Domenica

Non c’è libertà senza ricerca

giulio regeni. un ricordo a milano

Non c’è libertà senza ricerca

Dedicata a Giulio. Illustrazione tratta dalla storia “Tutto il male del mondo” di Marino Neri e Pietro Scarnera, online su Graphic News (www.graphic-news.com)
Dedicata a Giulio. Illustrazione tratta dalla storia “Tutto il male del mondo” di Marino Neri e Pietro Scarnera, online su Graphic News (www.graphic-news.com)

«Sono un accademico e i soldi del mio istituto non posso usarli per fini personali». Corre un brivido lungo la schiena ad ascoltare le parole pronunciate da Giulio Regeni nel video registrato dal capo degli ambulanti del Cairo, per conto del servizio di sicurezza nazionale egiziano. Ma si prova anche un sentimento di orgoglio morale nel sentirsi, come ricercatori e colleghi di Giulio, partecipi dei valori di onestà, indipendenza e libertà che egli ha difeso, senza rendersi conto - per quanto ci è noto - che era finito nell’ingranaggio infernale di uno Stato di polizia che delle sparizioni forzate, accompagnate da interrogatori e torture, fa un uso sistematico come strumento di controllo del dissenso. Questo il contesto in cui lavorava Giulio, come documentato da Amnesty International nel rapporto “Egitto: ufficialmente, tu non esisti. Scomparsi e torturati in nome della lotta al terrorismo” dello scorso 13 luglio.

Non c’è retorica che possa comunicare meglio della cruda verità il martirio subito da quel giovane studioso appassionato alle cause del popolo egiziano. Circa una settimana di indicibili ed efferate torture. Nella lettera sottoscritta da ben 4.600 studiosi internazionali, e pubblicata dal «Guardian» l’8 febbraio 2016, nel riconoscere come la sofferenza inflitta a Giulio testimoni pratiche subite da centinaia di cittadini ogni anno, si auspica che non sia concessa l’impunità dalle autorità egiziane. Ancora più efficace, a mio parere, è l’articolo pubblicato due giorni prima, sempre sul «Guardian», da Neil Pyper, coordinatore della School of Strategy and Leadership alla Coventry University, collega e amico di Giulio, che pone l’accento sul fatto che l’assassinio «è una chiara e diretta sfida» alla tradizione della ricerca accademica liberale e internazionale, «ed esige una risposta». Se si vuole che i nostri ricercatori, continua Pyper, «specialmente gli scienziati sociali, continuino a produrre ricerca in una prospettiva internazionale, devono potere fare ricerca sul campo. Per natura, questo comporterà lavorare su questioni delicate in paesi instabili e pericolosi». Le università hanno il dovere di proteggere gli studenti che cercano di farlo, anche nell’interesse di tutti noi, per fornirci meccanismi e metodi utili a comprendere dinamiche e scenari che altrimenti ci resterebbero ignoti benché potenzialmente in grado di influenzare il nostro futuro. Soprattutto sarebbe necessario che i Paesi che traggono benefici da queste ricerche, cioè i nostri Paesi liberi, diano dei segnali chiari, intransigenti, a quelli dove le libertà fondamentali latitano o vengono seppellite sotto migliaia di cadaveri. In questo caso il segnale è l’individuazione dei responsabili, a qualunque livello, e una esemplare sanzione giudiziaria. Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, solo qualche giorno fa ha ribadito l’impegno di magistratura e governo perché si giunga, finalmente, alla verità su quanto accaduto. Un impegno, cui ancorare azioni, necessario per rendere giustizia alla memoria di Giulio, ai suoi familiari esposti per sempre alla sopportazione di un dolore disumano, alla dignità e all’autonomia della ricerca accademica e al riconoscimento dei diritti fondamentali della persona.

La ricerca accademica è stata uno dei fattori propulsivi per la conquista delle libertà civili, un fatto che persino nel nostro Paese si tende a dimenticare e a non alimentare come si dovrebbe. Non ci può essere alcun limite alla libertà degli studiosi di studiare. Non ci può essere alcun timore nel perseguire la conoscenza. Non si contano gli intellettuali e i ricercatori che nei contesti di sistemi politici totalitari hanno pagato con la vita la difesa di quel valore che qualcuno, come l’ambulante egiziano, troverà anche difficile da capire ma che Giulio più volte scandiva e rivendicava in quel video. È come se avesse detto: “il mio lavoro impone un’adesione alla verità dei fatti così come osservati senza che siano inquinati da interessi personali. Questa è la precondizione per poi identificare le modalità per migliorarli a beneficio di tutti”. È grazie ad essa e solo con essa che lo studioso si trasforma in una risorsa libera a cui il cittadino può fare affidamento per sapere e capire meglio. Un’etica che Giulio non ha trasgredito conscio che altrimenti avrebbe inficiato, minandone l’oggettività, l’accuratezza delle sue osservazioni. Sembra, infatti, dirci: “I miei interessi o vantaggi personali o quelli di chi mi chiede soldi per sé li devo tenere fuori, perché questo esige quella parte del metodo scientifico che è condivisa da tutte le discipline accademiche”. Un pensiero che resta un faro per tutti coloro che, anche in Italia, indagano ciò che non è conosciuto, in ogni disciplina.

Si potrebbe anche discutere del fatto che Giulio abbia forse sottovalutato la pericolosità del contesto politico-culturale in cui si trovava. Ma sarebbe assolutamente irrilevante oggi. L’oltraggio che ha subito, e che con lui hanno subito i nostri valori civili fondamentali, deve essere riscattato con la verità.

Venerdì 3 febbraio a Milano. Si chiama “Voices: Libertà e ricerca. Reading collettivo in onore di Giulio Regeni”. È L’iniziativa che la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha lanciato per ricordare Giulio Regeni. Si terrà il 3 febbraio alle 18.30 nella nuova sede milanese di via Pasubio. Interverranno Elena Cattaneo e Salvatore Veca. Per ulteriori informazioni http://bit.ly/2jxaBRH

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