bruno e i ragazzi del Carmine, tante ore, tante sere, si lavorava per il giornale della scuola, si pregava, si cantava. A volte più che cantare, si urlava, si gridava con gioia. Mi è piaciuto che i curatori abbiano accostato questi miei ricordi personali di Don Bruno, poi diventato come arcivescovo di Capua l’amico degli immigrati che si privava del suo per darlo ai bisognosi, a «quella carità gioiosa» e a quel «rumoroso cantare» che «furono del nostro Pier Giorgio Frassati». Poi citano una sua lettera del 14 febbraio 1925 alla sorella Luciana dove si legge testualmente: «Tu mi domandi se sono allegro; e come non potrei esserlo? Finché la Fede mi darà forza sempre allegro! Ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici». Risento la risata fragorosa di Don Bruno e ne rivivo il tumulto di allegria. Rivedo davanti agli occhi il sorriso di Padre Basilio nei giorni di ritiro estivo alla Verna, nel Casentino, il monte dove San Francesco ha ricevuto le stimmate e altro «sentiero Frassati», riprovo sensazioni di gioia e di felicità improvvise. Mi inchino ammirato davanti all’esempio del Beato Pier Giorgio, ma mi domando come si fa oggi a «bandire la tristezza dagli animi cattolici» davanti a un mondo di brutture lontane e vicine. Non so di quanta fede c’è bisogno, ma credo che oggi qualche problemino ci deve essere perché non vedo in giro tutta questa voglia di ridere. Ovviamente spero di sbagliarmi.

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