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Festival di Berlino: sorprende «Félicité» di Alain Gomis

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Festival di Berlino: sorprende «Félicité» di Alain Gomis

«Félicité»
«Félicité»

La prima, vera sorpresa del Festival di Berlino 2017 è «Félicité» di Alain Gomis: convince, in concorso, il film diretto dal regista franco-senegalese, con protagonista la bravissima esordiente Véro Tshanda Beya.
L'attrice interpreta Félicité, una donna forte e indipendente che lavora come cantante in un bar di Kinshasa.

Mentre è sul palco i problemi della vita sembrano sparire e il pubblico si lascia trascinare dalla sua voce intensa e coinvolgente. Un giorno, però, suo figlio ha un terribile incidente e per la donna inizierà un vero e proprio calvario: le servono parecchi soldi per farlo operare e trovarli sarà tutt'altro che semplice.

Dramma sincero e toccante, «Félicité» è un potente ritratto al femminile, con protagonista una madre disposta a tutto pur di salvare suo figlio.
Eccellente soprattutto la prima parte, quando la narrazione si concentra quasi unicamente sul personaggio principale, sul suo talento canoro e sulla sua determinazione nella ricerca di aiuto da parte degli altri.

«Félicité»

Qualche calo con il passare dei minuti non intacca però più di tanto una pellicola complessivamente riuscita ed emozionante, capace di trattare un tema non semplice con grande sensibilità.
A sorprendere è in particolare l'ottima regia di Gomis, che opta per uno stile fatto di primissimi piani e suggestive scelte visive, ben accompagnate da una colonna sonora raffinata e sempre all'altezza.
Potremmo sentire ancora parlare di questo film durante la cerimonia di chiusura, quando verrà annunciato il palmarès.

In concorso è stato presentato inoltre l'austriaco «Wild Mouse» di Josef Hader.
Il regista interpreta anche il protagonista Georg, un noto critico musicale che viene licenziato dalla testata per cui lavora da diverso tempo.
Non riesce a comunicare la notizia alla moglie e intanto riflette su come vendicarsi…

Attore piuttosto noto in Austria, Hader debutta alla regia con questo discreto lungometraggio che parla di crisi economica, difficili rapporti coniugali e delle difficoltà di reinventarsi nel mondo del lavoro per un uomo di mezz'età.
Più del registro drammatico funziona quello comico in questo esordio ricco di tocchi ironici e forte di un incipit accattivante al punto giusto.

«Wild Mouse»

Purtroppo manca un po' di incisività e la parte centrale è ridondante e leggermente prolissa, ma rimane comunque un'opera prima con validi spunti d'interesse e degna di essere stata presentata all'interno della competizione principale.

Infine, una menzione per «Final Portrait» di Stanley Tucci, presentato fuori concorso.
Al centro c'è il rapporto tra il grande scultore e pittore Alberto Giacometti e lo scrittore James Lord, che ha posato per un paio di settimane per un ritratto firmato dallo stesso artista svizzero.
Dieci anni dopo «Blind Date», l'attore Stanley Tucci torna dietro la macchina da presa per questo biopic che vorrebbe analizzare la controversa personalità di Giacometti, il suo talento, ma anche la sua scarsa propensione a rispettare le scadenze lavorative.

Peccato che il film non riesca mai ad approfondire come dovrebbe la psicologia del personaggio e si limiti a raccontare una vicenda già di per sé poco interessante.

«Final Portrait»

Priva di guizzi la regia di Tucci, debole la sceneggiatura e poco in forma persino Geoffrey Rush nei panni di Giacometti, probabilmente vittima della sterile caratterizzazione del suo personaggio.

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