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Al via la 67edizione della Berlinale. Un solo titolo italiano:…

intervista al regista

Al via la 67edizione della Berlinale. Un solo titolo italiano: «Chiamami con il tuo nome», di Luca Guadagnino

Chiamami con il tuo nome” di Luca Guadagnino
Chiamami con il tuo nome” di Luca Guadagnino

Con la vertigine di un irregolare, Django Reinhardt (1910-1953), jazzista rom, perseguitato dal nazismo durante la seconda guerra mondiale, si apre oggi la 67esima edizione del Festival del cinema di Berlino, che sembra tornare alla sua vocazione più autoriale, con nomi meno noti e il tappeto rosso sempre più corto. Anche il regista, Étienne Comar, che firma la pellicola di inaugurazione “Django”, è alla sua prima prova nel lungometraggio, anche se da vent'anni lavora come produttore e sceneggiatore, e oggi si mette alla prova con primattori come Reda Katheb, nel ruolo del protagonista, e Cécile de France, indimenticabile in “Hereafter” (2010) e “Il ragazzo con la bicicletta”(2011).

Quest'anno nessun italiano in gara, anche se la zampata dell'Orso d'oro ha portato Fuocoammare di Gianfranco Rosi sulla pedana degli Oscar del 26 febbraio, candidato come migliore documentario. A rappresentare l'Italia alla rassegna tedesca c'è un solo titolo, “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino, nella sezione collaterale “Panorama special”, pellicola già passata al Sundance, uno dei festival indie più importanti e rinomati, portandosi a casa un'ottima recensione del “Guardian”: “una superba storia d'amore gay”, ha scritto Jordan Hoffman. Interpretato da Armie Hammer e Timothée Chalamet, tratto dal romanzo omonimo di André Aciman (Guanda, 2008), racconta una vicenda ambientata in Italia, a Crema, città adottiva del regista palermitano. Nell'estate del 1983 nella casa del 17enne Elio (Chalamet), studente, musicista, riservato e colto, arriva il 24enne accademico americano, Oliver (Hammer), assistente del padre di Elio, professore universitario. Elio in un primo tempo oppone un muro di diffidenza nei confronti dell'ospite che sembra conquistare tutti per simpatia, bellezza e modi molto schietti, per poi trovare un terreno comune anche nella riscoperta delle radici ebraiche. Il rapporto culmina in un passione, che è quasi un tuffo nella calda estate padana.

Chiamami con il tuo nome" di Luca Guadagnino, trailer

Guadagnino, amatissimo in America, soprattutto con “Io sono l'amore” (2008), è al secondo film recitato in inglese (quest'ultimo anche in lingua francese) dopo “A bigger splash” (2016), confermando la sua vocazione internazionale che lo ha fatto lavorare con grandi attori del calibro di Tilda Swinton, Dakota Johnson e Ralph Fiennes. “Chiamami col tuo nome” è una coproduzione italo-francese, sceneggiata dallo stesso Guadagnino con James Ivory e Walter Fasano. La proiezione ufficiale a Berlino sarà il prossimo lunedì, ma il regista, che sta già lavorando alla realizzazione della prossima pellicola, il remake di “Suspiria” in cui ci sarà anche l'attrice e amica Tilda Swinton, ha anticipato alcune riflessioni al Sole 24 Ore.

Come si è avvicinato al romanzo di André Aciman?
E' una vicenda che risale ad almeno otto anni fa, quando giravo “Io sono l'amore”. Peter Spears, uno dei produttori di “Chiamami col tuo nome”, stava cercando un regista esordiente per girare il film, e mi aveva chiesto di aiutarlo a capire quale fosse la misteriosa citta di B., dove si svolgeva il romanzo: era Bordighera, in Liguria. Da lì il mio coinvolgimento è diventato man mano più ampio: sono passato ad avere un ruolo nella produzione fino a firmarne la regia. Come è stato il rapporto di scrittura con James Ivory?
La nostra è un antica conoscenza, che risale a una cena di amici, in cui lo avevo subito apprezzato per raffinatezza e gentilezza. Un giorno è venuto a trovami nella casa di Crema e si è innamorato del luogo e dell'atmosfera: spesso si è fermato per lunghi periodi. Una volta, seduti attorno al tavolo della cucina, abbiamo cominciato per scherzo a pensare assieme a una versione della sceneggiatura di “Chiamami col tuo nome”: era un gioco per capire che cosa avremmo escogitato insieme e ne è nato un lavoro vero.
Il suo film racconta anche un pezzo di anni 80 su cui il cinema italiano raramente si sofferma.
Il libro di Aciman è abbastanza disinvolto, puntuto nel colpire certi ambienti e certo tipo di inteligentia romana, facilmente riconoscibile a chi li frequenta. Sono stato io a discostarmi e a voler raccontare di più gli anni Ottanta italiani. Il film si svolge nel 1983, quindi è molto vicino agli anni Settanta, che a mio avviso è stato un periodo di vitalità straordinaria per il nostro Paese, uno spazio mentale molto dinamico e completamente scevro dalle contorsioni borghesi. Un'epoca fertile e non solo angosciante come la dipinge parte della storiografia, che si focalizza solo sugli “Anni di Piombo” e sul terrorismo. Il mio film è un idillio, che si appoggia in maniera deliberata all'utopia e i miei personaggi sono sulla scia di un Paese in costante mutazione. Bernardo Bertolucci (regista a cui la critica del “Guardian” paragona Guadagnino, assieme a Éric Rohmer n.d.r.) quando era all'estero diceva di non riuscire più a guardare la realtà italiana, essendo diventato un Paese in cui l'unica espressione che si usava era “alla grande”.
Sembra un riferimento alla frase che la sua amica Laura Betti le aveva detto: “Tu cercherai di fare i film che davvero senti, ma ricordati che il mondo del cinema italiano è capace di uccidere i suoi registi decisi a restare nella culla della loro creatività”
Ho un'idiosincrasia nei confronti delle regole acquisite di parte della cinematografia italiana. Mi ispiro a un mio modo di ragionare che non è legato a dinamiche industriali e nazionali.
Quali sono punti deboli dell'industria cinematografica italiana?
Noto due macro errori. Il primo: volgere lo sguardo verso se stesso sempre e comunque. Il secondo: la dinamica fossilizzata arteriosclerotica per cui l'industria del cinema finanzia solo un certo tipo di cinema e non altro. E invece si dovrebbe dare spazio alle visioni di tutti i tipi dalla più conformista a quella più eretica come è successo sempre in Francia, anche se perfino lì è un modo di fare in declino.
Lo dice il regista o il produttore?
Tutti e due. Io non trovo finanziamenti in Italia, se non attraverso il sostegno del Mibact e la legge del Tax Credit. Non ho accesso ai player tradizionali dell'industria del cinema italiana.
Nelle recensioni del suo film si parla di interpretazioni vivissime degli attori, nel cui coinvolgimento è difficile discernere tra finzione e realtà
Trovo le interpretazioni degli attori luminose, forse perché sono stati disponibili a passare dalla loro persona al ruolo sullo schermo in maniera indiscernibile, permettendo che la macchina da presa facesse loro la radiografia, per citare ancora Bertolucci.
Che impressione ha avuto del Sundance?
Un festival bellissimo e intimo. Gli Stati Uniti, che sono il regno e il trionfo del capitale, sono capaci di creare luoghi in cui la comunità si rimbocca le maniche in maniera commovente per proporre un movimento, un'espressione unitaria del fare.
Quando si parla di cinematografia queer si fa sempre riferimento a “Brokeback mountain” di Ang Lee. Ma ci sono altri esempi come “Quando hai 17 anni” di André Techiné, “Lo sconosciuto del lago” di Alain Guiraudie, “I ragazzi stanno bene” di Lisa Cholodenko. Per lei quale è una pellicola di riferimento?
“Ai nostri amori” di Maurice Pialat del 1983, con un costante afflato e pensiero alla pianura padana di Bertolucci.

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