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Vite che scivolano nel nulla

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Vite che scivolano nel nulla

Distanti. «L’apparenza inganna» di Thomas Bernhard per la regia di Roberto Trifirò. Da sinistra,  Giovanni Battaglia (Robert), Roberto Trifirò (Karl). Foto Dorkin
Distanti. «L’apparenza inganna» di Thomas Bernhard per la regia di Roberto Trifirò. Da sinistra, Giovanni Battaglia (Robert), Roberto Trifirò (Karl). Foto Dorkin

È il gran momento di Thomas Bernhard, sempre più presente sui nostri palcoscenici nonostante una certa diffidenza di una parte del pubblico. È un autore fuori dal tempo, la cui vicinanza al nostro odierno sentire si va scoprendo progressivamente, in una durata tutta interiore. In questo periodo si rappresentano, nei teatri italiani, almeno quattro suoi testi, Prima della pensione con Le belle bandiere, Minetti con Roberto Herlitzka, L’apparenza inganna con la compagnia Lombardi – Tiezzi, e ora un’altra versione di quest’ultima pièce affrontata da Roberto Trifirò all’Out Off di Milano.

Una delle ragioni principali di questa attenzione tardiva consiste a mio avviso nel fatto che l’immaginario di Bernhard, benché tutto calato nel presente, trascende ogni categoria storica o epocale, proiettando gli umori dell’individuo in una dimensione a sé stante. All’inizio si era faticato a capirlo perché fuorviati dal confronto con Beckett: di fronte a quegli scenari apocalittici il tormentoso blaterare dei suoi vecchi ipocondriaci pareva inconcludente. Soltanto ora ci si rende conto di quanto la loro inconcludenza, il loro vacuo blaterare non siano che il dolente riflesso di tanti nostri smarrimenti attuali. La straordinaria forza di Bernhard sta nel fatto che le sue opere non sono mai uguali a se stesse, seppure costellate di continui rimandi ad alcuni nuclei tematici, ad alcune ricorrenti ossessioni personali. La scrittura bernhardiana è a tal punto costruita su una rete di piccole ambiguità – tra vero e falso, tra comico e tragico, tra aspirazione alla grandezza e miseria intellettuale – che sfugge a ogni interpretazione univoca, cambia a seconda del punto di vista di chi la guarda. Pur avendo sempre dichiarato il proprio odio nei confronti degli attori, Bernhard ha lasciato loro un impareggiabile materiale di ricerca e di confronto. Basta fare un parallelo fra i due allestimenti di quel capolavoro enigmatico, sfuggente che è L’apparenza inganna: la trama, d’altronde alquanto scarna - basata sugli incontri bi-settimanali di due anziani fratelli, Karl e Robert, un ex-giocoliere e un ex-attore classico, che si trovano una volta a casa dell’uno e una volta a casa dell’altro a parlare di tutto e di niente, per riempire la propria solitudine - resta ovviamente la stessa. Ma cambia il ritmo, la luce, la vibrazione emotiva. È come un brano musicale affidato a mani diverse: lo spartito è identico, l’esecuzione può andare in direzioni opposte.

Nel falso realismo di una doppia ambientazione in luoghi fisicamente separati, Tiezzi pareva inchiodare i due alle loro manie, alle loro frustrazioni, giocando sulla contrapposizione fra le rispettive personalità. Trifirò li immerge entrambi in uno stesso sentore di declino. La scenografia di Veronica Lattuada è caratterizzata da vecchi mobili scrostati, una fila di scarpe minuziosamente allineate, un mucchio di libri da cui spunta la gabbia di un uccellino, in un clima polveroso, già immerso nel passato. La recitazione è volutamente smorzata, rallentata, orientata verso un vuoto quasi più beckettiano che bernhardiano.

Gli oggetti, gli arredi, le stesse figure umane sono come lì lì per essere divorate da una tenue penombra. Il tono stesso dell’emissione vocale si va via via impercettibilmente abbassando, arriva quasi da una progressiva distanza: Trifirò, che è anche in scena nei panni di Karl, al fianco di Giovanni Battaglia, sembra sospingere i due personaggi verso una sorta di fatale dissoluzione, verso un metaforico silenzio. Non si tratta soltanto dell’avvicinamento alla vecchiaia, che pure incombe: è la vita in sé a scivolare lentamente nell’inconsistenza, a vanificarsi, a venir meno.

Il nodo centrale del testo è nel fatto che i due fratelli sono stati tacitamente legati alla stessa donna, Mathilde, la moglie di Karl, morta da poco, che è stata specchio dei loro limiti, dei loro fallimenti: il marito, a quanto dice egli stesso, l’ha tenuta in scarsa considerazione, egoisticamente ne rimpiange l’abilità culinaria, la disponibilità a rammendargli i calzini, ma l’ha reputata intellettualmente mediocre, e recrimina sul fatto che lei abbia lasciato in testamento a Robert, e non a lui, «la casetta dei week-end». Il fratello, invece, l’ha apprezzata per le sue qualità, forse l’ha amata di più, ma – spaventato dalle donne – non ha avuto il coraggio di fare il passo successivo, di prenderla con sé. Tutto questo, però, resta sospeso nel non-detto, soffocato dagli sproloqui sulle sedie di faggio della nonna e sui pantaloni di Karl che sono o no da accorciare. E la regia, attenuando graffi e segreti rancori, rende con rigorosa applicazione il loro girare intorno al nulla che li attende.

L’apparenza inganna di Thomas Bernhard, regia di Roberto Trifirò. Milano, Teatro Out Off, fino al 12 febbraio

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